😱 Il caso AMANDA TODD: il lato oscuro dei social

Il video narra in modo dettagliato la tragica vicenda di Amanda Todd, una ragazza canadese di 15 anni che, a partire dal 2009, si avvicina a piattaforme online come Facebook e BlogTV per trovare amicizia e approvazione. Attraverso un processo di grooming, un predatore la convince a mostrarsi nuda in videochiamata, da cui vengono ricavate immagini sessuali che poi vengono usate per una forma di ricatto digitale (sextortion). Le foto vengono diffuse in una rete di pedofili chiamata "capper", che le condivide in un notiziario interno, il Daily Capper. La diffusione delle immagini porta a un intenso cyberbullismo: falsi profili, condivisione della foto pornografica, insulti, minacce e violenza fisica a scuola. Amanda subisce depressione, autolesionismo e due tentativi di suicidio, culminando in un video di 8 minuti in cui, usando cartoncini, racconta la sua storia e chiede aiuto. Un mese dopo, si toglie la vita. Il caso genera una risposta globale: l'effetto spettatore, la reazione tardiva dei testimoni online, l'intervento di Anonymous, le indagini della polizia che culminano nell'arresto e nella condanna di Aidan Coban per adescamento, sextortion e possesso di materiale pedopornografico. Il narratore conclude con una riflessione sulla necessità di interventi tempestivi, educazione nelle scuole e consapevolezza dei pericoli dei social, invitando gli spettatori a non restare apatici di fronte al cyberbullismo.
Chapters
Nel 2012 una ragazza di 15 anni di nome Amanda Todd pubblica un video su YouTube. In questo video non parla, si limita a raccontare la propria storia mostrando vari cartoncini scritti a mano alla telecamera, uno dopo l'altro. L'ultimo cartoncino dice semplicemente: "Non ho nessuno, ho bisogno di qualcuno." Un mese dopo aver pubblicato quel video Amanda si toglie la vita. Il suo caso è diventato col tempo l'emblema dei danni che può causare il bullismo di oggi, che non si limita più a una presa in giro in cortile, ma può diventare una vera e propria persecuzione. Ma per capire bene com'è andata, dobbiamo partire dall'inizio. Ciao a tutti e benvenuti in questo nuovo video. Oggi, proseguendo il discorso sul cyberbullismo iniziato nel video della scorsa settimana, voglio parlarvi del caso di Amanda Todd, che come dicevo è uno dei casi più emblematici di cyberbullismo, anche se sicuramente non è l'unico. Amanda Michelle Todd nasce il 27 novembre 1996 a Port Coquitlam, una cittadina canadese. I suoi genitori, Norm e Carol Todd, si separano quando Amanda è ancora bambina e lei viene affidata prevalentemente alla madre Carol, di professione insegnante. Amanda cresce relativamente tranquilla, ha tante passioni, prime fra tutte il cheerleading e il canto. Aveva aperto anche un account YouTube in cui pubblicava video registrati con la propria webcam in cui cantava delle cover di canzoni popolari. Da bambina ha molti amici, è una ragazza spigliata ed estroversa, ma soprattutto è una ragazza normale con sogni normali, interessi normali. L'unico aspetto che forse rende Amanda più vulnerabile dei suoi compagni di classe è il suo disturbo dell'apprendimento, che le impedisce di stare completamente al passo con gli altri studenti e che la rende spesso bersaglio di scherzi da parte dei suoi compagni classe. Proprio questo isolamento rispetto al resto della classe la porta a cercare amicizia altrove, e le cerca sia negli altri ambiti della sua vita, come lo sport, sia su internet. È il 2009, Amanda ha 13 anni, e internet sta diventando il luogo dove i ragazzi possono socializzare. Amanda crea un account Facebook sotto la supervisione della madre, che non ci vede nulla di strano. I social erano ancora un fenomeno relativamente nuovo, non era così facile immaginare i pericoli che potevano nascondere. Sembravano davvero un modo per connettersi con le altre persone. Amanda inizia quindi a conoscere gente online utilizzando per lo più Facebook e BlogTV. Facebook lo conosciamo bene o male tutti, mentre BlogTV in Italia non ha mai preso troppo piede, e per fortuna, come vedremo più avanti. Era un social in cui si poteva sia messaggiare con qualcuno in chat, sia videochiamarsi, sia avviare delle live anche con più persone. Era stato concepito come uno spazio creativo dove le persone potevano esprimere i propri talenti o semplicemente socializzare sessualizzare attraverso la webcam. Amanda, grazie a BlogTV, conosce persone via chat e in videochiamata, e a volte si collega anche in live e si esibisce in qualche cover con gli spettatori che la guardano. Era un servizio molto usato dai ragazzini, e quindi, come potete ben immaginare, aveva anche una seconda categoria di utenti. BlogTV era molto usato anche da pedofili e predatori sessuali, perché la piattaforma permetteva di registrarsi con un solo nickname, senza verifiche sull'età, senza obbligo di accendere la webcam, quindi per loro era il posto perfetto per adescare bambini e ragazzini che spesso si collegavano senza alcuna supervisione da parte dei genitori. Ovviamente Amanda non sa nulla di tutto ciò e BlogTV diventa il suo rifugio, soprattutto quando si trasferisce a vivere dal padre in seconda media. La cosa che più le piace è che mentre a scuola viene presa in giro per i suoi voti e non è molto considerata dai suoi coetanei, su BlogTV riceve quotidianamente tantissimi complimenti. Le viene detto che ha una bella voce, che sa cantare, ma Soprattutto le viene detto che è bellissima, stupenda, e questo la fa sentire bene, o più che altro la fa sentire vista. Sicuramente questi complimenti provengono anche da ragazzi della sua età, perché lei è effettivamente una bella ragazza, ma perlopiù si tratta di tentativi di grooming. È una tecnica che prelude all'adescamento di minori e consiste nel creare una connessione emotiva con la vittima, in modo da poterla convincere poi a fare cose che normalmente non avrebbe fatto. Nel grooming il pedofilo spesso si finge un coetaneo della vittima, per lungo tempo la corteggia, poi le chiede di fidanzarsi. Tutto ha un unico scopo: abbassare le difese del minore, entrare nella sua vita e manipolarlo per poi abusare di lui. Può avvenire sia online sia di persona. Di persona chiaramente l'adulto non può fingersi un coetaneo, ma si avvicina comunque molto alla vittima fino a instaurare una relazione con lei. Mentre nel grooming che avviene di persona la vittima, anche se minorenne, è un po' più grandicella, in quello online non ci sono praticamente limiti. Basta che il minore abbia una connessione a internet. Uno di questi predatori un giorno nota Amanda e inizia immediatamente ad attuare tutte le tecniche che ho descritto. Non è frettoloso, anche perché la ragazza è evidentemente molto timida e metterle pressioni fin da subito non avrebbe fatto che allontanarla. Ma piano piano inizia a entrare sempre di più nella sua vita, le scrive tutti i giorni, le fa complimenti e le fa anche confidenze, ovviamente inventate, dicendo che solo con lei riesce ad aprirsi. Tutto questo va avanti per un intero anno, 12 mesi di grooming e di costruzione sistematica di un rapporto di fiducia per scalfire le difese di Amanda. Si mostra anche in chat, ma ovviamente non è lui. Quello che mostra è un video in loop di un ragazzo giovane, carino, che guarda lo schermo, sorride, si mette a digitare qualcosa così a ripetizione. Dopo qualche tempo questo ragazzo inizia a farle delle pressioni, vuole che Amanda si spogli in chat per lui. La ragazza chiaramente rifiuta. Rifiuta, non si sente pronta, non ne vede il senso, ma lui insiste e va avanti per mesi a insistere e a manipolarla dicendole cose tipo: "Se sei la mia ragazza è normale che facciamo queste cose", "Se mi ami devi farlo" e così via. E Amanda alla lunga cede. Un giorno durante una videochiamata con lui si alza la maglietta e mostra il seno per qualche secondo. Quei pochi secondi sono sufficienti per il predatore per fare uno screenshot. Quello che lei pensava fosse qualcosa di intimo e di privato, condiviso solo con una persona di cui cui lei si fidava diventa materiale pornografico in mano a un pedofilo. Ma lui quella foto non basta, vuole di più, e ha capito che Amanda ha già raggiunto il proprio limite e non ha nessuna intenzione di andare oltre. Le manipolazioni quindi non sarebbero servite, per cui il predatore cambia tattica e inizia a ricattarla. Anche questo fenomeno ha un nome, si chiama sextortion, termine intraducibile in italiano che unisce due parole: sex, ovvero sesso, ed extortion, ovvero estorsione. È un atto che avviene generalmente online e in cui viene utilizzato per minacciare la vittima del materiale sessualmente esplicito che la riguarda. L'uomo, come dicevo, inizia a ricattare Amanda. Se lei non avesse continuato a mostrarsi per lui, lui avrebbe diffuso quella foto. Le presenta quindi due opzioni. La prima è di fare per lui 5 esibizioni private da 30 minuti l'una. La seconda è di rifiutarsi, e in tal caso lui le avrebbe rovinato la vita diffondendo ovunque le foto che le aveva scattato. Amanda si trova in una una situazione che una ragazzina di quell'età non è obiettivamente in grado di gestire. Anzi, probabilmente anche una persona adulta si sarebbe trovata fortemente in difficoltà. Amanda non è finita semplicemente nelle mani di uno sconosciuto, ma è caduta all'interno di un'intera rete di predatori sessuali chiamati capper, che usano BlogTV come base per convincere minorenni a spogliarsi, scattano foto, registrano video e poi li usano come merce di scambio fra di loro, in un sistema quasi di competizione fra chi riesce a volere di più. Le loro gare sono documentate addirittura all'interno di una specie di notiziario chiamato The Daily Capper. I capper sono appunto questi predatori sessuali che si aggirano su piattaforme online nel tentativo di carpire materiale su dei minorenni. Il Daily Capper documenta le loro imprese assegnando premi ai membri della comunità che causano il maggior danno alle vittime e sono quindi più efficaci nel ricatto. Solo a dirlo vi giuro mi vengono i brividi, è una cosa veramente aberrante. Le foto di Amanda fanno il giro di questa rete e finiscono anche all'interno di questo notiziario. Amanda chiaramente non sa nulla di tutto quello che sta succedendo. Lei sa solo che un ragazzo che le piace, con cui si è sentita via chat, le chiede con insistenza di spogliarsi e a volte arriva fino a minacciarla di diffondere le foto che le ha scattato. Non sa della rete dei capper e non sa soprattutto quanto quel ragazzo sia serio quando la minaccia di pubblicare tutto. Trova risposta a questa domanda durante le vacanze di Natale del 2010, quando la la polizia alle 4 del mattino bussa alla porta di casa del padre di Amanda per dirgli che sta circolando su internet una foto in cui la sua figlia quattordicenne è a seno nudo. Prima è stata pubblicata su un sito porno, poi il link a quel sito è stato inviato a tutti gli amici di Facebook di Amanda, inclusa la madre. Amanda in un primo momento cerca di minimizzare, dice ai genitori che si tratta solo di uno scherzo, ma ben presto inizia ad avere forti attacchi di panico e a soffrire di una profonda depressione. Aveva paura, certo, tutto, ma soprattutto si vergognava, si sentiva responsabile di quello che era successo, sentiva che era in qualche modo colpa sua perché l'avevano convinta, ma non costretta, a spogliarsi. La famiglia le sta vicino e l'aiuta come può, arrivando anche a trasferirsi in un'altra città sperando di poter mettere un po' di distanza fra la ragazza e quello che le è successo. Ma come sappiamo benissimo, e come abbiamo visto anche nel video sul cyberbullismo, Internet non funziona così, non c'è modo di scappare da qualcosa che avviene online. Come scriverà anche Amanda in uno dei suoi cartoncini: non potrò mai avere indietro quella foto, è là fuori per sempre. Qualche mese dopo il trasloco, quando la famiglia cominciava a sperare che l'incubo fosse finito, il molestatore ricompare. Crea un falso profilo Facebook a nome di Amanda usando come immagine del profilo proprio quella foto che le aveva scattato quando si era spogliata. Poi con questo profilo falso inizierà ad aggiungere come amici i nuovi compagni di scuola di di Amanda, quelli della città dove si era trasferita con la famiglia, che non sapevano nulla della sua storia precedente. La foto si diffonde immediatamente fra i compagni di scuola. In poche ore Amanda passa dall'essere quella nuova all'essere quella della foto porno e inizia a subire del bullismo molto pesante sia a scuola che online. La famiglia tenta di nuovo la fuga, pur avendo già visto che cambiare città non avrebbe risolto il problema. Amanda in quel periodo è molto sola e disperata, non ha amici veri, avendo fra l'altro fatto 2 traslochi, e ovviamente non riesce più a conoscere nessuno online, dato che è rimasta traumatizzata dalle esperienze precedenti. La ragazza ha soli 14 anni, inizia ad abusare di alcolici e sostanze stupefacenti, cadendo in un baratro ancora più profondo. A un certo punto però, uno spiraglio di luce. Amanda riallaccia i contatti con un suo vecchio amico, un ragazzo più grande di lei che aveva conosciuto in precedenza. Si frequentano per un po', poi il ragazzo la invita da lui e finiscono per avere un rapporto sessuale. Il ragazzo però non era single, e quando la sua fidanzata scopre del tradimento decide di avviare una specie di spedizione punitiva contro Amanda. La affronta alla fine delle lezioni insieme a un gruppo di circa 15 persone, fra cui anche il ragazzo che era stato con Amanda. Insieme la insultano e la prendono in giro davanti a tutta la nuova scuola. Poi la fidanzata passa alle mani colpendo Amanda più volte mentre gli altri la incitano e filmano la scena. La ragazza scappa e si nasconde in un fosso dove resta per tutto il pomeriggio finché non viene ritrovata dal padre che la porta a casa. Quella sera stessa Amanda Amanda beve un bicchiere di candeggina nel tentativo di porre fine alle sue sofferenze. Viene trovata dal padre e soccorsa d'urgenza con una lavanda gastrica. La voce del tentativo di suicidio si diffonde fra i suoi coetanei e quando Amanda torna a casa e apre Facebook trova decine di post e messaggi che la insultano e la prendono in giro con frasi come "riprovaci, la prossima volta andrà meglio" oppure "non sei capace neanche di suicidarti". A marzo 2012 Amanda si trasferisce per la terza volta in meno di 2 anni e va a dalla madre. Le persecuzioni continuano da parte dei suoi ex compagni di classe, che la taggano in foto di flaconi di candeggina e di fossi, con commenti come "dovrebbe cambiare marca di candeggina" e "spero che veda questa foto e si ammazzi". Ad aggravare la situazione, il predatore, dopo essere stato calmo per un po', decide di ricomparire. Scopre quale scuola frequenterà la ragazza e crea un nuovo profilo Facebook, stavolta fingendosi un nuovo studente e aggiungendo agli amici tutti i compagni di scuola di Amanda che riusciva a trovare. Prima guadagna la loro fiducia, poi inizia a fare terra bruciata intorno alla ragazza inviando la sua foto incriminata a tutti e raccontando quello che era successo nelle scuole precedenti. Amanda regge questa situazione per qualche mese, poi cede psicologicamente. Inizia a praticare l'autolesionismo tagliandosi le braccia con un rasoio. I genitori cercano di starle accanto, la fanno seguire da una psicologa che le prescrive degli antidepressivi, e la ragazza nell'autunno del 2012 mischia questi antidepressivi GHB con altri farmaci, tentando di nuovo il suicidio. Dopo questo secondo tentativo viene ricoverata per 2 giorni in ospedale. Questo fa precipitare ulteriormente la sua situazione scolastica. Da una parte, fra farmaci, abusi e assenze, i suoi voti sono crollati. Dall'altra, i suoi compagni di classe iniziano a dire che era stata ricoverata in psichiatria perché era una pazza, aggiungendo quindi nuovo materiale alle prese in giro e agli insulti che lei già subì A settembre 2012, Amanda fa un ultimo disperato grido d'aiuto. Pubblica sul proprio canale YouTube un video di 8 minuti in bianco e nero intitolato "La mia storia: difficoltà, bullismo, suicidio, autolesionismo". Nel video la ragazza non parla, ma mostra semplicemente dei cartoncini alla telecamera, uno dopo l'altro, che raccontano tutta la sua storia. Nel penultimo cartoncino scrive "Non ho nessuno, ho bisogno di qualcuno", con una faccina triste disegnata. Nell'ultimo rivela la sua identità, visto che nel resto del video il suo volto non era mai ben visibile, scrivendo: il mio nome è Amanda Todd. Il filmato finisce con una foto del suo braccio pieno di tagli, come dire: guardate quello che mi avete fatto, come mi sono ridotta. Il 10 ottobre 2012, quindi un mese dopo la pubblicazione di quel video, Amanda Todd viene trovata morta a casa sua. Si era impiccata un mese prima del suo 16° compleanno. La polizia lancia un appello per avere informazioni sul caso e oltre 400 persone rispondono all'appello, segnando mandando agli agenti quel video che improvvisamente diventa virale e viene ricondiviso da tutti. Per un mese quel video era rimasto online e nessuno aveva fatto nulla, ma dopo la sua morte tutti diventano empatici, la ricordano con post commoventi, le dedicano minuti di silenzio. Questa cosa mi fa sinceramente un po' imbestialire, perché starle vicino quando lei non c'era già più, dopo averla ignorata mentre chiedeva aiuto, mi sembra semplicemente sciacallaggio della peggiore specie. È vero che non tutti la conoscevano prima che il video diventasse virale, quindi sicuramente sicuramente molti di quei post, di quei pensieri, erano genuini. D'altra parte però, se quando la polizia chiede informazioni 400 persone rispondono dicendo «Ah sì, è quella ragazza che ha pubblicato quel video», vuol dire che molti avevano già visto il video e non avevano fatto nulla. Questa cosa va ricondotta probabilmente a quello che in psicologia viene chiamato effetto spettatore, teoria secondo cui la probabilità che un individuo aiuti una persona in difficoltà diminuisce man mano che aumenta il numero di altre persone, altri testimoni presenti. Succede perché ciascuno sente la propria responsabilità diluita, proprio perché divisa fra più persone, e perché si tende a pensare: inutile che intervenga io, saranno già intervenuti gli altri. Anche questo fenomeno, così come il bullismo, è enormemente amplificato da internet, perché se io guardo un video che hanno già visto altre 20.000 persone, sento meno la responsabilità di fare qualcosa e tendo a pensare che qualcuno in qualche modo sia minuto. Come abbiamo visto nel caso di Amanda Todd, però, non sempre è così. Quindi ci tengo a ricordare quello che ho detto nel video dedicato al cyberbullismo, cioè interveniamo noi per primi. Se vediamo che qualcuno fa del bullismo online, difendiamo la persona che viene insultata, non restiamo apatici, perché questa cosa non fa che isolare ancora di più la vittima. Dopo la morte di Amanda, comunque, il mondo restò scioccato da tutto quello che era successo e molti decisero di intervenire, quantomeno per fare giustizia. Giustizia. Il collettivo di attivisti Anonymous iniziò a tracciare i movimenti del persecutore della ragazza e sostenne di aver identificato il responsabile pubblicando online nome e indirizzo di un 32enne di Vancouver. L'uomo inizia a ricevere minacce di morte, migliaia di messaggi d'odio su Facebook, email che promettevano vendetta e cose di questo genere. C'era solo un piccolo problema: era la persona svegliata. La polizia dovette intervenire pubblicamente per scagionarlo, mentre le indagini proseguivano anche con l'aiuto, pensate un po', del Daily Capper, quel notiziario, diciamo, che celebrava le imprese dei predatori sessuali online. Per quasi 2 anni questa comunità di pedofili aveva tenuto per sé informazioni cruciali sul caso di Amanda, visto che si scambiavano le foto e gli screenshot delle chat. Eppure, un mese dopo la morte della ragazza, il Daily Capper pubblicò improvvisamente un video in cui si rendevano disponibili ad aiutare nelle indagini e dichiaravano che il suicidio di Amanda non era in linea con i loro scopi, perché era più un caso di cyberbullismo che di sextortion. Ah, allora tutto a posto. Più efficace comunque fu l'aiuto di Facebook, che iniziò a tracciare tutti i profili collegati al caso, raccogliendo ogni informazione possibile sul persecutore. A gennaio 2014, più di un anno dopo la morte di Amanda, il quadro raccolto durante le indagini portò all'arresto di un uomo di nome Aidan Coban. Già noto alle forze dell'ordine dei Paesi Bassi da quando una ragazza norvegese perseguitata come Amanda aveva deciso di rivolgersi alla polizia. Le perquisizioni nell'abitazione portarono alla conferma definitiva di aver trovato l'uomo giusto, visto che nei suoi computer erano salvate tutte le chat con Amanda. Oltre a queste furono trovati dei software spyware installati sui computer delle vittime, altre chat di ricatto, una lista di circa 6.000 contatti di potenziali vittime e un enorme archivio di immagini pedofile. Pornografiche. Nell'aprile 2014 Coban fu formalmente incriminato in Olanda per adescamento indecente e possesso di pornografia minorile, e in Canada per estorsione, adescamento di minori, molestie criminali, possesso e distribuzione di materiale pedopornografico. Il processo in Olanda iniziò nel febbraio 2017 e a quel punto i capi di accusa erano diventati 72 per reati commessi contro 39 vittime in vari paesi. Coban fu condannato a 10 anni e 8 mesi di carcere nonché all'estradizione in Canada per affrontare il processo relativo al caso di Amanda. Il processo in Canada iniziò il 6 giugno 2022 e si concluse a ottobre di quell'anno con la condanna dell'uomo a 13 anni di reclusione. Tuttavia, essendo Coban cittadino olandese, la sentenza canadese doveva essere ricalibrata in base al diritto dei Paesi Bassi, per cui questi 13 anni furono ridotti a 6, da scontare ovviamente in aggiunta agli 11 anni per cui era già stato condannato annato. 13 anni dopo la morte di Amanda Todd è stata ottenuta una giustizia formale, se si può parlare di giustizia, visto che nessuno può riportare in vita questa ragazza. E visto che di casi analoghi ne abbiamo sentiti altri anche in seguito, e anche in Italia, l'unica cosa che possiamo sperare è che questi casi aiutino a portare un po' di sensibilizzazione all'interno delle scuole per renderli episodi sempre più rari. Bene, come sempre, spero che il video di oggi vi sia piaciuto. È stato particolarmente complicato per me registrarlo, dico la verità, perché è un caso che mi ha toccata profondamente. Fatemi comunque sapere nei commenti se conoscevate già la vicenda e cosa ne pensate. Noi ci vediamo al prossimo video.










