Lituania, La Chiesa nell'epoca Sovietica-Lithuania, Church in the Soviet Era ENG SUB

In this Italian‑language interview, Cardinal Sigitas Tamkevičius recounts the harsh reality of the Catholic Church in Soviet‑occupied Lithuania from the immediate post‑World War II years through the 1990s. He describes the systematic closure of monasteries, persecution, arrests, and the drastic reduction of seminary admissions that decimated clergy numbers. The Cardinal explains how he and other active priests were forced to abandon pastoral work for factory labor, yet used these positions to build underground networks. He details the creation and clandestine distribution of a samizdat church journal, its transmission to foreign journalists, and the KGB’s attempts to suppress it. In 1983 he was arrested, sentenced to ten years (six in a Gulag camp in the Urals and four in Siberian exile), and recounts daily hardships, covert baptisms, and improvised liturgies that sustained his faith. After a partial release in 1987, he returned to Vilnius, witnessed the rise of the Sąjūdis independence movement, participated in its activities, and saw Lithuania’s eventual independence and the revitalization of the Catholic Church, highlighted by Pope John Paul II’s 1993 visit. Throughout, the Cardinal emphasizes resilience, clandestine solidarity, and the spiritual role of the Church under oppression.
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Lei è appena stato nominato cardinale da Papa Francesco. Negli anni 70 e 80 del secolo passato certo non immaginava che potesse accadere una cosa del genere. Com'era la situazione della Chiesa Cattolica durante il periodo sovietico in quegli anni? I
primi dieci anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale furono i più difficili. furono chiusi i monasteri e gli uomini di chiesa furono perseguitati e arrestati. Fu ucciso anche un vescovo e 320 preti furono processati. Sentì parlare di queste storie solo anni dopo, all'epoca ero un bambino. Nel 1955 entra in seminario a Konas. In quegli anni il regime sovietico decideva quante persone potevano entrare, nel mio anno 25, il numero fu poi ridotto a 5. Considerando la morte di una trentina di preti ogni anno, ciò comportava una netta riduzione del personale della chiesa. Erano molte le limitazioni imposte dal regime. Un articolo del codice sovietico puniva chi insegnava catechismo con un anno di gulag. Nel 1971 furono processati tre preti per quel motivo. Quando iniziai la mia attività parrocchiale, il numero di bambini che si preparava alla cresima e alla comunione era molto alto. Non potevo parlare loro singolarmente, come avrei dovuto per non attirare l'attenzione. Così li raggruppai. Il mio comportamento non piacque alle autorità. Mi ripresero più volte e mi minacciarono pesantemente. Non mi mandarono sotto processo, però. Per l'assegnazione delle parrocchie, il vescovo non aveva alcuna autonomia. doveva rivolgersi a una commissione governativa insediata a Vilnius, che poteva approvare oppure rifiutare le richieste. Se la commissione rispondeva no, il vescovo era costretto a seguire le loro indicazioni. Fui trasferito diverse volte in varie parrocchie. Alle volte riuscivo a rimanere per alcuni mesi, altre fino a un anno. Mi trasferivano continuamente per ostacolare il mio lavoro. studenti e intellettuali erano le persone tenute maggiormente sotto controllo. Se qualcuno di loro voleva adempiere doveri religiosi, doveva farlo di nascosto.
In un primo momento, dopo le proteste contro il regime sovietico, le autorità la obbligarono a lasciare in pratica la sua attività di prete e a lavorare in una fabbrica. Ci può raccontare questo periodo?
Noi i preti più attivi, che lottavamo maggiormente contro le persecuzioni, ci riunivamo periodicamente per discutere la situazione. Io e il mio amico Josas Zebiskis raccogliemo le firme di 69 preti e presentammo una petizione per abolire il limite d'ingresso nei seminari. Le autorità così decisero di esonerarci dalle nostre funzioni. La legge prevedeva che dovessimo obbligatoriamente trovare un altro lavoro, altrimenti rischiavamo tre anni di gulag. Trovai un lavoro in una fabbrica di metallo di Vilkaviskis, era il 1969. Il mio amico invece iniziò a lavorare alla bonifica dei campi. A Pasqua decisi di lasciare la fabbrica e raggiungerlo. Per cinque giorni alla settimana lavoravamo nei campi. Nei weekend incontravamo la gente, tra cui molti giovani. alla fine riuscivamo a fare molto di più lì che in parrocchia. Il governo voleva fermarci ma aveva ottenuto l'esatto contrario. In quel periodo ho conosciuto moltissime persone con le quali sono riuscito a costruire rapporti che in seguito si sono consolidati e rivelati utili. Dopo circa un anno ci fessero tornare nelle parrocchie.
Quindi tornò al suo lavoro e nonostante le difficoltà continuò a combattere contro le discriminazioni nei confronti della Chiesa, pubblicando appunto dei testi clandestini che cercavano di trasmettere il messaggio. Volevo sapere come trasmettevate questi messaggi, che tipo di messaggi trasmettevate e in quale modo li diffondavate, visto che le autorità certo non davano il consenso.
Durante il periodo sovietico le autorità avevano potere su tutto e nessuno poteva opporsi. Nei nostri incontri discutevamo su come agire e combattere contro le discriminazioni. Ci venne l'idea di realizzare una rivista clandestina. Non avevo fatto studi di giornalismo ma ero il più giovane e mi hanno scelto per questo compito. Iniziamo così a pubblicare le cronache della chiesa cattolica lituana. Non era per niente facile raccogliere il materiale perché non potevo espormi. Nel 1969, quando fui sospeso dalle funzioni di prete, avevo fatto tante conoscenze, preti ma anche intellettuali. Quelle conoscenze mi servirono per ricevere notizie da più parti. Le pubblicazioni non avevano una tiratura elevata, un centinaio di copie. Altre persone le ricopiava una macchina per aumentarne la diffusione. L'obiettivo era farle arrivare all'estero, in modo che il mondo fosse a conoscenza di quanto stesse accadendo nel nostro paese. Durante il periodo staliniano le macchine per scrivere dovevano essere registrate presso le autorità. Sotto Brezhnev no. Era abbastanza semplice acquistarle, io ne possedevo più di una. Le avevo comprate a Mosca e avevano la tastiera in cirillico. Per fortuna un esperto mise i tasti con l'alfabeto latino. Per redigere gli articoli avevo degli aiutanti. Non avevamo rapporti diretti con i paesi al di fuori dell'Unione Sovietica, solo con Mosca. Lì però c'erano i giornalisti accreditati, tra questi quelli della BBC e dei giornali americani che incontravano i dissidenti. Grazie a loro riuscimmo a consegnare le cronache ai giornalisti e a diffonderle. Per essere ancora più discreti facevamo le foto alle pagine e consegnavamo il rullino da 36 pose. In seguito i dissidenti chiesero la stampa vera e propria perché volevano pubblicarla su un giornale locale che raccontava i fatti all'interno dell'Unione Sovietica. Era una pubblicazione non ufficiale e molti dissidenti furono scoperti e processati. Comunque riuscimmo a far sì che le notizie giungessero all'esterno, ad esempio a Voice of America e alla Radio Vaticana. La lettura delle cronache a Radio Vaticana diede molto coraggio alle persone. Il KGB iniziò a indagare per scoprire gli autori delle pubblicazioni. Era il 1972. Gli agenti del KGB perseguirono diversi posti, ma inizialmente non scoprirono alcunché. Un paio d'anni dopo trovarono due numeri a casa mia. Mi condussero nelle prigioni del KGB a Vignes e mi interrogarono per sapere da dove venissero quelle riviste. risposto che le avevo probabilmente ricevute da qualche parocchiano. Ormai però il KGB mi teneva d'occhio. Nel 1978, quando fu eletto Papa Giovanni Paolo II, assieme ad altri quattro preti creammo un comitato in difesa della Chiesa Cattolica. Fu siglato l'accordo di Helsinki che avrebbe dovuto concedere la libertà religiosa. In seguito scrivemmo documenti ufficiali in cui si raccontava dove e come la chiesa fosse stata perseguitata. Io e gli altri quattro del comitato fumo convocati dalle autorità e ci fu intimato di smettere immediatamente, altrimenti saremmo in corsi nell'articolo 68. Ci saremmo resi colpevoli pertanto di attività contro il regime, un reato che prevedeva sei anni di lavori forzati e quattro di esilio in Siberia. Nonostante le minacce, proseguimmo per cinque anni. Andropov, fino al 1982 capo del KGB, mise tantissimi disidenti in galera.
Nel 1983 i sovietici non ne potevano più delle vostre attività e decisero quindi di mandarvi in Siberia. mi può raccontare qualche storia, qualche episodio della sua vita nel lager e dove venne mandato.
Fui arrestato nel maggio del 1983 e portato nel carcere del KGB a Vilnius, dove rimasi per sei mesi. Dopo diversi interrogatori mi processarono e mi condannarono a dieci anni, di cui sei a regime duro in Gulag e quattro di esilio in Siberia per la violazione dell'articolo 68. Fui destinato al Gulag numero 37 negli Urali. Lavoravo duramente per otto ore al giorno in una fabbrica di lavorazione del metallo. In quella zona d'inverno la temperatura è molto bassa. Se non c'era da sgombrare la neve dalle strade, le urle rimanenti erano libere. I primi mesi mi rinchiusero in una cella con un assassino che mi raccontava come e chi avevo ucciso. Era un po' difficile dormire la notte accanto a lui. Tre giorni dopo capii. Il KGB mi voleva come collaboratore. O collaboravo, oppure tutto sarebbe stato più difficile. Ora la convivenza con un omicida, poi chissà se avrebbe potuto accadere di tutto. rifiutai. Al termine della pena sarei tornato a servire la mia gente come prete e non avrei mai potuto continuare a servire il KGB e fare il doppiogioco. Mi fecero intendere che, comunque, se mi fossi comportato bene non mi sarebbe accaduto alcunché, in caso contrario... Durante la permanenza nel gulag, una persona detenuta nel carcere, non credente, mi chiese di essere battezzata. La cella dove aveva passato un po' di tempo era piccolissima, aveva sofferto il freddo e la fame. Era molto provato e un giorno vide dalla finestra una croce. Solo Dio poteva salvarlo. Per questo, quando tornò al lavoro, mi chiese di battezzarlo. Gli feci scuola di catechismo, di nascosto, e poi lo battezzai. Non fu l'unico. Sono i ricordi più belli di quel periodo. Nel 1987 mi fecero tornare a Vilnius e mi dissero che potevo fare domanda di grazia. Rifiutai e fui rispedito al Gulag, dove rimasi fino ad aprile del 1988. Poi mi trasferirono a Tomsk per i quattro anni di esilio. Lì ho lavorato in una fabbrica di masse per l'Okey. A ottobre di quell'anno mi comunicarono che la Corte Suprema dell'Unione Sovietica aveva cancellato il resto della pena. Tornai così a Vilnius per il mio cinquantesimo compleanno e gli amici mi vennero a prendere alla stazione con la bandiera tricolore, la bandiera nazionale. Ho celebrato messa anche dentro il carcere del KGB. Ogni mese era previsto che potessero essere consegnati ai prigionieri due chilogrammi di cibo. Gli amici sapevano che sapevo produrre vino dalla frutta secca e così me la portavano. Mettevo l'uvetta a bagno nell'acqua in un bicchiere e la lasciavo riposare. Il giorno successivo schiacciavo l'uvetta. In circa tre giorni il liquido si trasformava in una sorta di vino. Nel gulag, invece dei calici, utilizzavo dei contenitori di plastica utilizzati per le medicine. Al posto dell'ostia, usavo dei biscotti che trovavo nel chiosco del gulag. Mi fu concesso di tenere il Nuovo Testamento e il Libro delle Preghiere, così celebravo messa anche lì. Stavo nella mia cella e aspettavo il momento giusto. Mi giravo di spalle in modo che dalla finestrella della porta le guardie vedessero solo una persona assorta nella lettura. Una volta, durante un'ispezione, hanno trovato il vino e l'hanno portato via.
È tornato a Vilnius e ha trovato ovviamente un paese molto diverso. Il movimento Sayrdis aveva appena vinto le prime elezioni libere e da lì a poco sarebbe stata proclamata l'indipendenza, come ricorda quegli anni.
Alla fine del 1988 la Lituania non era ancora libera, però il regime sovietico stava scricchiolando. Il movimento indipendentista Sayudis si stava diffondendo. Il Vescovo mi rimandò nella parrocchia di Kaunas, la mia parrocchia. Iniziai a partecipare alle riunioni di Sayudis e partecipai anche alle elezioni. Le prime elezioni che vedevano la popolazione sostenere un movimento indipendentista e non un partito comunista. Gli anni successivi sono stati molto difficili, in continuo contrasto con l'Unione Sovietica. Nel 1991 la voglia di libertà e indipendenza portò i cari armati sovietici nelle strade della capitale e 14 persone morirono sotto la torre televisiva. Grazie a Dio il regime era ormai troppo debole. Quando Giovanni Paolo II visitò il paese nel 1993 i russi erano andati via, definitivamente.
no no no
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