⚠️ CYBERBULLISMO: perché non va sottovalutato

In questo video Veronica Paolucci spiega perché il cyberbullismo è un fenomeno più pervasivo, più crudo e più dannoso rispetto al bullismo tradizionale. Dopo una vivida ricostruzione immaginaria del bullismo scolastico, la conduttrice introduce il concetto di cyberbullismo, ne cita l’origine del termine (Bill Belsey) e la definizione giuridica italiana (Legge 71/2017). Analizza le caratteristiche distintive – facilità di attacco, distanza emotiva, pervasività, permanenza dei contenuti e viralità – e le confronta con il bullismo “offline”. Condivide esperienze personali, sia da vittima di bullismo in adolescenza sia da bersaglio di insulti online da parte di adulti, per illustrare l’impatto psicologico. Riporta una serie di casi emblematici, sia internazionali (Ryan Halligan, Megan Meier, Phoebe Prince) sia italiani (Andrea Spezzacatena, Carolina Picchio, Michele Ruffino, Paolo Mendico), descrivendo le dinamiche, le conseguenze tragiche e le reazioni legislative. Poi fornisce consigli pratici per genitori e adolescenti: uso di parental‑control, costruzione di un clima di fiducia, segnalare gli abusi, contattare il numero di emergenza 19696. Presenta inoltre Zanshin Tech, un “arte marziale digitale” che insegna difesa online a partire dagli 11 anni, e invita a partecipare ai dojo presenti in Italia. Conclude ringraziando la community, invitando a condividere esperienze e annunciando un prossimo video su Amanda Todd.
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Immaginate di poter tornare indietro nel tempo agli anni della vostra adolescenza. Siete nel cortile della scuola durante l'intervallo, siete con i vostri amici, ma purtroppo c'è anche quel gruppo di ragazzi dell'ultimo anno, quelli che tutti temono un po'. A un certo punto, un po' per gioco, un po' per noia, vi prendono di mira e iniziano a spintonarvi e a prendervi in giro con soprannomi che odiate. Gli altri ragazzi della scuola non intervengono, anche loro sono spaventati e poi non sanno neanche bene come reagire. Finalmente il suono della campanella vi salva. Tornate in classe, seguite le lezioni e quando la sera tornate a casa sapete che i vostri bully non possono raggiungervi. È vero, domani sarete costretti a rivederli in cortile, ma alla fine dell'anno loro finalmente cambieranno scuola e non dovrete più preoccuparvi di loro. Ora torniamo nel presente. Immaginate di avere un figlio o una figlia adolescente. È sera, siete tutti a casa, avete appena finito di cenare e vi mettete a guardare un film. Ma Vostro figlio invece è in camera sua, sdraiato sul letto a scorrere i social. All'improvviso il suo telefono vibra. Arriva un messaggio, poi un altro, poi un altro ancora. Sono quelli del gruppo della classe e stanno parlando di lui. Ridono di quella foto che qualcuno ha scattato oggi a scuola quando lui è inciampato. La foto è già stata condivisa in altri gruppi, pubblicata sui social, resa un meme e anche uno sticker di WhatsApp. Anche i suoi compagni più timidi, che dal vivo non avrebbero mai il coraggio di prenderlo in giro, dietro a una tastiera si scatenano con commenti veramente crudeli. Lui legge tutto, non può fare a meno di leggere. Prova a protestare, ma lo chiamano frignone e diventano ancora più cattivi. Il telefono continua a vibrare. Sono le 10 di sera, ma il cortile della scuola è lì, nel suo letto. I bulli sono con lui. Non c'è una campanella che possa salvarlo. Nemmeno casa sua è più un rifugio. Questa è la differenza fra il bullismo che hanno vissuto le persone più grandi e il cyberbullismo che conoscono i ragazzi di oggi. Non è solo una questione di tecnologia, è proprio una trasformazione profonda profondare il fenomeno che lo rende più pervasivo, più crudele e più impattante sulla psiche delle vittime. Ma per capire bene di cosa si tratta e come combatterlo, dobbiamo partire dall'inizio. Ciao a tutti e benvenuti in questo nuovo video. Sapete ormai che il canale è dedicato alla tecnologia e a tutti i rischi che porta con sé, per favorire un uso più consapevole del nostro telefono, del nostro computer, di tutti i nostri dispositivi. Il cyberbullismo bullismo non è un pericolo tecnologico in senso stretto, ma è sicuramente uno degli usi più terribili della tecnologia. E questo anche se non comporta la presenza di un hacker o l'uso di un malware. Quindi mi sembra uno di quei temi un po' al limite, come la truffa romantica, come revenge porn, di cui comunque è doveroso parlare. E vorrei iniziare proprio dal termine che descrive questo fenomeno. La parola cyberbullismo viene coniata da un insegnante canadese di nome Bill Belsey, che nei primi anni 2000 inizia a compare un fenomeno strano. I suoi studenti parlano di messaggi offensivi ricevuti via mail o SMS e di pettegolezze, cattiverie che circolano su internet, ad esempio all'interno di forum o nelle chat room. Non si tratta delle normali scaramucce fra adolescenti. Spesso c'è qualcuno che viene preso di mira e che subisce attacchi ripetuti e sistematici. È bullismo, certo, ma avviene su internet, non faccia a faccia. Da qui il nome cyberbullismo. In Italia esiste una definizione giuridica della Legislativa di cyberbullismo che trovo perfetta e che voglio leggervi. Ai fini della presente legge, per cyberbullismo si intende qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto di identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica nonché la diffusione di contenuti online aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore, il cui scopo intenzionale predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso o la loro messa in ridicolo. Mi sembra una definizione estremamente completa che copre tutti i possibili modi in cui un minorenne può essere vittima di questo fenomeno. Adesso che abbiamo visto quindi qual è la definizione anche giuridica di cyberbullismo, beh, Vediamo nel dettaglio quali sono le caratteristiche di questo fenomeno e come si differenzia dal bullismo normale, diciamo. In primo luogo, il cyberbullismo è più facile da compiere. Il bullo normale deve essere fisicamente presente, deve guardare la sua vittima negli occhi, può anche rischiare di essere visto da un adulto. Il cyberbullo invece può colpire da casa sua a qualsiasi ora del giorno e della notte, non rischia neanche di essere scoperto se sa un po' come nascondersi. Inoltre ha un maggior senso di distacco dalla vittima. Vittima che viene in qualche modo spersonalizzata, cosa che crea nel bullo anche un po' una sensazione di non responsabilità. È un po' la differenza fra pensare di sparare nei videogame a qualcuno oppure sparare a qualcuno nella vita reale. Sembra tutto un po' irreale quando siamo dietro uno schermo. Un'altra caratteristica del cyberbullismo è la pervasività. Gli insulti e le prese in giro nel bullismo normale sono limitate a uno o due ambiti della vita della vittima, ad esempio la scuola o lo sport, cosa che permette quindi alla vittima di evitare il problema quando non si trova nel posto in cui viene bullizzato. Il cyberbullismo invece avviene online su tutti i canali in cui una persona può essere colpita, quindi gruppi WhatsApp, social media e così via. Va chiarito che un ragazzo che subisce cyberbullismo non ha mai pace, anche quando è a casa sua o in qualche posto sicuro continuano ad arrivargli notifiche con cui viene preso in giro davanti a tantissima altra gente. Qui qualcuno, mi aspetto che possa dire: eh, ma perché i giovani di oggi stanno troppo al cellulare. Sicuramente è vero, per carità, ma il punto è che non è che se un ragazzo smette di guardare il telefono il problema scompare, perché gli insulti non vengono quasi mai rivolti a lui direttamente in privato. Il bullo fa di tutto perché vengano visti da più persone possibile. Quindi se lui non guarda il cellulare, non ha neanche quel briciolo di controllo per provare a dire: vabbè, fammi capire che cosa stanno dicendo di me. Se lui mette via il telefono e non lo guarda, la presa in giro e gli insulti vanno avanti e lui non ha possibilità di fare nulla, di screenshotare, di dirlo ai suoi genitori. Quindi l'unica arma che ha è guardare, ma è anche ovviamente la cosa che gli fa più male. La terza caratteristica fondamentale di questo fenomeno è la permanenza. Nel cortile un bullo ti lanciava un insulto, magari ti spintonava, ti dava un pugno, ma la cosa nasceva e moriva lì. Quello che viene pubblicato online invece resta, magari non per sempre, magari alcuni commenti vengono rimossi, dei provvedimenti vengono presi, c'è il diritto all'oblio, ad esempio la possibilità di cancellare contenuti che ci riguardano. Ma è inutile negare che le prese in giro ricevute online, le foto e i video che vengono fatti girare, tendono a restare online per molto tempo, moltiplicandosi fra l'altro man mano che altre persone ricondividono questi contenuti. Posso provare a togliere un video che mi riguarda, con cui mi stanno bullizzando, da Instagram, ma non posso impedire alle persone che lo hanno girato, che lo hanno registrato, registrato di averlo nei loro cellulari. Quindi posso toglierlo in quel momento, ma non posso controllare che non venga fatto girare in altri canali. Questa permanenza, fra l'altro, porta anche a un altro problema, o più che altro a un'assenza di soluzione. E su questo vi faccio un esempio personale. Quando ero alle medie sono stata un pochino bullizzata, venivo un po' presa in giro per il mio aspetto fisico, per gli occhiali, perché non vestivo di marca. Insomma, avevo alcuni compagni di classe che anche senza diventare mai crudeli, restavano sempre comunque un po' abbastanza antipatici e mi facevano sentire a disagio. Quando è arrivato il momento di scegliere dove andare alle superiori, io ho scelto un liceo in cui, per fortuna, della mia classe delle medie non andava nessuno. E quindi ho avuto la possibilità di iniziare da zero, di farmi dei nuovi amici che non mi conoscevano e di non vedere mai più i miei compagni delle medie che mi davano più fastidio. Mi sono chiesta spesso cosa sarebbe successo se io fossi nata 10-15 anni più tardi, perché Oggi c'è sempre la possibilità di cambiare scuola, ma se diventi famoso tuo malgrado per la quantità di prese in giro o di foto tue che vengono fatte girare, anche cambiando ambiente rischi di trovarti sempre in un posto in cui quello schema viene ripetuto. E oltretutto i tuoi bulli della scuola precedente possono comunque continuare a perseguitarti, tanto non hanno bisogno di vederti per prenderti in giro, possono tranquillamente continuare con gli insulti online come hanno fatto fino a questo momento. L'ultima caratteristica molto importante è la viralità. Col bullismo tradizionale, quello che succede nel cortile della scuola resta nel cortile della scuola. Le voci possono girare, certo, ma l'ambito rimane comunque molto più limitato. Online invece sono gli stessi algoritmi dei canali social a spingere contenuti e a farli arrivare a molte più persone, che a loro volta, essendo dietro uno schermo, si sentiranno un po' libere di portare ancora avanti la catena di insulti e le prese in giro. Tra l'altro, non possiamo pensare che nel cyberbullismo i cattivi siano solo dei ragazzini. Anzi, la cosa più pericolosa di questo fenomeno è quanto spesso anche gli adulti prendano parte a queste molestie. Penso che ormai tutti abbiamo sperimentato sulla nostra pelle una qualche forma di odio online e ci siamo resi conto di quanto anche persone adulte, di qualsiasi età, di qualsiasi professione, di ogni tipo, siano in grado di essere cattive, velenose quando si trovano dietro a una tastiera. Tornando sempre a un esempio personale, di recente il canale Succo di Mela Podcast, quello con cui avevo fatto un'intervista qualche tempo fa, ha pubblicato un video su TikTok in cui parlavo dell'uso sbagliato che alcuni avvocati fanno dell'intelligenza artificiale. Era solo un pezzettino di video estrapolato dall'intervista completa, quindi anche un po' fuori contesto, per cui poteva anche essere frainteso, per carità. Ma non avete idea della valanga di insulti che ho ricevuto. Ho avuto colleghi avvocati di 50-60 anni che mi hanno detto cose che non mi hanno fatto dormire la notte per livello di cattiveria gratuita. Quando ho letto quelle cose ci sono rimasta molto male, mi hanno ferita, ma sono riuscita comunque a passare oltre perché ho 30 anni, ho le spalle larghe, conosco il mio valore. Ma provate a pensare se cattiverie di questo tipo le leggesse un ragazzo o una ragazza di 13-14 anni, scritte da un adulto. Io non riesco veramente a immaginare l'impatto traumatico che un'esperienza del genere può avere su una mente che si sta ancora formando, su una personcina che ancora deve stabilire e rafforzare la propria identità. Quando ci penso, vi giuro, mi viene da piangere. Quindi non andrò oltre con queste riflessioni, anche perché voglio parlarvi di alcuni casi reali che ci aiuteranno a capire ancora meglio l'impatto del fenomeno. Il primo caso documentato di cyberbullismo risale, pensate un po', al 2003. Praticamente il cyberbullismo esiste da quando internet è arrivato nelle case dei cittadini comuni. La vittima è Ryan Halligan, un tredicenne statunitense, un ragazzo tranquillo e un po' introverso. Alcuni compagni di scuola avevano iniziato a prenderlo di mira, inizialmente solo in classe, poi anche online usando MSN Messenger, che per chi non si ricorda cos'è o non lo ha mai usato era una chat istantanea che possiamo considerare un po' il precursore di WhatsApp. Ogni volta che il ragazzo li vedeva a scuola veniva tormentato e ormai nemmeno a casa aveva un po' di pace perché gli insulti continuavano in chat. Il 7 ottobre 2003 Ryan si toglie la vita. Il padre, distrutto dal dolore, inizia a scavare nella vita del figlio. Scopre le chat, legge messaggi e capisce fino in fondo l'entità della persecuzione subita. Decide immediatamente di ottenere giustizia per il figlio e anche di aumentare la consapevolezza sul fenomeno, tanto che la sua testimonianza contribuì all'approvazione nel 2004 di una delle prime leggi anti-bullismo degli Stati Uniti. Nel 2006 è il turno di Megan Meyer, anche lei statunitense, anche lei di 13 anni. Viene contattata da un ragazzo su MySpace e iniziano a scriversi. Lui si mostra fin da subito molto preso, tanto che riesce a farla innamorare di sé e a farsi raccontare segreti e confidenze. Poi dal nulla inizia a insultarla e a trattarla malissimo. Megan, come diranno poi anche i genitori, era una ragazza già molto fragile, insicura, avendo fra l'altro appunto solo 13 anni. E non reggendo il colpo subito, decide anche lei di togliersi la vita. In seguito si scoprì che il profilo di questo ragazzo era falso e che dietro c'era in realtà la madre di una sua ex amica, a ulteriore riprova del fatto che questo fenomeno non può essere considerato una semplice ragazzata, dato che anche gli adulti possono comportarsi da bulli online e a volte lo fanno. Nel 2010 ci fu uno dei primi processi per cyberbullismo, sempre negli Stati Uniti, in cui furono incriminati vari compagni di scuola di Phoebe Prince, ragazza di 15 anni di origine irlandese. Un gruppo di bulli l'aveva presa di mira e si divertiva a insultarla sia di persona sia via messaggio e su Facebook. Book. Dopo mesi di persecuzione, anche Phoebe, come Ryan e Megan prima di lei, decide di togliersi la vita perché non ne poteva veramente più. Un altro episodio molto famoso è avvenuto nel 2012 in Canada, è il caso di Amanda Todd. Ma a lei vorrei dedicare il video della prossima settimana perché permette di far capire fino in fondo come il cyberbullismo può incidere sulla vita di una persona. Venendo invece a casi italiani, vorrei ricordare Andrea Spezzacatena, Carolina Picchio, Michele Ruffino e Paolo Mendico. Queste non sono chiaramente tutte le vittime di cyberbullismo in Italia, sono solo alcuni dei nomi. Capirete poi perché ho scelto di parlare di loro, ma vorrei con questo video ricordare in qualche modo anche tutti gli altri. Andrea Spezzacatena era di Roma, aveva 15 anni, e un giorno fece l'errore di presentarsi a scuola con un paio di pantaloni che per via di un lavaggio sbagliato erano diventati rosa. I compagni iniziarono a bullizzarlo pesantemente sia di persona che online, arrivando anche ad aprire una pagina Facebook che lo ha chiamata il ragazzo dai pantaloni rosa per prenderlo in giro. Sentendosi umiliato e isolato, Andrea il 20 novembre 2012, 3 giorni dopo il suo 15° compleanno, si impicca. La madre Teresa Manes scoprì solo dopo la morte del figlio l'entità del cyberbullismo che aveva subito. Negli anni seguenti ha scritto un libro intitolato Andrea oltre il pantalone rosa e ha portato la sua testimonianza nelle scuole per sensibilizzare su questo tema. La vicenda di Andrea, se vi interessa approfondire, è stata anche raccontata contata nel film del 2024 Il ragazzo dai pantaloni rosa. La cosa più tragica secondo me di questa vicenda è vedere quanto basti poco per trovare la scusa per prendersela con un ragazzo fino a portarlo al suicidio. Non che prendere in giro qualcuno per l'aspetto fisico, per l'apparecchio, per gli occhiali vada bene, ma qui si parla di un accanimento iniziato a causa di un lavaggio sbagliato. Sempre a novembre 2012, Carolina Picchio, 14enne di Novara, va a una festa e a un certo punto si addormenta o perde conoscenza. Dei ragazzi approfittano del suo stato per fare dei video mentre simulano atti sessuali con lei e diffondono poi quei video in varie chat e sui social. Carolina si trova sommersa da una balanga di commenti offensivi e volgari. Viene derisa e additata anche da adulti e anche da persone che nemmeno la conoscevano. Distrutta dalla vergogna e dal dolore, pochi mesi dopo, a gennaio 2013, si suicida. Lascia ai genitori un messaggio di addio in cui scrive: "Le parole fanno più male delle botte." «Ciò che è accaduto a me non deve più succedere a nessuno.» Il padre, Paolo Picchio, sconvolto ma determinato a ottenere giustizia, denunciò i responsabili e avviò una battaglia per rispettare l'ultimo desiderio della figlia, ovvero far sì che simili vicende non si ripetessero più. Da questo caso scaturì il primo processo italiano per cyberbullismo, che si concluse nel 2018 con delle misure rieducative per i colpevoli e la chiara affermazione che quelle condotte, anche se virtuali, non erano ragazzate, erano cose serie. Sul piano legislativo, l'ex insegnante di musica di Carolina, Elena Ferrara, divenuta senatrice, fu promotrice della Legge 71 del 2017 contro il cyberbullismo, chiamata anche Legge Carolina proprio in sua memoria. Da questa legge è tratta la definizione di cyberbullismo che vi ho riportato all'inizio del video. Il padre ha anche aperto una fondazione, la Carolina Onlus, volta a educare i giovani al rispetto online e a dare supporto a famiglie vittime. Nonostante l'impegno dei genitori di Carolina il fenomeno non è ancora stato arginato. Michele Ruffino, diciassettenne di Rivoli, fu deriso e vessato per anni dai coetanei a causa di alcuni problemi motori. I genitori provarono in più occasioni a denunciare la cosa, ma gli insulti non si fermarono, tanto che anche Michele il 23 febbraio 2018 si toglie la vita, non riuscendo più a sopportare la situazione. Persino dopo la morte alcuni bulli continuarono a prenderlo in giro, ridendo al suo funerale davanti alla bara e dicendo che aveva problemi anche da morto. Inoltre qualcuno rubò delle foto foto della sorella di Michele dai social per pubblicarle su siti di incontri, portando quindi avanti le prepotenze anche contro la sua famiglia. La madre, Maria Raso, da allora combatte per ottenere giustizia, anche perché il caso inizialmente fu archiviato come semplice suicidio. Michele Ruffino viene oggi ricordato nella sua comunità con iniziative dedicate, e il suo caso ha contribuito a far capire quanto gravi possano essere le conseguenze del bullismo reiterato su soggetti così vulnerabili. L'ultimo episodio di cui vorrei parlare è quello di Paolo Mendico, 14enne di Latina, che si è suicidato un mese e mezzo fa, l'11 settembre 2025, poche ore prima dell'inizio della scuola. A quanto pare, mantengo un punto di domanda perché le indagini non sono ancora finite, anche in questo caso siamo davanti all'epilogo di anni di bullismo e cyberbullismo. Fin dalle elementari il ragazzo veniva insultato con appellativi omofobi come Paoletto, Femminuccia e altri insulti che potete ben immaginare. Tutto a causa dei suoi capelli biondi un po' lunghini. Alle medie superiori Paolo avrebbe continuato a subire sia aggressioni fisiche sia vessazioni online attraverso varie chat di gruppo in cui veniva continuamente insultato, fino a decidere appunto di porre fine a questa sofferenza. Dopo la morte di Paolo, la procura ha aperto un'inchiesta per istigazione al suicidio e ha sequestrato cellulari e computer sia della vittima sia di alcuni coetanei per cercare di capire se le accuse della famiglia siano fondate e quindi se procedere penalmente fermamente contro i responsabili. Mi sono dilungata un po' su questi casi perché secondo me sono emblematici di due aspetti fondamentali. Il primo è che il cyberbullismo non è quella cosa che succede all'estero, ma è una cosa che succede anche qui in Italia in modo altrettanto grave. Il secondo è che gli insulti possono partire da qualunque cosa, non sono legati a un difetto preciso. Di tutti i casi che abbiamo visto non ce n'erano due uguali, solo l'epilogo era lo stesso. La domanda quindi diventa: cosa si può fare per contrastare il cyberbullismo? La prima cosa che possiamo fare tutti quanti è evitare di diffondere odio a nostra volta, quindi evitando di lasciare commenti cattivi sotto post o video delle persone, di ripubblicare foto e video creati per prendere in giro qualcuno, e così via. Non è che dobbiamo fingere che il mondo sia bellissimo e che ci vogliamo tutti bene, perché la realtà non è questa. Semplicemente, se vogliamo dire la nostra o fare una critica, facciamolo sempre con rispetto della persona che può esserci dall'altra parte, senza denigrare, sminuire o prendere in giro gli altri. Va da sé che quando dico fare una critica parlo della critica ai contenuti portati da qualcuno, non parlo invece di scelte di vita, modi di essere, cose che le persone non possono controllare. Criticare qualcuno perché è di un'altra religione, di un'altra etnia, di un altro orientamento sessuale, di un altro partito, o perché non ha l'aspetto fisico che per noi è quello che dovrebbe avere, rimane una cosa assolutamente sbagliata. Ed è anche questo cyberbullismo, anche se la nostra vittima è un adulto fatto e finito. Tra l'altro, approfitto di questa cosa per dirvi grazie. Io mi sento la persona più fortunata di YouTube, perché da quando ho creato il canale ad oggi avrò dovuto rimuovere sì e no 10 commenti offensivi. Per il resto ho sempre visto solo commenti positivi, critiche costruttive che mi hanno aiutato a crescere, precisazioni tecniche su cose che magari avevo spiegato in modo non del esatto, ma sempre scritte con un gran rispetto sia di me sia delle opinioni delle altre persone. Quindi anche se magari c'entra fino a un certo punto con questo video, volevo davvero ringraziare ognuno di voi per essere la miglior community che potessi desiderare. Era un pezzo che volevo dirlo. Venendo ai genitori di figli adolescenti e preadolescenti, quali sono le cose che voi potete fare? Fermo restando che io non ho figli, quindi assolutamente non pretendo di insegnarvi nulla su come si cresce un'altra persona, Voglio però dare il mio consiglio in qualità di consulente di cyber security. In primo luogo, questo molti di voi già lo sapranno, esistono tanti strumenti di parental control che potete utilizzare sui telefoni, computer, televisore, anche per aiutare i vostri figli a vivere più fuori dallo schermo che dentro. Questo aiuta molto nel cyberbullismo perché può servire a isolare in qualche modo all'interno del dispositivo le offese ricevute. Ovviamente ogni strumento ha la possibilità di essere aggirato e i vostri figli nascono Nascono già capaci di farlo, praticamente. Quindi non affidatevi solo alla componente tecnica per proteggerli. Punterei più magari a costruire un clima di fiducia. Se vostro figlio scopre che a sua insaputa leggete ogni suo messaggio e controllate tutto quello che fa su un telefono, cercherà di acquistare un po' di privacy aggirando i blocchi o facendo le cose di nascosto. Sarei quindi per consigliarvi invece un approccio più trasparente, chiedendo perché avete scelto di impostare dei blocchi, proponendogli di fare insieme un check ogni tanto dei messaggi che riceve, dei post che pubblica, degli amici che ha sui social e cose di questo tipo. Direi che forse il punto è essere presenti, sì, ma non invasivi, che è una cosa diversa. Ma ripeto, prendete questa come l'opinione di una persona che può capire fino a un certo punto. Su questo vorrei aggiungere due cose. Forse qui mi rivolgo quasi più ai ragazzi che ai genitori. Innanzitutto, il primo passo per uscire da una situazione di questo tipo è chiedere aiuto a qualcuno di fidato, come un genitore, un fratello maggiore, un insegnante, un allenatore. Per chi non si sente pronto a parlarne con qualcuno che conosce, ci sono anche numeri di telefono anonimi come il numero 19696 con persone pronte ad ascoltare e dare consigli senza giudicare. La seconda cosa invece riguarda un'iniziativa che ho conosciuto al Lucky in Bo di Bologna l'ultima volta che ci sono andata e vi faccio vedere direttamente il sito. Eccoci qua, questa è Zanshin Tech. Cos'è Zanshin Tech? Come dice il sito stesso, è la prima arte marziale digitale mai creata. Prendono proprio gli insegnamenti delle arti marziali ma li uniscono alle conoscenze tecnologiche tratte dal mondo della cyber security. È adatto a tutti dagli 11 anni in su e insegna a stare sicuri in rete e a difendersi da fenomeni come cyberbullismo, adescamento e altre aggressioni digitali. La cosa bella fra l'altro è che non è un banale corso online su come si sta correttamente su internet, ma è tutto in loco, quindi bisogna andare fisicamente nel dojo. Ci sono degli avanzamenti che richiamano le cinture delle arti marziali. Fra l'altro questi braccialetti li ho visti, sono veramente bellissimi. E quindi un ragazzino può imparare a difendersi e a stare correttamente su internet, quindi senza essere bullizzato, o meglio imparando a difendersi dagli eventuali cyberbulli, e senza chiaramente bullizzare. E allo stesso tempo può conoscere nuove persone, può avanzare nella sua strada prendendo vari braccialetti di colori diversi. Quindi credo che possa essere anche un'iniziativa divertente. Purtroppo questo è l'unico svantaggio: dovendo andare in presenza bisogna aspettare che aprano un po' di dojo in tutta Italia. In questo momento i dojo sono solo 4, sono a Genova, Roma, Milano e Modena. Però vi dico, se siete di queste città, valutate veramente di iscrivervi o di iscrivere i vostri figli, perché penso possa essere un'esperienza oltre che molto utile anche veramente illuminante. Bene, come sempre, spero che il video di oggi vi sia piaciuto. Paradossalmente per me è più difficile parlare di questi temi così delicati che delle tecniche di hacking super complicate. Ma penso che sia un argomento di cui si parla sempre troppo poco. Approfondiremo ancora di più il tema nel video della prossima settimana dedicato ad Amanda Todd, anche lei vittima di cyberbullismo. Nel frattempo, se vi va, condividete nei commenti le vostre esperienze, se ne avete, di cyberbullismo, di quello che avete subito, di quello che persone che conoscete hanno subito, così riusciamo a sviluppare magari anche un dialogo su questo. A presto!










