😱 Il caso DIRTY PAYMENTS e i QR CODE dei PARCHEGGI

In questo video investigativo Veronica Paolucci ricostruisce l’intera catena di frodi legate ai QR‑code dei parchimetri del Regno Unito, partendo dal caso reale di John Oliver, un ex ispettore di polizia che, nel 2025, paga il parcheggio scansionando un QR‑code falsificato e si ritrova addebitato da un sito di streaming fittizio, InChuFlix. Paolucci spiega come dietro a quel semplice QR‑code ci sia una rete globale gestita da Link Media, fondata a Dubai nel 2016 e successivamente rinominata Ether Group, che produce migliaia di siti truffa, società di comodo e call‑center per raccogliere dati di carte di credito e attivare abbonamenti ricorrenti di pochi euro. La rete utilizza payment service provider ad alto rischio: il gigante francese Worldline, che accetta clienti pericolosi, e il suo intermediario britannico eMerchantPay, che facilitano il flusso di denaro verso le società fittizie. Paolucci descrive le carenze di compliance di Worldline, la sua strategia di “diluire” le percentuali di transazioni fraudolente e il successivo crollo dopo l’inchiesta giornalistica “Dirty Payments” (giugno 2025), che ha provocato il crollo del titolo di Worldline in borsa. Il video prosegue con il racconto dell’Operazione Chargeback (novembre 2025), un’operazione congiunta di polizia in nove paesi che ha perquisito più di 60 sedi e arrestato 18 persone, includendo dirigenti di provider di pagamento, intermediari e i gestori delle società di comodo. Paolucci fornisce dati di scala: oltre 4 milioni di carte in 193 paesi, 19 milioni di abbonamenti falsi, danni stimati oltre 300 milioni di euro, e più di 3 000 siti truffa individuati. L’autrice conclude evidenziando che, nonostante le dichiarazioni di innocenza di Ether Group (Christian Moller) e eMerchantPay, le indagini sono ancora in corso (accuse presentate in Germania nel 2026) e invita gli spettatori a condividere esperienze e a restare aggiornati.
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Un sabato di primavera del 2025, un uomo di nome John Oliver arriva in macchina a Leamington Spa, una cittadina dell'Inghilterra centrale, insieme alla compagna e un paio di amici. È un pomeriggio di totale relax. L'unico loro problema è trovare parcheggio. Dopo qualche giro, John trova miracolosamente un posto libero, scende e va alla macchinetta per pagare, ma si accorge che non sono accettate né monete né carte. L'unico modo per pagare è usare l'app del parcheggio, che si può scaricare scansionando un QR code. Oliver quindi prende il telefono, inquadra il codice, scarica l'app, inserisce i dati della carta e paga 3 sterline. Poi finalmente va a godersi la giornata e al parcheggio non ci pensa più. Qualche settimana dopo la banca gli blocca la carta di credito. Lui chiama per capire cosa stia succedendo e gli operatori rispondono che secondo loro qualcuno sta cercando di truffarlo. Sull'estratto conto in effetti compaiono dei tentativi di addebito da parte di un sito su cui John non è mai andato: inchuflix.com. Ben presto John Oliver, un uomo che ha fatto il poliziotto per tutta la vita fino a diventare ispettore capo, che ha passato la carriera ad aiutare le vittime di reati e a dare la caccia ai responsabili, si renderà conto di essere stato a sua volta vittima di una truffa di larga scala, partita da una macchinetta del parcheggio nelle Midlands ma arrivata fino a un grattacielo di Dubai, passando per uno dei più grandi colossi europei dei pagamenti. Ma come sempre, per capire bene com'è andata, dobbiamo partire dall'inizio. Ciao a tutti e benvenuti in questo nuovo video. Dopo aver parlato di phishing, cioè delle truffe fatte con i QR code, non potevo non parlarvi del caso dei parcheggi del Regno Unito, perché è stata veramente un'operazione incredibile. Tra l'altro l'ho scoperto per caso preparando il video della scorsa settimana, e all'inizio non riuscivo neanche a capire bene come alcune cose fossero collegate fra loro, perché vedrete che sembrerà tutto assolutamente scollegato. Quindi ho dovuto fare praticamente un'inchiesta. Trovate come sempre tutte le fonti principali che ho usato nella descrizione del video, ma ora bando alle ciance e iniziamo. La nostra storia inizia nel 2016, quando a Dubai viene fondata una società chiamata Link Media. Apparentemente è un'agenzia di marketing digitale normalissima, con uffici in uno dei migliori grattacieli della città e clienti sparsi in tutto il mondo. In realtà, a quanto pare, quei clienti sono siti e società di comodo creati per conto della stessa Linkmedia. La specialità dell'azienda infatti sembra essere non tanto la gestione di campagne marketing quanto la creazione di siti truffa, tantissimi siti truffa, tutti costruiti in serie. Si trattava perlopiù di siti per adulti o di concorsi a premi o di assistenza clienti e chi più ne ha più ne metta. Le vittime arrivavano sui siti passando da un'esca lanciata sui social, più o meno elaborata. A volte bastava anche solo il classico annuncio hai vinto un iPhone per convincere l'utente di ritorno a cliccare sul sito. In tutti questi casi comunque, per ritirare il premio o completare l'acquisto, la vittima doveva inserire i dati della propria carta di credito e pagare qualche euro. L'utente pensa di star pagando la spedizione del nuovo iPhone o un acquisto di qualche tipo, mentre invece sta autorizzando la sottoscrizione di un abbonamento a uno dei siti truffa di Linkmedia. Da quel momento sulla carta iniziano ad arrivare addebiti regolari, ogni mese, ogni 2 settimane, piccolini, in modo che le persone non se ne accorgano immediatamente. I truffatori erano stati ingegnosi, perché un conto è prendere 5.000 euro da una persona tutti in una volta, cosa di cui inevitabilmente la persona si accorge. Un conto è prendere 5 euro da 1.000 persone diverse tutti i mesi. Alcuni di questi utenti se ne accorgevano comunque e provavano a contestare l'addebito passando dal servizio clienti del sito truffa. I dipendenti di Linkmedia, assunti apparentemente per gestire campagne marketing per conto dell'azienda, erano in realtà il call center a cui si rivolgevano le vittime che si erano accorte delle truffe. Un ex dipendente ha raccontato che il suo lavoro consisteva nel rispondere al telefono e rassicurare le persone, mentendo sull'origine dell'abbonamento e cercando di convincerle a mantenerlo. Se qualcuno proprio mostrava di non voler cedere, allora poteva ricevere il rimborso degli ultimi 2 mesi di pagamento al massimo. Tenete conto che questi abbonamenti apparentemente erano legati a servizi tipo streaming di film o serie oppure di musica, quindi il servizio clienti poteva giustificarsi dicendo Eh, ma non possiamo rimborsarvi più di tanto perché comunque avete usufruito dell'abbonamento. È la stessa risposta che ci darebbero quelli di Netflix se noi provassimo a dire: voglio il rimborso dello scorso mese perché non ho guardato film. Si farebbero una grassa risata e ci manderebbero a stendere. Comunque, anche ai pochi fortunati che ricevevano un rimborso parziale, dopo un po' veniva riattivato l'abbonamento di nascosto e dovevano nuovamente contestarlo. E gli si diceva: no, ma era una sospensione, non una chiusura dell'abbonamento. Insomma, si faceva di tutto per spillare pochi euro. L'ex dipendente ha ammesso anche che tutti erano consapevoli che quello che facevano non era giusto, ma il punto è che erano pagati molto molto bene, erano pieni di benefit, quindi dopo un po' chiudevano un occhio e facevano finta di avere un lavoro normalissimo. Intanto Link Media cresceva e venivano creati sempre più siti, sia quelli fake in cui si inserivano i dati delle carte di credito, sia quelli di finti servizi streaming e simili che giustificassero gli abbonamenti fatti partire. Alcuni siti sono proprio palesemente truffe hanno come indicazioni societarie cose come Dummy Corp in Random Street, che potremmo tradurre con società fittizia in via casuale. Ma molti sono invece intestati a una vera società, anche perché altrimenti non avrebbero modo di incassare i soldi. Le società che gravitano attorno a questi siti sono circa 300, ovviamente quasi tutte create ad hoc con vari prestanome, senza uffici, senza dipendenti. Servivano proprio solo per far girare questi fondi. E qui potreste chiedervi Ma tutto questo cosa c'entra con uno che stava pagando un parcheggio tramite QR code ed è stato truffato? Ci arriviamo, tranquilli che ci arriviamo. A questo punto la rete di Link Media ha l'esca, cioè tutti gli annunci e le mail di phishing con cui convincono qualcuno a registrare la carta su un sito, ha i siti fake, le società a cui far arrivare i pagamenti e persino un servizio clienti per tenere buone le vittime. Le manca solo un modo per far arrivare i soldi dalle carte delle vittime alle casse di quelle società, una cosa non scontata. Perché quando noi paghiamo online, a spostare materialmente il denaro sono società specializzate chiamate payment service provider. Pensiamo a PayPal, Stripe, Link e così via. Uno dei più grandi payment service provider d'Europa è la società francese Worldline, che fattura quasi 4 miliardi di sterline l'anno. Il motivo per cui va così tanto, pur trovandosi a competere con società anche molto grosse, è che è una delle poche che accetta anche i cosiddetti clienti ad alto rischio, cioè casinò online, siti di incontri per adulti, piattaforme di trading, eccetera eccetera. In pratica tutti quei siti in cui è molto comune ricevere contestazioni sui pagamenti da parte degli utenti. Molti intermediari non vogliono lavorare con questo genere di clienti perché, pensiamoci, se io faccio da intermediario fra una società e un utente, l'utente mi paga e io do i soldi alla società, poi l'utente si lamenta e li chiede indietro, io magari glieli do, ma poi andare a richiederli indietro alla società è complicato e non ho la certezza di riottenerli. Oltre a questo, se la società mia cliente compie delle vere e proprie truffe, rischio anche problemi legali. Infatti servono molti più controlli con i clienti ad alto rischio e non tutti gli intermediari hanno voglia di sobbarcarseli. Link Media era proprio uno di questi clienti ad alto rischio e aveva trovato nella piccola società francese Worldline l'alleato perfetto. Worldline a sua volta si rivolgeva a un intermediario britannico chiamato eMerchantPay, specializzato proprio nel portare a Worldline clienti ad alto rischio, nell'ambito di un accordo molto redditizio per tutte le parti. In pratica gli unici a perderci erano gli utenti truffati, gli altri stavano una crema, tanto che Worldline gestirà i pagamenti delle società legate a Linkmedia per almeno 7 anni. Ma gli utenti, come dicevo, dicevo, le contestazioni le facevano. Il servizio clienti riusciva a tenerli buoni, ma fino a un certo punto. Molti dopo un po' smettono di lamentarsi con Linkmedia e iniziano a chiedere il rimborso direttamente alla carta di credito. Tanto che nel 2020 Worldline inizia ad avere problemi con Visa, che le aveva fatto notare una cosa: per legge ogni intermediario deve tenere sotto una certa soglia la percentuale di transazioni contestate come fraudolente rispetto al totale di tutte le transazioni, e quello che dice Visa a Worldline è che il suo è troppo alto. Worldline, per non perdere i rapporti con Visa, ha due strade: o diminuisce il numero di transazioni fraudolente, quindi sta più attenta ai clienti che prende, oppure trova il modo di aumentare il numero di transazioni regolari, in modo che quelle fraudolente pesino meno sul totale. Worldline, manco a dirlo, sceglie questa seconda strada. Siamo stupiti? Non siamo stupiti. L'azienda chiede proprio a eMerchantPay di aiutarla ad avere più transazioni pulite per annacquare un le percentuali. Ma neanche questo sistema regge a lungo, perché il punto è che i clienti che pagano di più sono proprio quelli più rischiosi. Per Worldline stare lontana da loro è impossibile, e infatti nel 2021 decide di accettare in un colpo solo più di 130 clienti legati a Linkmedia. Teoricamente Worldline su questi clienti, prima di accettare di fare da intermediario, avrebbe dovuto fare tutta una serie di controlli. Ma Worldline si avvale di una procedura accelerata che permette di rimandare i controlli a un secondo momento, quando con il cliente è già stato aperto il rapporto. Ora, io nella mia vita da avvocato mi sono occupata anche di normativa antiriciclaggio, quindi conosco bene il mazzo che si deve fare una società per attenersi a tutti i controlli quando ha dei clienti considerati a rischio. Quindi mi viene un po' da ridere a pensare a Worldline che si prende 130 clienti così tutti in una volta e dice, ma sì, i controlli li possiamo fare anche fra un annetto, dai. Passano altri 2 anni dove tutto fila liscio, ma nel 2023 succedono due grossi stravolgimenti. Il primo è che Link Media cambia nome e diventa Ether Group. Il secondo è che dentro Worldline si diffonde il panico quando il revisore contabile di MerchantPay rinuncia all'incarico dopo aver visto alcune transazioni che secondo lui potrebbero non essere consentite dalla legge. Oltretutto, in Germania l'autorità di vigilanza finanziaria interviene sulla società tedesca di Worldline proprio per carenze nei controlli antifrode e antiriciclaggio. Quindi si inizia capire che il giochino sta finendo. Più che altro perché salta fuori che a quanto pare eMerchantPay aveva maneggiato fondi che non avrebbe dovuto toccare. Mancavano contratti con i clienti, non erano stati raccolti nemmeno i documenti di identità dei clienti. Quindi era molto probabile che quei clienti ad alto rischio fossero proprio truffatori puri e semplici, e che quindi gli intermediari potessero essere coinvolti per riciclaggio. Il team di Worldline incaricato dei controlli riceve l'istruzione di non fare mai riferimento a Ether. La ex Link Media. Quindi capiamo che c'erano dei sospetti che la cosa non fosse così pulita come tutti fingevano che fosse. Nel 2024 il rischio diventa troppo alto per Worldline, che chiude tutti i rapporti prima con Ether Group e poi anche con eMerchantPay. E adesso torniamo a John e a quel sabato di primavera del 2025. Mentre John inquadra il QR code, Worldline ha già chiuso con Ether da qualche mese, ma questo non ha fermato la società, che anzi ha anche inventato una nuova tecnica. Dai striscia annunci su internet è passata invece a incollare sui parchimetri degli adesivi con un QR code falso, a volte direttamente sopra quelli veri. Come abbiamo detto nello scorso video, nessuno di noi sa leggere un QR code a occhio, quindi non abbiamo modo di sapere dove ci porterà finché non l'abbiamo già inquadrato. Se poi pensiamo che un QR code ci stia mandando a un'app di parcheggi e finiamo proprio in un'app di parcheggi, è normale che ci caschiamo con tutte le scarpe. John finisce su un sito praticamente identico a quello del parcheggio, paga le sue 3 sterline e intanto, senza saperlo si ritrova abbonato a InChuFlix. InChuFlix voleva essere, come un po' capiamo dal nome, una specie di Netflix. E infatti chi si abbonava con sole 50 sterline al mese aveva accesso alla bellezza di 10 film vecchi e sconosciuti, e quasi tutti disponibili gratis su YouTube. John chiaramente non è l'unica vittima di questa truffa. Anzi, a Sheffield erano state prese di mira tutte le 370 macchinette della città che avevano tutte dei QR code falsi. Magari non erano neanche tutti di Ether, nel senso che in quel periodo questo genere di truffa era esplosa in tutto il mondo. Ma nel caso di John pare che si trattasse proprio di loro. Il 25 giugno 2025 viene pubblicata un'inchiesta chiamata Dirty Payments, pagamenti sporchi, basata su tutti i documenti e dati interni di Worldline arrivati nelle mani dei giornalisti. Con l'uscita dell'inchiesta, il titolo di Worldline alla Borsa di Parigi viene sospeso più volte e chiude con un crollo del 38%. L'azienda risponde che in quello che è stato pubblicato riguardava i suoi errori del passato, che ora lei non fa più, perché dal 2023 ha rafforzato i controlli e chiuso i rapporti con i clienti più a rischio, rinunciando a una bella fetta di guadagni. Quindi in sostanza dice che non si merita questa campagna mediatica e che erano i truffatori a dover essere attaccati, non chi faceva solo da intermediario. Nel frattempo, l'agenzia di giornalismo investigativo britannica stava indagando in modo più approfondito sul caso di John, e l'inchiesta Dirty Payments casca a fagiolo perché il nome Inchuflix compare fra i dati di Worldline come sito collegato al gruppo di società di Dubai facente capo a Ether Group. A quel punto tutti iniziano a chiedersi: ma chi c'è dietro a Ether Group? Ether Group che è dietro sia a questi QR code installati nei parcheggi sia dietro ai siti truffa che sono oggetto dell'inchiesta Dirty Payments. A quanto pare il creatore di Link Media, diventata poi Ether Group, è un uomo danese di 40 anni di nome Christian Moller, residente a Dubai. Lui, come ovvio, nega categoricamente qualsiasi condotta illecita o fraudolenta e sostiene che i suoi affari abbiano sempre rispettato la legge. Per capire se è vero o no bisogna scavare più a fondo. Come dicevo, tutti i siti fake creati per queste truffe erano intestati a varie società fittizie sparse per il mondo, quindi era difficile trovare un collegamento con Moller o con Ether Group. I giornalisti iniziano però a trovare un pattern quando si rendono conto che c'è un grande gruppo di siti che sono tutti ospitati sullo stesso server, hanno registrato tutti i domini sugli stessi siti, usano gli stessi template, come se fosse una catena di montaggio fatta per buttare fuori quanti più siti possibile in poco tempo. In totale vengono trovati oltre 3000 siti con questo pattern, alcuni risalenti addirittura al 2008. Quelli del 2008 in realtà sono più che altro collegati a una società di pubblicità online, la Adbaum, e seguivano lo stesso schema degli altri, compreso il servizio clienti. La Adbaum anche a dirlo, è di Christian Moller. E alcuni di questi siti sono intestati a una persona fisica che è sempre il nostro Christian Moller. Ether, come dicevo, nega categoricamente qualsiasi coinvolgimento in attività illecite e definisce le accuse infondate e basate su congetture, sostenendo che quello che fanno è solo creare siti per conto di clienti, nulla di illegale. Nel frattempo anche i MerchantPay segue la stessa linea, quindi si dichiara estranea a ogni condotta illecita e dice di fare solo da intermediaria. Capiamo che con questi questi che si danno tutti manforte a vicenda, si fa fatica anche a capire cosa è vero, cosa no. Intanto le indagini comunque stavano proseguendo anche nei confronti dei prestanome, e ben presto si scopre che anche qui c'era sotto una macchina incredibile con un sacco di persone comuni pagate fior di quattrini per accettare semplicemente di registrare un sito a loro nome e inoltrare la posta a una società. Passano 4 mesi in cui le indagini vanno avanti, finché il 4 novembre 2025 la polizia entra in azione in 9 paesi contemporaneamente, Italia compresa, in quella che verrà chiamata Operazione Chargeback. Quest'operazione non era stata avviata con i QR code nei parcheggi, ma era in corso già dal 2020, quando Worldline stava ragionando su come annacquare le percentuali di transazioni fraudolente. In un solo giorno vengono fatte più di 60 perquisizioni ed eseguiti 18 mandati d'arresto, e fra i 44 indagati ci sono membri delle reti di frode, dirigenti di payment provider tedeschi, intermediari e fornitori di società affittizie. Ma parliamo di numeri. A quanto pare, fra il 2016 e il 2021 queste reti avrebbero usato i dati delle carte di oltre 4 milioni di persone in 193 paesi per attivare circa 19 milioni di abbonamenti falsi, con addebiti intorno ai 50 euro al mese, per un danno stimato superiore a 300 milioni di euro. Questi dati non riguardavano però i QR code nei parcheggi, che sarebbero arrivati solo un paio d'anni dopo. Ma la Ether, che sappiamo essere stata coinvolta anche nella campagna di squishing successiva è fra i gruppi sotto indagine nell'operazione Chargeback. Ad agosto 2026, quindi un paio di mesi fa, la procura di Koblenz in Germania ha depositato l'atto d'accusa per i primi 9 imputati, accusati di frode informatica organizzata e riciclaggio. In realtà, vi dico la verità, non si è ancora capito se Ever sia coinvolta in questo processo oppure no. Penso che per questa società ci saranno altri sviluppi, e probabilmente anche per Christian Moller, ma al momento purtroppo sappiamo ancora pochissimo. Più probabile che magari io farò un nuovo video fra un paio d'anni, mi viene da dire, in cui ci sarà un aggiornamento di questo processo. Questo per dirvi comunque che quando sentiamo parlare di phishing, di truffa tramite QR code, possiamo pensare che sia solo un buontempone che ha deciso di racimolare due spiccioli, ma non è così. Molto spesso dietro ci sono realtà come queste, con sede in un grattacielo a Dubai e un servizio cliente ad hoc, e con il benestare di grandi intermediari di pagamento. La cosa peggiore è che alla fine il conto lo pagano persone come John, che hanno inquadrato un quadratino su una macchinetta convinte di pagare 3 sterline di sosta, e poi invece si sono trovate fregate. Lui stesso ha detto ai giornalisti che devono esserci migliaia di persone che hanno fatto esattamente quello che ha fatto lui e ci hanno rimesso parecchi soldi. Lui per fortuna se n'è accorto subito, ma altri non se ne sono accorti o sono finiti nel loop del servizio clienti senza sapere come uscirne. Bene, si fa per dire. Come sempre, spero che il video di oggi vi sia piaciuto. Fatemi sapere nei commenti se conoscevate già la vicenda e se a voi o a qualcuno che conoscete è mai capitato di trovare un QR code sospetto sul parchimetro, da qualche altra parte. Seguiranno, mi viene da dire, aggiornamenti su questo caso. Ma nel frattempo noi ci rivediamo la prossima settimana. A presto!










