⚠️ HACKER: sai davvero cosa significa?

Il video di Veronica Paolucci analizza il significato della parola “hacker”, partendo dalle sue radici negli anni ’60 al MIT, dove indicava creatività e ingegneria elegante, fino alla trasformazione in un termine associato a criminalità grazie a film (WarGames) e casi mediatici (i 414). Vengono distinti i concetti di hacker e cracker e presentata una tassonomia a tre cappelli (white, black, grey) con le relative sottocategorie: ethical hacker/penetration tester, blue/red/purple team, bug‑bounty platforms, ransomware‑as‑a‑service, gruppi criminali organizzati (es. Carbanak), script kiddies, ingegneri sociali, minacce interne, cyber‑terrorismo, APT e operazioni state‑sponsored (Stuxnet, Lazarus). Si descrivono esempi di grey hat (Cisco Gate, hacktivisti come Snowden e Anonymous, hacker ambigui come Charlie Miller) e il percorso di trasformazione di figure celebri (Kevin Mitnick). Il discorso si conclude sottolineando la complessità dell’ecosistema hacker, la continuità del valore originario di curiosità e pensiero laterale, e invita a non associare automaticamente il termine a criminalità, ma a riconoscere le molteplici motivazioni ed etiche presenti.
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Immaginate di dover scaricare un modulo dal sito del vostro comune, una cosa da 5 minuti, ma il sito non si apre. Riprovate più tardi, ancora nulla. Alla sera al telegiornale scoprite che non si è trattato di un guasto, è stato un attacco hacker. Ma chi c'è dietro? Un gruppo di cybercriminali che chiede un riscatto? Un attivista digitale che vuole protestare contro lo Stato? Un ragazzino che vuole solo fare dei danni per gioco? Oppure si tratta di un'operazione finanziata da un governo straniero? L'universo degli hacker è molto più complesso e sfumato di quanto comunemente si creda. La parola hacker evoca subito l'immagine stereotipata di un uomo con la felpa col cappuccio davanti a uno schermo nero pieno di numerini verdi, ma questa è solo una piccolissima parte di una realtà molto più articolata, con una storia ricca, interessante e in continua evoluzione. Ma andiamo con ordine. Ciao a tutti e benvenuti in questo nuovo video. Devo farvi una confessione: ogni volta che nei miei video uso la parola hacker come sinonimo di criminale informatico, mi piange il cuore. È una parola che in realtà nasce come concetto positivo, o quantomeno neutro, e che oggi invece viene associata solo a malintenzionati e criminali. Per capire però perché dico che nasce con un'accezione positiva, dobbiamo fare un passo indietro. La nascita del Il concetto di hacker risale agli anni '60 all'interno dell'MIT, il Massachusetts Institute of Technology, una delle più importanti università di ricerca del mondo. Con l'avvento delle primissime forme di informatica iniziò a crearsi una comunità di studenti brillanti e super appassionati di tecnologia che amavano spingersi anche oltre i limiti dei primi sistemi informatici. Il primo a utilizzare la parola hacker in particolare fu all'interno di un club studentesco dell'MIT dedicato al modellismo ferroviario. Ferroviario. Gli studenti, per rendere i loro trenini più performanti e avanzati, iniziarono a creare sistemi complessi fatti di relè, resistenza, interruttori e così via, e adottarono il termine hacking per descrivere soluzioni creative ed eleganti a problemi tecnici. Un hack era considerato quindi un colpo di genio, un'innovazione che risolveva un problema in modo magari non convenzionale ma comunque molto efficace. Con l'arrivo dei primi computer programmabili all'MIT, questi stessi studenti trasferirono il loro spirito creativo alla programmazione. Spacewar!, uno dei primi videogiochi della storia, sviluppato nel 1962 su un computer appunto dell'MIT, rappresenta l'essenza di quei primi hacking. Era divertente, era innovativo, mostrava incredibili capacità tecniche e soprattutto era condiviso liberamente con chiunque volesse usarlo o migliorarlo. Steven Levy, un ricercatore, nel suo libro del 1984 dedicato proprio alla nascita del mondo dell'hacking, mise nero su bianco un insieme di principi molto significativi per capire come ragionava in quel periodo la cultura degli hacker. I principi erano questi: 1, l'accesso ai computer dovrebbe essere illimitato e totale. 2, tutta l'informazione dovrebbe essere libera. 3, dovrebbe essere promosso il decentramento, quindi la tecnologia e l'informatica non dovrebbero essere sotto il controllo delle autorità e dei governi. 4, gli hacker dovrebbero essere giudicati per il loro operato, non per titoli, età, razza o posizione sociale. 5, Con un computer si può creare arte e bellezza. 6. I computer possono migliorare la vita. Ora, non so voi, ma quando io ho letto questi 6 principi ho fatto fatica a conciliare il concetto di hacker proposto da Livi con quello che oggi propongono i media. Lui non stava in alcun modo promuovendo la criminalità, anzi, pensava che i computer possano effettivamente migliorare la vita. E questo è totalmente incompatibile con il timore che abbiamo oggi di essere bersaglio di malware e malintenzionati. L'hacker descritto da Livi non avrebbe mai mandato un malware a una persona comune o un'azienda per fare del male. I principi di Livi poi sono ancora presenti oggi in moltissime comunità tecnologiche. Mi viene in mente il Movimento per il Software Libero, le comunità open source, ma anche poi alcune moderne startup tecnologiche. In questa visione originaria l'hacker è un creatore, è un innovatore, è una figura positiva e propulsiva perché porta la tecnologia, diciamo, oltre i confini di utilizzo normali, ma per migliorarla, non per fare del male. Ma allora, come ha fatto questa parola ad assumere un significato totalmente diverso? Il primo cambiamento significativo nella percezione pubblica degli hacker avvenne negli anni '80, in realtà proprio quando Livi stava scrivendo i suoi Principi. Nel 1983 esce infatti al cinema il film WarGames, in italiano è stato tradotto con Giochi di guerra, che racconta la storia di un giovanissimo hacker che dalla sua cameretta penetra quasi per sbaglio in un supercomputer militare statunitense, portando gli Stati Uniti a un passo da una guerra nucleare con i sovietici. Il film, che di per sé è molto carino, causò un effetto che forse gli sceneggiatori non avevano nemmeno immaginato. Il grande pubblico si stava avvicinando ancora molto lentamente ai computer, non erano nelle case di tutti, erano guardati ancora un po' con diffidenza, e soprattutto il grande pubblico non aveva mai sentito parlare degli hacker prima dell'uscita di questo film. Quindi automaticamente si iniziò ad associare la parola hacker a qualcuno che è talmente esperto di computer da poter fare qualunque cosa e da costituire addirittura una minaccia alla sicurezza nazionale. Non aiutò il fatto che in quello stesso anno un gruppo di 6 teenager di Milwaukee, noti come i 414 dal loro prefisso telefonico locale, fu arrestato per aver violato numerosi sistemi informatici, incluso il laboratorio nazionale di Los Alamos, dove fra l'altro si sviluppavano armi nucleari. Notizia che ovviamente finì su tutti i giornali proprio per la sua somiglianza con il film. Fu in questo periodo quindi che iniziò la biforcazione del termine. Da un lato c'erano ancora gli hacker originali, quindi quelli mossi da curiosità e spirito di innovazione. Dall'altro emergeva la figura del cracker, o pirata informatico, interessato a violare sistemi per profitto personale, per spionaggio, o anche solo per vandalismo. Questa distinzione divenne particolarmente importante per la comunità hacker tradizionale, che vedeva le proprie radici etiche e filosofiche messe in pericolo dalla crescente ondata di criminalità informatica. Iniziarono quindi a rimarcare più e più volte la distinzione fra hacker, nel senso nobile originario del termine, e cracker, il criminale informatico. Ma si scontrarono con un problema etimologico: dire che un cracker ha causato dei danni a dei sistemi informatici non fa notizia, semplicemente perché la parola cracker era già conosciuta, associata al cibo, e faceva molto meno presa della parola meno conosciuta hacker. Quindi giornali e telegiornali continuano a parlare di hacker e lo fanno tuttora. Va precisato che non è che i criminali informatici non siano degli hacker, è che la parola hacker ha un significato neutro e comprende varie sottotipologie, alcune buone, altre cattive. In altre parole, tutti i criminali informatici sono hacker, ma non tutti gli hacker sono criminali informatici. E adesso vi spiego il perché. Oggi il mondo degli hacker può essere diviso in 3 macro categorie: white hat, o cappello bianco, black hat o cappello nero, e grey hat, cioè cappello grigio. All'interno di ciascuna di queste categorie troviamo poi altre sottotipologie che adesso vi spiego con calma. Intanto partiamo da una cosa che forse vi state chiedendo: perché per identificare i 3 tipi di hacker si usano dei cappelli colorati? Questo modo di dire è un omaggio ad alcuni vecchi film western, mi viene in mente il Grinta, ma ce ne sono anche tanti altri, in cui il personaggio buono indossa un cappello da cowboy bianco e il cattivo invece un cappello nero. E infatti gli hacker white hat sono gli hacker buoni, i black hat sono i cattivi e i grey hat sono una via di mezzo tra le due categorie. Partiamo dai white hat, che sono gli hacker originali. Sono persone esperte di informatica e di sistemi, perfettamente in grado di entrare nei sistemi e bucarli, ma che mettono queste conoscenze al servizio della sicurezza informatica. Questi esperti, che vengono chiamati anche ethical hacker, sono generalmente assunti da aziende, governi o altre organizzazioni per trovare e correggere le vulnerabilità prima che possano essere sfruttate da dei malintenzionati. Quello che i white hat fanno per le aziende può consistere in varie cose. Abbiamo ad esempio i test di penetrazione, o penetration test, che sono delle simulazioni autorizzate di attacchi per verificare la robustezza delle difese. In pratica si chiede al hacker di provare a entrare in un sistema per capire se effettivamente è sicuro e robusto oppure no. Fanno anche analisi di vulnerabilità, quindi scansioni approfondite dei sistemi alla ricerca di falle di sicurezza. Spesso partecipano ai bug bounty, che sono dei programmi in cui le grandi aziende come Google, Microsoft, Facebook, eccetera, danno dei premi a chi trova e segnala dei bug e delle vulnerabilità nei loro sistemi. E possono anche sviluppare, ad esempio, degli strumenti difensivi come software per proteggere reti e dati. Dentro alle aziende più grandi o più attente alla sicurezza informatica troviamo poi altre due categorie di hacker che però lavorano in team. Si parla infatti di blue team, termine che fa riferimento al gruppo di esperti che si occupa della difesa dell'azienda, interviene in caso di attacchi, cerca le vulnerabilità, eccetera, e di red team, che invece è il gruppo che prova a violare i sistemi dell'azienda simulando degli attacchi informatici per rilevare tutte le falle. In pratica, la squadra blu gioca in difesa e la squadra rossa gioca in attacco. Oggi questa distinzione fra blue team e red team è più sfumata, tanto che a volte si parla di Purple Team, cioè il gruppo viola, per indicare quei team che fanno entrambe le cose, quindi sistematicamente provano a violare l'azienda e contemporaneamente intervengono per risolvere i problemi. Come avrete capito, un requisito fondamentale per lavorare nella cyber security è non essere daltonici, visto che si fonda tutto sui colori. A parte gli scherzi, oggi essere un white hat è una professione molto rispettabile e anche ben remunerata. Ci sono ancora pochi esperti di cyber security, cosa che ovviamente ha fatto alzare gli stipendi, e molte aziende come dicevo prima, hanno dei programmi di bug bounty abbastanza generosi. Ci sono anche piattaforme che mettono in contatto le aziende con gli hackeretici, come HackerOne, nata proprio per aiutare produttori a eliminare le vulnerabilità dei loro sistemi. Quindi insomma, fare white hat ha il proprio perché, e oltretutto si violano i sistemi ma in modo legale, quindi è anche divertente. Se i white hat rappresentano i buoni, i black hat rappresentano invece i attivi. Nella categoria dei black hat rientrano i cracker, che sono i super esperti di informatica che violano i sistemi per ottenere un profitto personale, che può essere una richiesta di riscatto, la copia illegale di un software, buttare giù un sito, eccetera. I cracker possono agire direttamente per i propri scopi criminali, quindi creando ad esempio un ransomware e lanciandolo contro un'azienda chiedendo un riscatto, oppure possono rendere la loro attività quasi un business. Si sta diffondendo sempre di più infatti il fenomeno del cybercrime as a service, dove cracker esperti creano soluzioni generali o personalizzate e le vendono a chi poi lancerà l'attacco. Ad esempio, possono creare dei malware e venderli, come abbiamo visto nel caso di Blackshades. Possono rubare dei dati e venderli nel dark web per chi fosse interessato a servirsene. Possono creare delle botnet, cioè delle reti di dispositivi già infettate, pronte all'uso da noleggiare a chi volesse lanciare un attacco, e così via. Molte volte questi hacker si riuniscono in gruppi e agiscono proprio come se fossero una società, con tanto di dipendenti pagati e servizi di customer care, vendendo i loro servizi oppure anche agendo direttamente, ma in modo organizzato. Un esempio è il gruppo Carbanak, attivo più o meno fra il 2013 e il 2018, che riuscì a penetrare in oltre 100 istituzioni finanziarie in 40 paesi, sottraendo oltre un miliardo di dollari. Loro lavoravano in gruppo con una divisione però molto attenta dei lavori. Si introducevano nei sistemi delle banche con delle mail di phishing mirate, studiavano le operazioni per mesi e poi effettuavano prelievi lievi, spesso manipolando direttamente i sistemi dei bancomat in modo che erogassero contanti in momenti prestabiliti. Ciò che distingue questi cybercriminali dai black hat tradizionali è la professionalità e l'approccio commerciale. Hanno dei business plan, investono in ricerca e sviluppo, studiano il mercato per massimizzare i profitti e minimizzare i rischi. Alcune gang di ransomware arrivano persino a offrire un servizio di help desk alle loro vittime, con una chat di supporto per aiutarle nel pagamento del riscatto e poi per sbloccare i dati una volta fatto il pagamento. Mi viene da ridere per quanto è assurda la cosa. Nei black hat rientrano però anche persone che riescono a violare i sistemi anche senza avere competenze esagerate di informatica, e sto parlando degli script kiddies e degli ingegneri sociali. Gli script kiddies, che si potrebbe tradurre con ragazzini degli script, occupano forse il gradino più basso della gerarchia dell'hacking. Il termine, che nell'ambiente è piuttosto dispregiativo, indica degli individui con scarse conoscenze per forze tecniche che tentano di hackerare i sistemi utilizzando strumenti e script sviluppati da altri senza comprenderne realmente il funzionamento. In pratica scaricano tool già presenti sul web, seguono qualche tutorial su YouTube e lo lanciano a caso. Non hanno programmato il tool, non capiscono come funziona a livello tecnico, ma sono in grado comunque di causare dei danni semplicemente giocando con strumenti che non conoscono bene. Forse lo script kiddie più famoso è MafiaBoy, un quindicenne canadese. Io l'ho detto che sono sempre dei quindicenni canadesi. Inglese che nel 2000 lanciò una serie di attacchi che misero temporaneamente fuori uso i siti di giganti come Yahoo, eBay, CNN e Amazon. Fu il primo attacco di DOS conosciuto a livello globale. L'impatto fu così significativo che il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton convocò immediatamente un summit sulla sicurezza informatica. Eppure Mafia Boy, per quanto amasse smanettare, non era un genio del computer. I suoi attacchi si basavano principalmente su strumenti sviluppati da altri, ma riuscì comunque a causare danni quasi 2 miliardi di dollari. Gli ingegneri sociali, su cui ho già fatto un video, sono hacker che violano sistemi per lo più tramite la manipolazione delle persone, a volte senza nemmeno toccare un computer. Se pensate che sia impossibile che qualcuno hackeri un sistema senza nemmeno avvicinarsi a un PC, lasciate che vi racconti un attimo di Stanley Mark Rifkin e di quello che ha fatto nel 1978. Rifkin lavorava a quel tempo per una ditta incaricata di creare un sistema di backup per una grande banca statunitense. Per questo motivo ha aveva imparato come la banca eseguiva i trasferimenti di denaro. Ogni giorno la banca generava un codice univoco che veniva dato ai cassieri. Quando un cliente chiedeva al cassiere di fare un bonifico, il cassiere doveva chiamare una sala centrale e dire il proprio numero di telefono e il codice del giorno. Solo così la sala centrale avrebbe potuto autorizzare il trasferimento di denaro. La banca furbescamente aveva instaurato un sistema molto efficace, ma i cassieri poco furbescamente lo avevano praticamente vanificato, dato che ogni giorno prendevano il nuovo codice, Lo scrivevano su un bel fogliettino e poi lo appiccicavano in bella vista sui loro PC. Un giorno, Lee F. Keene per lavoro si trovava dentro la banca ed ebbe modo di vedere uno dei fogliettini con il codice del giorno. Uscì, andò a una cabina telefonica e chiamò la sala centrale. Disse di essere uno dei dipendenti, diede il numero di telefono di quel dipendente, perché ormai li conosceva bene, e diede il codice del giorno. Chiese poi alla sala centrale di trasferire 10 milioni e 200.000 dollari esatti a un conticino in Svizzera che, guarda caso, era intestato proprio lui. Qui sorse un problema, perché la sala centrale chiese allora un altro codice, il numero di transazione per trasferire soldi in Svizzera, cioè il numero che usavano quando i soldi dovevano essere trasferiti in Svizzera. Lui non si fece prendere dal panico, disse che avrebbe controllato e richiamato. E cosa fece? Chiamò il dipendente che aveva impersonato dicendo: sono della sala centrale, mi serve il numero di transazione che usate per trasferire soldi in Svizzera per fare delle verifiche interne. Il dipendente glielo diede senza battere ciglio, anche perché di fatto quello di per non era un'informazione sufficiente a fare dei danni molto gravi, o almeno così pensava. Rifkin richiamò la sala centrale, disse quell'ultimo codicino e si vide recapitare i suoi 10 milioni sul proprio conto corrente. Andò in Svizzera, li tramutò in diamanti e tornò in patria, dove venne beccato e fece anche qualche anno di carcere. Questo furto all'epoca entrò anche nel Guinness dei primati perché era quello in assoluto più consistente mai fatto negli Stati Uniti. Computer toccati in questa storia zero. Oltre ai cracker, agli script kiddies e agli ingegneri sociali, abbiamo poi gli inside threat, che potremmo tradurre con minaccia interna. Sono dipendenti o ex dipendenti rancorosi e malintenzionati, che sono particolarmente pericolosi perché hanno una conoscenza molto vasta di come funziona l'azienda e quindi sono in grado di fare più danni rispetto a qualcuno di esterno. Abbiamo poi i cyber terroristi, che manipolano ad esempio la rete internet di uno stato, o la rete elettrica, o i sistemi di trasporto, eccetera proprio per far sentire quello stato sotto attacco. Spesso in questi casi si parla anche di hacker state sponsored, cioè finanziati da uno stato che ne vuole attaccare un altro, oppure di APT, cioè Advanced Persistent Threat, minaccia avanzata e persistente. Loro si trovano al vertice della piramide dell'hacking in termini di risorse e di capacità, perché lavorando per governi o servizi segreti hanno accesso a dei budget enormi, a delle infrastrutture dedicate, all'intelligence intelligenza militare e soprattutto hanno tempo, possono dedicare anche degli anni a una singola operazione, con pazienza e risorse che nessun gruppo criminale può permettersi. L'esempio migliore di attacchi hacker state sponsored è quello che è successo alle centrifughe nucleari in Iran con il malware Stuxnet, di cui ho già parlato un paio di settimane fa. Ma esistono davvero tanti hacker finanziati dagli stati, come anche il gruppo Lazarus collegato alla Corea del Nord. Va da sé che tutte queste categorie molto spesso non sono così distinte a loro. Ad esempio, uno può essere sia un cracker che un ingegnere sociale ed essere anche state sponsored. Però capire un attimo il contesto ci aiuta a far chiarezza su quali sono concretamente le minacce possibili. Fra i cappelli bianchi da una parte e i cappelli neri dall'altra troviamo, giustamente, i cappelli grigi. Ci sono tantissimi hacker infatti che non sono né completamente buoni né completamente cattivi. Ad esempio, se qualcuno entra illegalmente nel sistema di un'azienda, scopre che l'azienda sfrutta i lavoratori e decide quindi di diffondere la notizia online, si può considerare un grey hat. Non rientra fra i black hat perché non ha intenti criminali, ma non è neanche un white hat perché quello che ha fatto è illegale, mentre i cappelli bianchi per definizione agiscono solo se sono autorizzati e solo entro i limiti di quello che gli è stato chiesto di fare. È un grey hat anche chi, dopo aver scoperto una vulnerabilità, la segnala al proprietario del sistema, perché anche se l'intento non è cattivo non aveva comunque l'autorizzazione per farlo. Un esempio emblematico di azione Grey Hat è quello che è stato chiamato Cisco Gate. Nel 2005, Michael Lynn, un ricercatore di sicurezza che lavorava per una società che si occupava proprio di scoprire le vulnerabilità per conto delle aziende, scoprì una grave vulnerabilità nei router Cisco e decise di parlarne in occasione di un'importante conferenza sulla cyber security a Las Vegas. Presentò il programma del suo intervento, che venne accolto dagli organizzatori, preparò le slide e così via. Il giorno della conferenza i partecipanti trovarono il materiale del giorno praticamente mutilato, perché gli organizzatori avevano fisicamente strappato via le 30 pagine di intervento di Lynn, dicendogli che non poteva parlare di questa cosa. Il motivo probabilmente era che il tema della giornata era la sicurezza dei sistemi Cisco, e il suo intervento avrebbe mostrato delle falle in questa sicurezza. Quindi Cisco, d'accordo anche con l'azienda per cui Lynn lavorava, decise di bloccare tutto. Lynn fu molto tranquillo, disse che comunque lui aveva un intervento di riserva già preparato, consegnò il nuovo materiale e salì sul parlò per 2 minuti del nuovo argomento, poi iniziò a raccontare ai partecipanti quello che era successo e quello che Sisko aveva cercato di fare, dicendo che preferiva perdere il lavoro piuttosto che tacere. Perse il lavoro, sia Sisko che l'azienda per cui lavorava gli fecero causa, poi alla fine raggiunsero un accordo prima di andare in tribunale. Questo è un esempio di grey hat perché, anche se la ricerca sulla vulnerabilità era autorizzata, quindi operava in regime white hat, era stata poi revocata l'autorizzazione a parlarne, per cui Lynn scivolò di fatto nei grey hat. Fra i grey hat rientrano anche gli hacktivists, gioco di parole che unisce la parola hacker con la parola attivista, che sono tutti coloro che violano i sistemi e fanno danni ma per uno scopo morale. Un hacktivist di cui più o meno tutti abbiamo sentito parlare è Edward Snowden, che nel 2013 ha diffuso informazioni sui programmi di sorveglianza di massa attuati dalla NSA, l'Agenzia di Sicurezza Nazionale statunitense. Non lo ha fatto per guadagno personale, anzi ha rischiato veramente tanto, Ma l'ha fatto perché, lavorando per l'agenzia, ha visto attuare queste pratiche e ha deciso di prendere le distanze e informare tutti i cittadini di quello che stava succedendo. Molto spesso gli activist si uniscono in gruppi accomunati da un ideale condiviso. Probabilmente l'esempio più noto di questo fenomeno è il collettivo Anonymous, nato negli anni 2000, orgoglioso di essere un movimento decentralizzato e senza leader, mosso da scopi etici. Il gruppo ha fatto parlare di sé varie volte. Mi viene in mente quando, fra il 2010 e il 2011, lanciò l'operazione Payback contro le società di pagamento principali come Visa e Mastercard che avevano bloccato le donazioni a WikiLeaks, organizzazione senza scopo di lucro proprio per la libertà di parola e di pensiero. Un'altra categoria di grey hat è quella degli hacker ambigui, coloro che violano un sistema solo perché riescono a farlo. Un esempio di questa categoria è Charlie Miller che nel 2015 insieme a Chris Wallasek dimostrò di essere in grado di hackerare da remoto una jeep prendendo il controllo dello sterzo dei freni, dei finestrini e così via. Alla fine i due inserirono il risultato di quello che avevano fatto in una ricerca che condivisero con la casa madre prima della pubblicazione. La Jeep rispose in realtà in modo ottimo, consentendo loro sia di pubblicare la ricerca sia di aiutarla a sistemare il problema, ordinando il richiamo di un milione e mezzo di veicoli per correggere la vulnerabilità. Questo è un esempio di come alla fine i contorni fra i vari tipi di hacker siano abbastanza sfumati. Loro sono partiti come grey hat, però hanno poi avuto l'autorizzazione successiva dalla casa madre, quindi in qualche modo si sono trasformati in white hat. Se parliamo di trasformismo però, nessuno può battere Kevin Mitnick, nato come script kiddie, trasformatosi molto rapidamente in cracker, riconosciuto come padre dell'ingegneria sociale, divenuto poi grey hat per allontanarsi dal mondo della criminalità informatica e finito per essere uno dei migliori white hat in circolazione. Ma della sua storia parliamo nel video di domani. Per tirare un po' le fila del discorso, penso che sia chiaro a questo punto che l'universo degli hacker è un ecosistema complesso e molto stratificato, dove le motivazioni, le capacità e l'etica variano enormemente. Il movimento hacker, partito dalla semplice curiosità accademica degli studenti dell'MIT, oggi comprende esperti di sicurezza informatica, cyberterroristi, criminali, commercianti super organizzati, attivisti e una miriade di sfumature nel mezzo. Come in ogni ambito umano non esistono delle categorie pure, in pratica Ogni hacker è un individuo con la propria storia, le proprie motivazioni e la propria etica. Molto spesso accade che dei black hat vengano condannati per le loro attività illecite e poi vengano assunti come esperti di sicurezza per grandi aziende, diventando quindi dei white hat. Così come succede che hacker finanziati dallo Stato decidano di perseguire altri ideali e diventare degli activist, e così via. A mio parere, lo spirito originario dell'hacking, quindi la curiosità intellettuale, il pensiero laterale, la passione per il superamento dei limiti tecnologici resta un valore molto prezioso. È lo stesso spirito che ha portato all'invenzione di internet, del personal computer, del web, del software open source. Spero quindi che da oggi in poi, quando mi sentirete parlare in modo generico di hacker, sappiate comunque che come termine non indica automaticamente il cybercriminale super esperto, ma può indicare anche qualcuno che persegue dei valori morali, qualcuno che si occupa della sicurezza dei sistemi, qualcuno che compie attività criminali ma finanziate da uno stato che quindi non lo metterà mai in carcere, e così via. I migliori comunque restano i loacker. E su questa battuta veramente molto infelice chiudo. Come sempre, spero che questo video vi sia piaciuto. Se volete capire meglio cosa muove un hacker e cosa lo spinge ad agire in determinati modi, non potete perdervi il video di domani in cui parlerò dell'unico grande mito, Kevin Mitnick, per gli amici il Condor, che ha una storia super affascinante. A presto!










