😈 Come funziona il RANSOMWARE (e i danni fatti da WANNACRY)

Veronica Paolucci explains how ransomware works and breaks down the 2017 WannaCry attack, which exploited an NSA tool called EternalBlue and crippled the NHS. The video covers ransomware types, how MalwareTech accidentally stopped WannaCry with a kill-switch, and what to do if you get hit.
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Ciao a tutti e benvenuti in questo nuovo video. Oggi parleremo di ransomware. Questo video è diviso in due parti. Nella prima vedremo fino in fondo che cos'è un attacco ransomware, come funziona e come proteggersi. Nella seconda vedremo il caso di ransomware più eclatante in assoluto, ovvero il caso WannaCry. Questi due video sono già presenti sul canale, sono però separati. Quindi se non volete mettervi a cercare prima il primo video, poi il secondo, potete guardare direttamente questo che unisce già i due argomenti. Fra l'altro ne ho approfittato per migliorare un po' l'audio, quindi teoricamente dovrebbero sentirsi anche meglio. Buona visione! Immaginate di andare in ufficio una mattina come tante e accendere il computer. Lo schermo resta nero per qualche secondo in più del solito, poi compare un avviso. L'avviso vi informa che Tutti i file contenuti nel computer sono stati bloccati e criptati e vi chiede di pagare 5.000 euro in Bitcoin entro 72 ore per riaverli. Nessun tasto funziona, nessun file è accessibile. Siete appena stati vittime di un attacco ransomware. Ciao a tutti e benvenuti in questo nuovo video. Oggi parliamo di uno degli attacchi informatici più diffusi, pericolosi e costosi: il ransomware. È un tipo di malware che può colpire chiunque, aziende, enti pubblici, ma anche privati, quindi cittadini normali, e che in molti casi causa danni irreversibili. Partiamo dal significato della parola, cioè ransom, che significa riscatto, e malware, che significa software malevolo. Il ransomware è quindi un software malevolo che prende in ostaggio i nostri dati. Una volta che entra nel nostro computer rende inaccessibili tutti i nostri file. Per sbloccarli ci viene chiesto di pagare un riscatto, normalmente in Bitcoin o in altre criptovalute, in modo da mantenere l'anonimato del beneficiario. È come se un ladro entrasse in casa nostra, cambiasse tutte le serrature e ci chiedesse soldi per le chiavi. Ma come funziona in concreto? Il ransomware sembra una cosa da hacker super esperti che in qualche modo riescono a infiltrarsi nei nostri sistemi tramite strumenti super sofisticati. In realtà un ransomware è un malware come tanti altri e come tale può arrivare nel nostro computer in tantissimi modi e spesso purtroppo con il nostro aiuto. Ad esempio grazie a un allegato infetto inviato con una mail di phishing un link cliccato distrattamente, o anche proprio una vulnerabilità, quindi un problema del nostro sistema operativo o di un programma che usiamo di frequente e che magari non abbiamo tenuto ben aggiornato. A volte basta aprire un PDF o un file Word malevolo per poterlo attivare. Ma andiamo proprio ad analizzare le origini di questo fenomeno. Il primo caso documentato di ransomware risale, pensate, addirittura al 1989, quando un malware conosciuto come IZTROYAN o anche PC Cyborg fu distribuito a dei ricercatori che lavoravano sul virus dell'HIV. Veniva spacciato per un contenuto utile ai fini di ricerca. Gli studiosi chiedevano di averne una copia che veniva inviata via posta all'interno di un floppy disk che non conteneva in realtà materiale di ricerca ma un malware. Dopo un certo numero di riavvii del PC si attivava questo algoritmo che criptava i file e chiedeva un pagamento da inviare via posta a un indirizzo fisico in Panama. Sì, parliamo proprio di posta tradizionale, quindi dovevi infilare i soldi o un assegno dentro una busta, metterci un francobollo e inviarlo in Panama. Era l'inizio di qualcosa che sarebbe diventato uno dei crimini più redditizi del 21° secolo. Questo tipo di attacco si è diffuso in modo massiccio negli ultimi anni, e i danni sono stimati in miliardi di euro a livello globale. Oggi esistono diverse sottotipologie di ransomware, ognuna con le sue caratteristiche e chiaramente anche i suoi bersagli preferiti. La prima categoria è il crypto ransomware, che come dice il nome cripta i file rendendoli inaccessibili. Questo tipo di attacco è salito alla ribalta nel 2021 quando è stato lanciato dal gruppo hacker Wizard Spider contro il sistema sanitario irlandese, l'HSE, paralizzando ospedali, ambulanze e tutto il sistema di gestione delle cartelle cliniche. I danni sono stati incalcolabili. Parliamo di operazioni chirurgiche urgenti annullate perché non si riusciva ad aprire la cartella clinica del paziente, malati rimandati a casa perché non si poteva azzardare nessuna cura. Tra l'altro tutto questo in piena pandemia, perché eravamo nel 2021. Questo attacco fra l'altro ha poi portato alla diffusione dei dati sanitari di oltre 500 pazienti. Poi abbiamo il Locker Ransomware, che non cripta i singoli file, ma blocca proprio l'intero sistema operativo. Rendendo impossibile accedere al computer. Un esempio è il famigerato Redeton, apparso intorno al 2012. Questo ransomware mostrava una schermata con i loghi della polizia o dell'FBI affermando che l'utente aveva violato la legge guardando contenuti illegali e doveva pagare una multa per sbloccare il PC. Era tutto falso, ma molti presi dal panico pagavano comunque. Tra l'altro, questo è stato anche uno dei più diffusi in Italia. C'è poi il Doxware o Leakware, che funziona come il Crypto Ransomware nel senso che cripta i file e chiede il riscatto, ma contiene anche la minaccia di pubblicare i dati sensibili online se il riscatto non viene pagato. Qui il danno ovviamente diventa doppio: non solo si rischia di perdere l'accesso a tutti i dati, ma si rischia anche che la propria vita privata o i segreti della propria azienda vengano esposti pubblicamente. Se ci pensiamo, anche il caso che ho citato prima, quello del sistema sanitario irlandese, partito come criptoransomware perché non conteneva alcuna minaccia di diffusione dei dati, si è poi trasformato di fatto in un doxware, perché sono state diffuse sul web le informazioni di tantissimi pazienti. Infine abbiamo il modello forse più inquietante: il ransomware as a service, o RaaS. In pratica i creatori del ransomware offrono il malware in affitto a criminali meno esperti. Quindi se io decido di fare un attacco ransomware contro una multinazionale e non ho le competenze tecniche per farlo, vado sul dark web, assoldo dei criminali che lo fanno al posto mio e in cambio di pagamento del riscatto incasso la mia percentuale. Capite anche voi che con la diffusione di servizi di questo tipo si spalancano le porte del crimine informatico praticamente a chiunque. Adesso che abbiamo capito cos'è il ransomware, dobbiamo capire: 1) come prevenirlo e 2) come reagire nel caso in cui malauguratamente ci capitasse. Per prevenire un attacco ransomware si devono adottare delle pratiche di sicurezza informatica che sono in realtà valide per proteggersi un po' da tutti i tipi di malware. La prima regola è la più semplice e spesso in realtà la più ignorata: fare backup regolari. Tutti i computer hanno ormai dei sistemi di backup che si possono automatizzare. Il mio consiglio è di salvare sempre una copia dei file più importanti su un disco esterno non collegato a internet o in un service cloud sicuro. Chiaramente aziende a denti pubblici che hanno una grande mole di dati dovranno organizzarsi di conseguenza e svolgere anche dei test, magari per verificare che il recupero dei dati sia semplice nel caso in cui il sistema principale sia in down. Salvare i dati in esterno ci permette di non dover cedere a nessun ricatto: "Mi hai bloccato i file? Poco male, ce li ho salvati altrove e li posso recuperare". Chiaramente dopo essermi assicurato di aver sanificato il sistema rimuovendo tutto il malware. Questo però, anche se permette il recupero dei dati bloccati, non impedisce in realtà all'hacker di fare una copia dei file e diffonderla su internet. Quindi come misura il backup non è sufficiente da solo. In gergo tecnico si dice che è una misura di recupero ma non di prevenzione. Una misura di prevenzione invece è quella di mantenere sempre aggiornati i sistemi operativi e i software che si utilizzano. Molti ransomware sfruttano delle vulnerabilità conosciute e già corrette dalla casa madre con aggiornamenti successivi. Facendo una metafora, immagina di aver installato alla porta di casa una serratura di una determinata marca e di essere contattato dall'azienda produttrice che ti dice: "Guarda che abbiamo scoperto che questa serratura è facile da aprire se si usa una forcina, quindi ti reinstalliamo gratuitamente una nuova serratura se vuoi." Se non la installi, qualunque ladro che vede la tua serratura vecchia sa che con una forcina la può aprire. Lo stesso vale con le patch di sicurezza dei software e dei sistemi operativi. Nella stragrande maggioranza dei casi vengono rilasciati proprio per sistemare delle falle che sono emerse. Un'altra misura, magari più scontata, è quella di usare un buon antivirus, o più correttamente anti-malware, sempre aggiornato, configurandolo in modo da bloccare tutte le connessioni sospette. Non è una garanzia assoluta, ma può intanto bloccare gli attacchi più semplici o comunque analizzare i file sospetti che sono stati scaricati. E qui arrivo a un altro consiglio scontato che scontato non è: non aprire allegati o link sospetti, anche se arrivano da contatti noti. Il phishing, che abbiamo visto la scorsa settimana, è spesso il cavallo di Troia del ransomware e di tantissimi altri tipi di malware. Quindi, per vedere come riconoscere una mail di phishing, ovviamente ti rimando al relativo video. Un ultimo consiglio che do sempre e che riguarda per lo più aziende ed enti pubblici è: formate il personale. Non serve che i dipendenti diventino tutti degli hacker, ma sapere cosa sono queste minacce e come funzionano è già metà della difesa. Ricordiamoci sempre che l'essere umano è il sistema in assoluto più facile da violare e che un attacco mirato rivolto al personale può rendere vane tutte le misure di sicurezza dette finora. Mettiamo però che nonostante tutte queste misure un hacker riesca comunque a installare un ransomware sui nostri sistemi. A questo punto sorge una domanda amletica: pagare o non pagare? Questo è il dilemma. In linea generale la risposta è no, non si dovrebbe pagare, per diversi motivi. Innanzitutto, pagando si alimenta il mercato criminale. Ogni euro versato è un incentivo per i gruppi che si avvalgono del ransomware a colpire ancora, e oltretutto non c'è alcuna garanzia che dati verranno davvero restituiti o che il malware verrà rimosso. Spesso dopo il pagamento gli hacker spariscono o forniscono chiavi di decriptazione difettose oppure si sbloccano i file che però intanto hanno copiato integralmente e rivenduto sul dark web. Quindi abbiamo perso comunque sia soldi che dati. Tra l'altro nei contesti aziendali è possibile stipulare delle assicurazioni che proteggano proprio in caso di attacchi hacker e in molti casi Queste assicurazioni non coprono il risarcimento se scoprono che è stato pagato il riscatto senza una strategia autorizzata. L'approccio migliore e più responsabile, soprattutto per aziende e pubbliche amministrazioni, ma vale anche per i privati, è denunciare immediatamente l'attacco alla polizia postale. Se poi l'attacco si verifica in un ente o in un'azienda soggetta all'applicazione della NIS2, si dovrà seguire anche tutto l'iter di notifica dell'incidente al CSIRT. E tutte queste cose vanno fatte prima di pagare alcun riscatto. Quindi vedete l'avviso del ransomware, foto allo schermo, staccate tutto, isolate il dispositivo e cercate assistenza. Tra l'altro segnalo che esiste un sito molto utile sviluppato su iniziativa dell'Europol che si chiama No More Ransom, che ora vediamo insieme. Ecco qua, questo è il sito No More Ransom dell'Europol che parte proprio appunto chiedendo se serve aiuto per sbloccare i file senza pagare gli hacker. Cliccando sì veniamo rimandati a una pagina in cui si può indicare qualche informazione in più sul ransomware e ricevere assistenza. Vi dico anche che nella home, scorrendo, troviamo un consiglio che è proprio quello di non pagare il riscatto, e dice che se inviate il vostro denaro ai criminali, date conferma del funzionamento del ransomware e non c'è la garanzia di ricevere la chiave per decriptare. Quindi Il consiglio dell'Europol è proprio quello di non pagare il riscatto. NoMoreRansom ha raccolto una serie di informazioni sui principali tipi di ransomware, raccogliendo anche delle chiavi per decifrare quei tipi di ransomware che ovviamente sono i più semplici e i più diffusi. Quindi se dalla schermata che mi è comparsa sul computer è chiaro quale tipo di ransomware è, oppure me lo dice la pagina CryptoSheriff, questo, quindi io ho chiesto assistenza e mi hanno comunicato qual è il mio ransomware, Andando poi sulla pagina strumenti di decriptazione, posso cercare il ransomware che mi ha colpito e andare a vedere se è stato sbloccato. Ad esempio, ne prendo uno a caso: Cry9, progettato per decriptare file criptati da Cry9. Per maggiori informazioni, si prega di vedere questo guida come fare. Quindi io guardo la guida, mi compare in inglese, ma ovviamente si può tradurre, e poi posso scaricare la chiave di decriptazione. Ovviamente, se abbiamo dei dubbi su qualcosa, ci rivolgiamo a un o chiediamo direttamente al sito dell'Europol che ha sviluppato appunto questo strumento utilissimo. Quindi come vedete il ransomware si evolve, ma per fortuna si evolvono anche gli strumenti di contrasto. Bene, spero che questo video vi sia stato utile per capire meglio cos'è un ransomware, come agisce e soprattutto come proteggersi. Se vi è piaciuto lasciate un like, iscrivetevi al canale e attivate la campanella per non perdervi i prossimi contenuti. Soprattutto il video di domani, in cui vedremo insieme il caso più eclatante di ransomware. Non voglio spoilerare troppo, ma vi dico solo che il nome dell'attacco si traduce con "voglio piangere" e in effetti ha fatto piangere parecchie persone. A domani! 12 maggio 2017. Un medico in un pronto soccorso londinese ha davanti a sé un paziente con un infarto in corso. Ma lo schermo del suo computer resta nero. Quando finalmente si riaccende, compare una schermata rossa accompagnata da un messaggio terrificante: "I tuoi file sono stati criptati. Paga $300 in Bitcoin entro 3 giorni o saranno persi per sempre." Il medico non riesce ad accedere alla cartella clinica, non può vedere gli esami, non può nemmeno chiamare dei colleghi o un'ambulanza attraverso il sistema. E non è il solo. In pochi minuti la stessa schermata appare in altri ospedali, aziende, stazioni ferroviarie, università banca e uffici pubblici in tutto il mondo. Nessuno capisce cosa stia succedendo, ma è chiaro che qualcosa di enorme è appena iniziato. Quel qualcosa si chiama WannaCry, un nome che è diventato leggenda nel mondo della cyber security e che a distanza di qualche anno continua a essere studiato, temuto e citato come uno dei più gravi attacchi informatici della storia. Ma per capire bene cosa è successo dobbiamo partire dall'inizio. WannaCry è un tipo di ransomware, ovvero un malware che blocca l'accesso ai file di un computer e chiede un riscatto in denaro, solitamente in criptovaluta, per sbloccarli. Ma non era un semplice ransomware, era anche un crypto worm. Questo significa che non aveva bisogno dell'interazione dell'utente per diffondersi. Non serviva cliccare su un link sbagliato o aprire una mail sospetta. Bastava che il computer fosse connesso a internet e avesse determinate vulnerabilità sfruttate dal malware e WannaCry faceva il resto. La sua potenza distruttiva risiedeva proprio in questo: si propagava da solo sfruttando una falla nei sistemi operativi Windows attraverso una vulnerabilità nota come SMBv1, una tecnologia ormai obsoleta ma ancora presente in milioni di sistemi in tutto il mondo. Ormai sappiamo tutti che i sistemi operativi di computer e smartphone possono avere delle vulnerabilità, no? Dei punti deboli che un attaccante può sfruttare per eseguire l'attacco. Ogni giorno ci sono migliaia di persone che cercano queste vulnerabilità e cercano anche modi per sfruttarle. Alcuni lo fanno con buone intenzioni, perché ci sono anche dei premi per chi trova delle vulnerabilità, è una cosa che permette di rendere un sistema più sicuro. Altri invece le scoprono e le utilizzano per fini criminali. Una volta che viene scoperta e resa pubblica una vulnerabilità, la casa madre corre ai ripari e rilascia delle patch di sicurezza, cioè degli aggiornamenti che risolvono quella vulnerabilità e la rendono non sfruttabile. Ed è proprio quello che aveva fatto Microsoft con la vulnerabilità SMBv1, che era stata da tempo risolta. Il problema è che non tutti avevano installato la patch di sicurezza, anzi alcuni utilizzavano ancora delle versioni così vecchie di Windows da non riuscire proprio a installare gli aggiornamenti, perché erano incompatibili con il loro sistema. Il nostro WannaCry è riuscito a infiltrarsi in tutti i computer che utilizzavano ancora SMBv1 nonostante Microsoft avesse dichiarato che non era più sicura. Ma da dove veniva questo ransomware e soprattutto chi c'era dietro? La chiave per capire tutto si chiama EternalBlue. EternalBlue è un exploit, cioè una porzione di codice che sfrutta una vulnerabilità per prendere il controllo di un sistema. EternalBlue sfruttava proprio la vulnerabilità SMBv1 e attenzione, non era stato sviluppato da dei criminali informatici, ma dalla NSA, l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Proprio così, WannaCry si è diffuso usando un'arma digitale creata da un'agenzia governativa americana. Sembra una cosa da film, ma è esattamente quello che è successo. EternalBlue doveva rimanere una cosa segreta, la NSA l'aveva creato con lo scopo di usarlo come una specie codice di grimaldello informatico per aprire i sistemi dei nemici. E ovviamente non doveva diffondersi. Ma qualcosa andò storto. Un gruppo di hacker chiamato The Shadow Brokers riuscì a sottrarre il codice dall'arsenale dell'NSA e nell'aprile 2017 lo pubblicò online. All'epoca si parlò di una delle fughe di notizie più gravi mai accadute nel mondo dell'intelligence. Quello che forse nessuno immaginava era che Appena un mese dopo, EternalBlue sarebbe stato utilizzato in un attacco su scala globale. Il 12 maggio 2017, senza preavviso, WannaCry esplose come una bomba informatica. Inizia dalla Spagna, dove l'operatore telefonico Telefónica, una specie di telecom, fu costretto a ordinare ai propri dipendenti di spegnere tutti i computer e poco dopo a diramare un avviso in cui raccomandava anche ai propri clienti di spegnere i computer. A causa di un attacco informatico in corso. In poche ore l'infezione si propagò poi nel Regno Unito, in Giappone, India, Cina, Germania, Russia, Stati Uniti e anche Italia. Furono colpite università, banche, sistemi ferroviari, ospedali, multinazionali del calibro di FedEx, Nissan, Honda, Renault. I sistemi colpiti superarono i 200.000 in meno di 3 giorni. Uno degli aspetti più drammatici fu proprio la paralisi delle infrastrutture sanitarie. Il Sistema Sanitario Nazionale Britannico, l'NHS, fu uno degli obiettivi più colpiti. Sembrava che ogni computer in ogni ospedale britannico fosse in down. In alcune zone tornarono addirittura a essere utilizzati fax per comunicare tra i reparti. E tutto perché decine di ospedali si basavano ancora su Windows XP, un sistema obsoleto in cui non potevano neanche essere più installati gli aggiornamenti di sicurezza. E questo per paura che le nuove versioni potessero mandare in tilt dei macchinari delicati come ecografi, o scanner di risonanza. Per 24 ore la situazione restò nel panico più totale. Non si parlava d'altro. Proprio quando sembrava che non ci fosse modo di fermare il disastro, però, è accaduto qualcosa di inaspettato. Un giovane ricercatore informatico britannico, conosciuto online come MalwareTech, stava analizzando il codice del malware per capirne il comportamento. Tra le righe di codice ha notato qualcosa di anomalo. Il programma cercava di connettersi a un dominio, quindi a un indirizzo web, composto da una stringa apparentemente casuale di lettere e numeri. Ma quel dominio non esisteva! Era come se il malware stesse cercando di telefonare a un numero inesistente prima di agire. Incuriosito, MalwareTech ha deciso di registrare quel dominio. Appena l'ha fatto, è accaduto qualcosa di sorprendente: i server infetti hanno iniziato a fermarsi e la diffusione del virus si è bloccata. Senza volerlo aveva attivato una funzione nascosta chiamata kill switch. In pratica, il malware era programmato per verificare se quel dominio fosse raggiungibile. Se non lo era, continuava a propagarsi, ma se invece era raggiungibile smetteva di criptare file e di diffondersi. Era come un comando segreto, una specie di parola d'ordine che diceva al virus di fermarsi. Non possiamo sapere con certezza perché gli hacker abbiano inserito questa funzione. Forse era un modo per controllare l'attacco da remoto e fermarlo a piacimento, Forse era un errore di sviluppo, forse era un esperimento. Fatto sta che quella decisione apparentemente banale, grazie all'intervento di MalwareTech, ha salvato il mondo digitale da quella che poteva essere una catastrofe di dimensioni ancora più grandi. Non ha cancellato l'attacco, ma lo ha quantomeno contenuto, dando tempo a Microsoft e agli amministratori di sistema di correre ai ripari. Microsoft, fra l'altro, in via del tutto eccezionale, ha rilasciato delle patch di sicurezza contro WannaCry anche per sistemi operativi ormai totalmente obsoleti. Compreso Windows XP, che era appunto quello utilizzato negli ospedali britannici. Ma una domanda dovrebbe ormai sorgere spontanea: chi c'era dietro a WannaCry? Delle analisi condotte da aziende della sicurezza informatica come Kaspersky e Symantec hanno trovato nel codice del ransomware delle somiglianze con altri malware attribuiti al gruppo Lazarus, che è un gruppo hacker finanziato dal regime nordcoreano. Ovviamente si è pensato subito che quelle somiglianze volessero essere proprio la firma d'arte del gruppo, che poteva magari rivendicare l'attacco. Nel dicembre 2017, il governo degli Stati Uniti ha ufficialmente accusato la Corea del Nord di essere responsabile dell'attacco. Non era solo una frecciatina, questa accusa rappresentava proprio un atto formale di attribuzione, un passaggio raro e delicato nel mondo della diplomazia internazionale. La Corea del Nord chiaramente ha negato ogni coinvolgimento e ad oggi non abbiamo la certezza certezza di chi ci fosse effettivamente dietro all'attacco. Al di là dei responsabili, il bilancio del ransomware è stato devastante. I danni economici derivanti dal blocco dei sistemi sono stati stimati in un importo fra i 500 milioni e i 4 miliardi di dollari. E non parlo del riscatto, parlo proprio di aziende che hanno perso intere giornate di lavoro, di ospedali che hanno dovuto sospendere le operazioni, di governi e università che si sono trovati improvvisamente senza accesso ai propri dati. E tutto questo per un guadagno diretto in realtà irrisorio, perché i riscatti pagati ammontano a circa $100.000. Il motivo per cui il guadagno è stato così basso è che molte vittime hanno deciso di non pagare, consapevoli che in realtà non c'era alcuna garanzia di riavere i propri file. E perché fortunatamente il kill switch trovato dal ricercatore britannico MalwareTech ha bloccato l'infezione prima che potesse continuare a moltiplicarsi. E quindi la vera domanda è: cosa possiamo imparare da questo attacco? Innanzitutto che aggiornare i propri sistemi e le proprie applicazioni è fondamentale. La patch che avrebbe evitato WannaCry era già disponibile da mesi, ma non tutti l'avevano installata. Serve quindi un cambio di mentalità. Non possiamo più trattare gli aggiornamenti come se fossero degli optional, perché anche se a volte rallentano un po' il sistema o hanno dei bug spaziali sono in realtà fondamentali per contrastare tutti i malware che fanno leva sulle vulnerabilità note. La seconda lezione che impariamo è che spesso le peggiori armi vengono proprio realizzate da chi dovrebbe tenerci al sicuro. WannaCry si è basato per la maggior parte su un pezzetto di codice creato proprio dall'Agenzia di Sicurezza Nazionale americana. Eppure è finito nelle mani sbagliate. La terza lezione è che effettivamente pagare il riscatto non è detto che serva, anzi è fortemente sconsigliato. Alla fine è venuto fuori che non tutti coloro che hanno pagato hanno riavuto indietro i propri dati, così come non tutti quelli che si sono rifiutati di pagare hanno perso i loro dati. Su tutti i motivi per cui è meglio non pagare il riscatto comunque vi rimando al video sul ransomware che ho pubblicato ieri. Oggi WannaCry non è più una minaccia attiva nella sua forma originaria, ma ci sono ancora decine di varianti nate dalla sua struttura. Alcune di queste sono ancora in circolazione, modificata per aggirare il kill switch o sfruttare nuove vulnerabilità. Quello che noi possiamo fare è tenere presente che un malware potrebbe capitare a chiunque di noi e che adottando pratiche di sicurezza anche basilari possiamo diminuire il rischio a cui siamo esposti. Se sei arrivato fino a qui, grazie per avermi seguito in questo viaggio nella storia di uno degli attacchi informatici più eclatanti di sempre. Fammi sapere nei commenti se conoscevi già WannaCry o se hai mai vissuto un attacco simile in prima persona. Noi ci rivediamo al prossimo video.










