⚠️ MALWARE NEL TELEFONO: come si prendono e come proteggersi

Veronica Paolucci traces malware from early Symbian worms to modern spyware like Pegasus, which uses zero-click exploits to infect phones without user action. She explains why Android's open ecosystem faces more threats than iOS's walled garden, then covers the defenses built into modern phones: encryption, sandboxing, biometric locks. Her advice: update regularly, use strong authentication, check app permissions, and stick to official stores.
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Immaginate di essere in treno, di rientro da un viaggio. Scorrete le notifiche distrattamente quando il telefono vibra. È un aggiornamento dell'app del vostro operatore telefonico, quello che usate da anni. C'è scritto che per motivi di sicurezza deve essere installata la nuova versione ed è presente anche un link allo store ufficiale. Scaricate l'app, tutto normale, solo che da quel momento qualcosa cambia. Il telefono impiega più tempo per spegnersi, certe app si aprono da sole, ogni tanto parte una vibrazione inspiegabile. Una sera notate che il il microfono è attivato nonostante non stiate utilizzando nessuna applicazione che lo richieda. Vi dite che sarà un errore, forse un bug dopo l'aggiornamento. Vi viene fugacemente l'idea che possa trattarsi di un malware, però è impossibile, sappiamo tutti che i telefoni non prendono virus, giusto? Nel frattempo ogni vostro messaggio, ogni spostamento, tutti i discorsi che pronunciate in presenza del vostro smartphone vengono registrati e inviati a un server lontano. Il vostro telefono è appena stato vittima di uno spyware. Ciao a tutti e benvenuti in questo nuovo video. Oggi parleremo degli smartphone. 20 anni fa il nostro telefono sapeva fare una sola cosa: telefonare. Oggi è diventato il telecomando della nostra vita, è la nostra banca, è il nostro ufficio, è il nostro album fotografico, è il nostro diario segreto, contiene le nostre conversazioni più intime, le foto dei nostri cari, i codici per accedere ai nostri conti correnti, anche la mappa dei luoghi che frequentiamo ogni giorno. Se qualcuno potesse sbirciare dentro al nostro smartphone, avrebbe in mano le chiavi della nostra vita. Per quanto mi faccia gola l'idea di buttare tutto nel fiume e comprarmi una baita in un posto sperduto in cui la fibra è solo quella cosa contenuta nei cereali, devo ammettere che da brava trentenne anche io vivo con il cellulare perennemente in mano. Personalmente credo che un malware farebbe molti più danni sul mio telefono piuttosto che sul mio computer, e questo vale in realtà per la maggior parte degli utenti. Va da sé quindi che i cellulari siano è diventato un bersaglio molto ghiotto per i malintenzionati. Oggi quindi cercheremo di fare chiarezza sul tema e di rispondere a una serie di domande come: è vero che i cellulari sono immuni dai virus? Spoiler: no. Serve avere l'antimalware sul telefono? Come posso rendere più sicuro il mio cellulare? Proverò anche a rispondere a una domanda esistenziale che so già che scatenerà il panico tra i commenti, ovvero: è meglio iOS o Android? Per capire bene come rispondere a tutte queste domande, come sempre, dobbiamo fare un passo indietro. Il primo concetto di computer computer da portare in mano risale al 1986 ed era il famoso Palmare, nato come agenda elettronica e in breve tempo evolutosi fino a ricomprendere anche una calcolatrice, una lista di contatti, la possibilità di prendere appunti e così via. In pratica faceva tutto tranne una cosa sola: telefonare. In quel periodo iniziavano a essere prodotti i primi telefoni cellulari che tuttavia non erano comodissimi. Se pensiamo al cellulare Motorola del protagonista del film Wall Street del 1987, capiamo capiamo perché il suo soprannome fosse The Brick, cioè il mattone. Erano dispositivi veramente grandi, ingombranti, pesanti e anche in realtà molto costosi, che però andavano a rispondere a un'esigenza sentita, ovvero quella di poter telefonare dovunque si fosse. E già questi dispositivi infatti avevano permesso di comprendere due cose fondamentali: la prima, che era effettivamente possibile creare telefoni che le persone potevano portarsi in giro, e la seconda, che c'era un mercato. Le persone volevano questi telefoni. In quello stesso periodo periodo le aziende iniziarono anche a ragionare sull'unire la tecnologia alla base del telefono con quella alla base del computer. Di fatto, all'inizio degli anni '90, i manager di successo dovevano girare con due dispositivi in borsa. Da una parte un telefono cellulare grande quanto un mattone, pesante come un libro, con una bella antenna sporgente con cui potevano solo telefonare. Dall'altra un Palmare con cui gestire calendari, contatti, note, che però non poteva fare nient'altro. Con gli occhi esperienza di oggi sembra una situazione ridicola. È come partire per il weekend con due valigie mezze vuote anziché una unica piena. Inutile ed eccessivamente ingombrante. Qualcuno prima o poi doveva avere l'idea geniale di unirli. La prima azienda che riuscì a farlo fu l'IBM, che nel 1993 lanciò Simon, il primo smartphone della storia. Era un telefono portatile che conteneva anche una rubrica, un calendario, un blocco note, un servizio di trasmissione fax e mail, e persino un gioco. Era talmente innovativo innovativo che le persone non lo capirono e quindi lo comprarono in pochi. Il prezzo di circa $900 era considerato esagerato, la batteria durava poco e in generale gli utenti preferirono continuare a utilizzare il proprio palmare e a portarsi un cellulare in giro solo in caso di bisogno. Ma le aziende non si arresero e nel 1996 fu il turno di HP che lanciò sul mercato il dispositivo Omnigo 700X realizzato in collaborazione con Nokia. Era un esperimento molto ambizioso che univa però in realtà due tecnologie tecnologie e due dispositivi che erano già esistenti, cioè il Palmare HP 200LX e il cellulare Nokia 2110. Non solo, l'OmniGo era anche compatibile con DOS, che era il sistema operativo dei computer dell'epoca, il che significava che potevano essere installati sul dispositivo anche dei software. L'OmniGo era un mostro di ingegnosità, però era anche un mostro letteralmente. Pesava quasi mezzo chilo, costava una fortuna e la durata della batteria era abbastanza imbarazzante. Ma il punto è che l'idea in sé era buona, anche se ancora magari non funzionava alla perfezione. La Nokia, che aveva collaborato al progetto e aveva quindi avuto modo di capire la visione di HP, fece una mossa un po' da squalo. Lo stesso anno rilasciò il concorrente dell'OmniGo, ovvero il 9000 Communicator, un dispositivo che sarebbe diventato leggendario. Dall'esterno sembrava un telefono Nokia 2110 normale, ma si apriva a mo' di libro, rivelando sotto un mini computer portatile con uno schermo e una tastiera scoperti completa. Il Communicator non cercava di essere un computer, gli bastava essere un telefono intelligente. Come sistema operativo aveva Geoworks, che era stato creato appositamente per dispositivi con risorse molto limitate, che però riusciva a offrire dei servizi di email, di fax e persino una navigazione web, anche se un po' rudimentale. L'anno dopo la Ericsson rilasciò la sua personale versione del Communicator, chiamata Penelope, che in realtà non innovava particolarmente rispetto al concorrente Nokia. Perché ne parlo allora, perché fu la Ericsson la prima a definire questo device un telefono intelligente, ovvero uno smartphone. Piano piano le varie aziende tecnologiche iniziarono a saturare il mercato con nuove versioni di questi dispositivi. Si arrivò ad esempio ben presto ai telefoni a conchiglia con schermi colorati, giochi e così via. Ma la vera rivoluzione stava accadendo dall'altra parte del mondo, in Giappone. Un operatore di telefonia mobile giapponese nel 1999 lanciò AiMod, un servizio a cui i possessori di un cellulare potevano abbonarsi e che permetteva al loro telefono di collegarsi a internet. Vennero realizzate anche applicazioni e siti web compatibili con i mini schermi dei telefoni dell'epoca, permettendo agli utenti giapponesi di visitare siti di notizie, di meteo, di shopping e persino bancari. Questa tecnologia in Giappone spopolò, ma non riuscì mai ad attecchire veramente in Occidente. I siti web e i telefoni compatibili erano pochi, il sistema era troppo chiuso inoltre contemporaneamente si stavano sviluppando altre tecnologie più o meno sovrapponibili, quindi si preferì continuare la ricerca. E in effetti la ricerca stava andando bene. In Europa nel 2000 la Ericsson lanciò il cellulare R380, il primo telefono dotato del sistema operativo Symbian, creato dalla Nokia e destinato a dominare il mondo smartphone per il decennio successivo. Era dotato di schermo touchscreen e di un pennino come i Palmari, ma in realtà era un telefono. La Nokia ovviamente non tardò a lanciare a propria volta dei dispositivi dispositivi dotati del sistema operativo Symbian ed ebbe l'idea geniale di dividere i cellulari in due categorie: la serie E per il business, elegante e professionale, e la serie N per il divertimento, era più colorata, più giovanile. Nokia aveva intuito che non tutti volevano uno smartphone per lavorare, alcuni lo volevano solo per giocare, ascoltare musica, scattare foto e ovviamente chiamare e mandare SMS. Nel continente americano invece stava per scoppiare un altro fenomeno: il BlackBerry. Quando nel 2002 venne lanciato il BlackBerry 5810, nessuno pensava che quello sarebbe stato il primo smartphone della storia a creare dipendenza nei suoi utenti, tanto da essere soprannominato CrackBerry. La causa? Le notifiche push che avvisavano l'utente istantaneamente ogni volta che riceveva una nuova email. Era una rivoluzione quasi più psicologica che tecnologica. Improvvisamente essere disconnessi dalla propria email diventava ansiogeno. Il BlackBerry creò la prima generazione di utenti sempre connessi e Più che altro creò l'idea che essere sempre raggiungibili e reperibili dovesse essere la normalità, non l'eccezione. Intanto ovviamente anche le tecnologie di rete cellulare, Bluetooth e internet si stavano evolvendo. Piano piano si passò dal poter inviare solo email alla possibilità di condividere foto, navigare su siti web anche più complessi, scaricare applicazioni, acquistare la suoneria del gattino virgola, insomma delle vere e proprie innovazioni. Ma c'era un problema: più questi dispositivi diventavano potenti e connessi, più diventavano appetibili per chi aveva cattive cattive intenzioni. L'ecosistema mobile si stava evolvendo rapidamente, ma la sicurezza restava un pensiero secondario. La maggior parte dei produttori era concentrata su funzionalità, design, velocità. La sicurezza già non era una grande priorità nel mondo dei computer, figuriamoci nel mondo degli smartphone. Fu proprio in questo contesto di rapida evoluzione e scarsa attenzione alla sicurezza che nel 2004 fece la sua comparsa Kabir, il primo malware per telefoni cellulari, nato da qualcuno che aveva evidentemente realizzato che tutti avevano iniziato a portare con sé dei minicomputer che, come tutti i computer, potevano essere hackerati. Kabir colpì telefoni con sistema Symbian, che all'epoca erano i più diffusi al mondo. Era un worm che riusciva a diffondersi da telefono a telefono tramite Bluetooth in modo automatico, sfruttando la modalità visibile dei dispositivi, quella modalità appunto che serve a rendere il proprio cellulare visibile ad altri dispositivi che stanno effettuando una scansione Bluetooth. Bluetooth. Non faceva danni diretti, non cancellava i file, non rubava i dati, non inviava SMS costosi. Si limitava ad autoreplicarsi e a consumare batteria nel tentativo di farlo. Il suo scopo era semplicemente dimostrativo, voleva far capire alle persone che dovevano stare attente anche ai loro telefoni, non solo ai loro computer. Se un gruppo di hacker finlandesi poteva creare un malware per telefoni cellulari come passatempo, cosa avrebbero potuto fare dei criminali organizzati e spinti da motivazioni economiche? Eppure l'evoluzione inarrestabile e sempre poco attenta alla sicurezza, creando di fatto una nicchia di mercato. In California qualcuno si rese conto che c'era uno spazio vuoto per chi avesse scelto di puntare molto della propria identità di brand proprio sulla sicurezza. Nel 2007, quando Steve Jobs salì su un palco a presentare il suo iPhone, non parlò molto di sicurezza. Parlò di design, di user experience, di semplicità, di innovazione, dell'unione fra gli iPod e i telefoni cellulari. La presentazione di fatto in realtà fu un bluff, L'iPhone non era ancora assolutamente pronto. Steve Jobs continuava a scambiare i telefoni man mano che crescevano uno dopo l'altro, faceva partire canzoni e video e li interrompeva subito per non far vedere che in realtà i prototipi che avevano realizzato fino a quel momento non erano assolutamente in grado di gestire una riproduzione per intero. Se la cavò molto elegantemente ed evitò il flop del prodotto che in quel momento, pur essendo un'idea appena abbozzata, divenne subito desideratissimo. Quando alla fine l'iPhone venne lanciato sul mercato, Apple aveva realizzato quello che sarebbe diventato un modello di riferimento per la sicurezza mobile. Con l'iPhone infatti venne introdotto il concetto di walled garden, ovvero giardino recintato. La promessa di Apple era che software e applicazioni che volevano entrare all'interno dell'App Store dell'iPhone dovevano passare attraverso controlli rigorosi. Solo le applicazioni validate dalla casa madre avrebbero poi potuto essere messe a disposizione degli utenti. Questo approccio andava totalmente contro alla filosofia dominante dell'epoca, che vedeva nell'open open source, nell'apertura e nella libertà, i valori fondanti dell'informatica. Il mondo dei telefoni era frammentato in decine di sistemi operativi diversi: Symbian, Windows Mobile, PalmOS, e ciascuno poteva realizzare applicazioni per ogni sistema operativo senza problemi. Apple aveva deciso volutamente di creare un sistema chiuso, facendolo passare anche un po' come esclusivo, elitario. Gli sviluppatori di applicazioni, che inizialmente si erano scontrati contro il fatto di non poter più mettere i loro prodotti liberamente sul mercato, improvvisamente facevano a gara per essere scelti dalla Apple, come se fosse una garanzia di qualità. Circa un anno dopo il lancio dell'iPhone, le regole del mercato vennero cambiate nuovamente, questa volta da Google, con la presentazione di un nuovo sistema operativo basato su una filosofia opposta rispetto ad iOS: Android. Google aveva fatto la sua fortuna rendendo l'informazione accessibile a tutti e voleva applicare lo stesso principio al mondo dei cellulari. Android era il sistema operativo open source basato su Linux che tutti potevano modificare, personalizzare, adattare. In sostanza, Apple chiedeva agli utenti di barattare una parte della loro libertà per una maggiore sicurezza. Google invece aveva optato per lasciare gli utilizzatori totalmente liberi di scegliere, anche se questo comportava che ciascuno dovesse fare più attenzione. Domanda da un milione di euro: secondo voi le persone facevano più attenzione? Ovviamente no, e i malware su Android cominciarono a proliferare praticamente da subito. I primi malware per iPhone invece colpivano solo dispositivi jailbroken, o jailbreccati come diciamo all'italiana, cioè smartphone che gli utenti avevano forzato proprio allo scopo di installare software non autorizzati o fare modifiche. Nel 2009 per esempio fece la sua comparsa iKey, il primo malware per iPhone. Era una creazione amatoriale, era stato sviluppato da un ventunenne australiano più per vandalismo che per profitto. Funzionava in modo molto semplice, sfruttando il fatto che molti utenti avevano fatto il jailbreak al proprio iPhone, quindi l'avevano appunto forzato per superare le sicurezze di casa Apple. E molti utenti, dopo aver fatto questa forzatura, lasciavano la password di default del jailbreak, non la modificavano. Il malware girava fra i dispositivi, provava a inserire la password default e se riusciva a entrare cambiava lo sfondo del telefono con la fotografia di Rick Astley. Quindi possiamo dire che iKey era il primo Rickroll della storia. Il codice di iKey fu usato anche in seguito per un altro malware chiamato Da che invece puntava a sottrarre dati e a coinvolgere il dispositivo all'interno di una botnet, una Aspetto importante che ho già detto ma che è bene ripetere è che questi malware non superavano le difese tecniche di iOS, ma si addentravano solo nei dispositivi che erano stati jailbreakati dall'utente. Quindi era stato l'utente in modo volontario a uscire dalla protezione di iOS, cosa che può essere fatta chiaramente per vari motivi. Ad esempio, ho un iPad 2 che funziona ancora benissimo, ma non posso più scaricare nessuna applicazione perché Apple mi impedisce di aggiornarlo. Allora cosa faccio? Forzo l'aggiornamento facendo appunto una procedura di jailbreak. Infatti i motivi più comuni dietro un jailbreak sono o la volontà di una maggiore personalizzazione o la protesta, diciamo, nei confronti dell'obsolescenza programmata, che è quando le case madri ti impongono di cambiare dispositivo non facendolo più funzionare anche se in realtà andrebbe ancora benissimo. Nel mondo Android invece i problemi riguardavano perlopiù lo store delle applicazioni che, come accennavo, puntava a essere più aperto e più inclusivo rispetto allo store di Apple. Nel 2010, ad esempio, sul Play Store arrivò Fake Fake Player, il primo Trojan per Android progettato specificamente per fare soldi. Gli utenti scaricavano Fake Player pensando di installare un'applicazione per guardare film, ma in realtà stavano scaricando un malware. Una volta installato, Fake Player inviava SMS nascosti, quindi non presenti all'interno della cronologia dei messaggi, verso dei numeri premium che avevano una tariffazione maggiorata rispetto ai normali costi dell'operatore. Numeri che ovviamente erano intestati agli stessi criminali, che ottenevano quindi un guadagno dalla ricezione degli SMS. Gli utenti si ritrovavano in pratica con crediti telefonici prosciugati o con bollette gonfiate senza capire nemmeno il perché. Il successo di FakePlayer aprì gli occhi a pochi utenti, ma in compenso a migliaia di criminali informatici in tutto il mondo. Avevano scoperto la formula magica: travestire malware da app utili, sfruttare la fiducia degli utenti e monetizzare attraverso il furto dei dati o l'utilizzo non autorizzato di servizi premium. Un'altra cosa che i malintenzionati avevano capito era che gli store delle applicazioni applicazioni potevano rappresentare una porta d'ingresso meravigliosa. E questo valeva sia per i telefoni Android, come dimostrò nel 2011 DroidDream, sia nei telefoni iOS, come dimostrò nel 2015 XcodeGhost. Il primo DroidDream consisteva nell'attacco diretto ad applicazioni legittime. I criminali non crearono direttamente delle app malevole, ma presero app Android già popolari e comunque appunto legittime e le infettarono con il loro codice maligno, per poi ripubblicarle sullo store ufficiale con dei nomi quasi quasi uguali agli originali. Quando un utente installava un'applicazione infetta, DroidDream prendeva possesso del dispositivo, rubando informazioni personali, installando altri malware o trasformando il telefono in un nodo di una botnet criminale. Tutto questo senza che l'utente nemmeno se ne accorgesse. Google si mosse molto rapidamente quando scoprì l'infezione, rimuovendo le app infette e attivando per la prima volta la funzione Remote Kill, cioè la capacità di disinstallare automaticamente delle app dai telefoni degli utenti. Nel 2015 successe una cosa simile nel mondo iOS. Per creare un'applicazione per lo store di Apple occorreva svilupparla nell'ambiente creato apposta per iOS, ovvero Xcode. Il problema è che molti sviluppatori, soprattutto in Cina, faticavano a scaricare Xcode dai server ufficiali americani, e questo i malintenzionati lo sapevano benissimo. Così crearono una versione modificata di Xcode, identica all'originale in tutto e per tutto, tranne che per una piccola aggiunta: un malware nascosto che si integrava automaticamente in ogni app compilata con quello strumento. Poi misero questa versione modificata su dei server cinesi ad alta velocità, camuffandola come versione ufficiale di Apple. Gli sviluppatori cinesi, stanchi delle connessioni lente, scaricavano la versione veloce di Xcode senza particolari sospetti, compilavano le loro app normalmente, le app funzionavano alla perfezione e passavano tutti i controlli di Apple, quindi venivano pubblicate sull'App Store e milioni di persone le scaricavano. Solo che tutte quelle app contenevano XcodeGhost, un malware progettato per rubare informazioni dal dispositivo. La scoperta arrivò solo mesi dopo, quando i ricercatori notarono del traffico di rete sospetto da alcune app popolari. L'impatto fu devastante: oltre 300 applicazioni infette scaricate da centinaia di milioni di utenti in tutto il mondo, fra cui WeChat, che sostanzialmente è il WhatsApp cinese. Era la prima violazione massiva dell'App Store della Apple e dimostrava che anche il giardino recintato di iOS poteva in realtà essere compromesso se veniva attaccato nel punto giusto. Apple reagì immediatamente rimuovendo tutte le app infette e obbligando gli sviluppatori a riscriverle con versioni pulite di Xcode. Che lo store delle applicazioni fosse comunque un punto di accesso privilegiato l'avevano capito anche gli sviluppatori di Judy, un malware creato per generare automaticamente dei click falsi sulle inserzioni pubblicitarie, nascosto dentro a una quarantina di applicazioni per Android che si spacciavano per giochi per bambini, tutte create dalla stessa organizzazione che aveva creato anche il malware. Questo accadeva nel 2017, e ci fa capire, insieme agli altri casi, che già da tempo dovrebbe essere stato superato il dogma secondo cui i telefoni non prendono virus. Finché continuiamo a ragionare così e a scaricare applicazioni sospette solo perché sono sullo store ufficiale, e quindi ci illudiamo che siano sicure, il nostro telefono e tutti i dati che contiene saranno sempre in pericolo. Fra l'altro, l'evoluzione dei malware non crediamo che si sia fermata qui, con qualche applicazione poco sicura inserita negli store. Negli ultimi anni, e soprattutto negli ultimi mesi, stiamo assistendo al passaggio passaggio da criminali informatici motivati dal profitto ad attori statali con risorse praticamente illimitate. Sono emersi spyware governativi così sofisticati da sfruttare vulnerabilità zero-day, quindi falle di sicurezza sconosciute persino ad Apple e a Google, che possono costare milioni di dollari nel dark web. Questi malware di natura quasi militare sono quasi tutti anche zero-click, cioè non hanno bisogno che voi facciate nulla di sbagliato. Possono installarsi anche con un semplice messaggio che nemmeno dovete aprire e da lì trasformare il vostro smartphone in un dispositivo di sorveglianza totale restando completamente invisibili. Stiamo rivivendo in questo momento un po' il pericolo che aveva preannunciato Snowden nel 2013. I due spyware protagonisti di questo momento storico sono senz'altro i due cugini Pegasus e Paragon, che stanno monopolizzando le prime pagine di tutte le riviste di sicurezza e che sono in grado di fare cose veramente avanzate. Ma magari a questi due dedico il video della prossima settimana. Va da sé che con l'evoluzione dei malware, anche Google, Apple e le altre aziende tecnologiche sono corse ai ripari. Le due maggiori innovazioni sono sicuramente la nascita degli anti-malware per gli smartphone, spesso prodotti dalle stesse aziende che creano gli antivirus sul computer. Per quanto riguarda il discorso anti-malware sì, anti-malware no, io qui non darò una risposta, farò una riflessione, poi magari scrivete voi nei commenti cosa ne pensate, qual è la vostra opinione. Allora, a differenza di quello che succede nel mondo dei computer, dove siamo molto più esposti ad attacchi, anche perché siamo più esposti a intromissioni esterne, abbiamo link da cliccare, file da scaricare, ci arrivano mail, i software sono spesso da scaricare dai siti e non dagli store ufficiali, e così via. Dove effettivamente quindi in questo mondo l'antimalware può essere una protezione, quantomeno dai malware conosciuti, non da quelli nuovi o comunque quelli basati su vulnerabilità ancora ignote. Nel mondo cellulare secondo me la cosa è diversa. Innanzitutto come sistema è molto chiuso, e qui ovviamente vale questo discorso per iOS, ma vale anche Android. Anche nel mondo Android il 99,9% delle applicazioni vengono scaricate direttamente dallo store ufficiale. C'è la possibilità di scaricarle anche da fonti esterne nel mondo Android, ma viene fatto molto raramente. Inoltre file un po' più complicati, non tanto magari PDF ma anche solo file Excel e cose di questo tipo, che potrebbero essere dei vettori di malware, sono normalmente meno aperti, meno scaricati sui telefoni. Di solito si passa dal computer e si guardano direttamente lì. Come poi ho ho detto nel resto del video, i produttori di smartphone, comunque sia iOS che Android, tendono molto a controllare le applicazioni che vengono scaricate, anche quando vengono scaricate dagli store ufficiali. Quindi ci può essere un controllo sia nella fase di caricamento, come nel mondo iOS, o comunque una scansione in fase di installazione, come nel mondo Android. Però in linea generale non si può dire che un controllo non ci sia. La domanda è: se non riescono a individuarli sistemi di scansione automatica e di protezione già presenti nel telefono, può individuarli un antimalware, come può essere un Bitdefender, un Avira, eccetera eccetera, per telefoni? Perché se un malware è già conosciuto, è già noto, ci pensa già Google Play Protect oppure direttamente l'App Store a controllare se quel file è effettivamente malevolo oppure no. Quindi sarebbe un po' una ripetizione l'antimalware. Per tutti invece i virus più avanzati, come un Pegasus, un Paragon e altri malware di questo tipo, secondo me neanche l'antimalware migliore del mondo riesce a individuarli. Però potrei sbagliarmi, questa è la mia riflessione. Quindi magari nei commenti Sentitevi liberi di scrivere se voi lo utilizzate, se ne avete trovato uno che vi sembra molto performante e se ha mai trovato qualcosa. Ma resta il fatto che è l'utente il primo a doversi comportare in modo cauto, soprattutto nello scaricare applicazioni che chiedono autorizzazioni che teoricamente non dovrebbero servirgli a nulla. E qui viene in aiuto la seconda innovazione, quella relativa all'autorizzazione concessa alle singole applicazioni. Prima i telefoni Android, quando un'app veniva scaricata dal Play Store, chiedevano in blocco una serie di autorizzazioni all'utente e questo questo permetteva ad app malevole di inserire fra le autorizzazioni necessarie anche cose che in realtà non c'entravano nulla. Ad esempio, una app per scaricare sfondi carini per il cellulare poteva rifiutarsi di funzionare se non veniva concesso l'accesso al microfono, cosa un po' strana. Col tempo le autorizzazioni sono state rese granulari, cioè distinte a seconda della singola esigenza, in modo che l'utente possa decidere se accettarle tutte oppure solo alcune. E sono state rese anche modulari, cioè non vengono più richieste tutto insieme, tutto in una volta, ma man mano. Chi di voi ha un telefono Android sa che già da un po' di anni ormai, quando si scarica una nuova app, vengono chieste alcune autorizzazioni, come quella di inviare notifiche. Poi magari dopo una settimana, se si apre per la prima volta la fotocamera tramite quell'applicazione, viene chiesta un'altra autorizzazione, cioè quella appunto di usare la fotocamera. E si può decidere se concederla sempre, se non concederla mai, oppure solo quando si usa l'applicazione. Questo vale anche per gli iPhone, che hanno sempre avuto un approccio di questo tipo, quindi più orientato alla privacy e alla sicurezza dell'utente, ma appunto anche Android piano piano si è allineato. Entrambi i sistemi operativi oggi offrono delle funzionalità di sicurezza avanzate come lo sblocco biometrico sicuro con impronta digitale o riconoscimento facciale, l'avvio verificato del sistema che in gergo si chiama Secure Boot, la crittografia completa dei dati utente e anche delle funzionalità antifurto come il blocco da remoto, la cancellazione dei dati, eccetera. Alla luce di tutto questo possiamo provare a rispondere alla domanda esistenziale a cui accennavo all'inizio. Oggi è meglio iOS o Android? Premessa: cercherò come sempre di essere imparziale e di presentare l'argomento da fuori. Ovvio che anche io ho un cellulare, è ovvio anche che ho scelto quello che a me piaceva di più. Quindi io sono iOS o Android? Io sono una nostalgica. Il mio primissimo telefono è stato un Samsung a conchiglia, il mio secondo telefono è stato un LG Cookie che aveva un meraviglioso pennino con cui fare cose spettacolari, per cui ovviamente quando la Samsung ha lanciato i suoi telefoni con il pennino per me è stato amore a prima vista. Sono ormai 10 anni che quando cambio il telefono passo da un Samsung all'altro. È una marca di cui amo tante cose, fra cui la possibilità di personalizzare praticamente ogni singolo aspetto del telefono, per cui penso che per me oggi un eventuale passaggio ad iPhone sarebbe un po' traumatico. Uno dei grandi vantaggi di essere affezionata al mondo Samsung, e quindi anche al mondo Android, è che a me la frase "hai vinto un iPhone, clicca qui per riscattare il tuo premio" non fa nessun effetto. Detto questo, che ricalca chiaramente una mia preferenza esperienza personale, riconosco che l'ecosistema iOS ha tanti aspetti positivi riguardo alla sicurezza informatica, a cui Android è andato via via adeguandosi. Diciamo che se dovessi descrivere la competizione fra iOS e Android in termini di sicurezza, userei la metafora di due filosofie architettoniche opposte. Da una parte abbiamo Apple, che costruisce fortezze, strutture massicce controllate in ogni dettaglio, con un'unica porta d'ingresso sorvegliata giorno e notte. Dall'altra abbiamo Google, che costruisce città, spazi aperti, vivaci, dove ognuno può contribuire alla crescita, ma dove serve più attenzione per evitare i quartieri malfamati. Entrambi gli approcci hanno senso, entrambi hanno vantaggi e svantaggi, e per capire quale sia il migliore dobbiamo capire come funzionano le loro difese. Partiamo dagli aggiornamenti di sicurezza. Apple su questo ha un vantaggio enorme, cioè controlla tutto: hardware, software, sistema operativo, App Store. Quando Apple scopre una vulnerabilità, può spingere un aggiornamento su ogni iPhone supportato nel giro in poche ore. Android invece è un sistema operativo installato su dispositivi prodotti da case madri differenti. Google crea l'aggiornamento, ma poi deve convincere Samsung, Xiaomi, Huawei, Oppo e decine di altri produttori a distribuirlo sui loro dispositivi. Ogni produttore deve prendere l'aggiornamento, adattarlo alle proprie personalizzazioni software, testarlo sul proprio hardware e poi può distribuirlo. È un processo che può richiedere tranquillamente dei mesi. Per quanto riguarda aspetti diversi come la crittografia, iOS iOS ha sempre spinto molto sulla crittografia completa di tutti i dispositivi, collegata al PIN, alla password, all'impronta digitale o al viso dell'utente, mentre Android c'è arrivato col tempo. Oggi anche la crittografia di Android è molto buona, l'unica cosa è che si attiva chiaramente solo nel momento in cui viene impostato un blocco dell'accesso, e ancora oggi non tutti i dispositivi lo rendono obbligatorio. In pratica, se una persona non imposta un PIN o non mette l'impronta digitale nel telefono, il suo telefono rimane visibile a chiunque, non viene cifrato nulla. Quindi mi raccomando, cascasse il mondo, impostate un blocco, perché il telefono è prezioso. E anche se non avete nulla da nascondere, avete tantissimo da proteggere. Sempre riguardo alla protezione del contenuto del dispositivo, gli iPhone hanno un hardware, quindi hanno un componente fisico dedicato a questo, che si chiama Secure Enclave. È un coprocessore sicuro che custodisce le chiavi crittografiche e gestisce delle operazioni sensibili, come appunto anche lo sblocco tramite impronta digitale, isolando questa parte dal resto del sistema. Questo chip rende molto difficile estrarre dei dati protetti anche attraverso degli attacchi basati su hardware. Trattandosi di un componente fisico, Android essendo un sistema operativo non può fare nulla per questo. Sono i singoli produttori dei cellulari a dover inserire questo componente nel loro dispositivo. Samsung per esempio ha fatto una cosa molto simile con il chip Knox, che offre anche delle funzionalità lato software. I telefoni Google Pixel hanno un chip che si chiama Titan M e così via. Insomma, tutti bene o in generale si stanno muovendo verso l'inclusione di sistemi di sicurezza isolati per la gestione delle chiavi crittografiche e per la gestione del blocco schermo. Diciamo che soprattutto per quanto riguarda la crittografia, oggi un telefono Android di fascia alta ha protezioni comparabili a un iPhone, ma un dispositivo economico potrebbe avere delle falle anche abbastanza significative. Dal punto di vista dell'architettura del sistema, iOS ha un approccio chiuso e integrato, come ho accennato prima. Solo alcune applicazioni possono essere messe sull'App Store, non è permesso inserimento di microSD, quindi di memorie espandibili, perché sarebbero più complicate da cifrare, e così via. Android ha una filosofia aperta, quindi impedire l'accesso a determinate app oppure l'inserimento di una scheda di memoria espandibile andrebbe proprio contro all'approccio generale di Android. Quello che ha fatto è stato proteggere il più possibile i singoli processi del funzionamento del telefono. Entrambi i sistemi, quindi sia iOS che Android, utilizzano il sandboxing per apertura delle applicazioni, modalità che potremmo paragonare ai compartimenti stagni in una nave. Se un'app viene compromessa, il danno rimane confinato a quella singola app senza propagarsi al resto del sistema. iOS applica questo principio in modo molto più rigido, mentre Android offre comunque alcune possibilità di comunicazione fra le app, il che è utile per delle funzionalità avanzate ma è potenzialmente rischioso. Per quanto riguarda lo store delle applicazioni, adesso Google Play ha installato l'estensione Protect che scansiona automaticamente le app per cercare dei comportamenti nocivi, e se viene trovato qualcosa lo rimuove. Se un'applicazione era sul Play Store e improvvisamente non la trovate più, probabilmente è stato trovato qualche comportamento anomalo che ha comportato il ritiro dell'app dal mercato. Quindi se l'avevate scaricata in precedenza e ce l'avete ancora sul telefono, io vi consiglio di disinstallarla perché potrebbero poi venir fuori dei problemi. Da questa breve analisi che ho fatto, secondo me emerge che non è che un sistema operativo sia intrinsecamente migliore dell'altro, dipende da cosa cercate. Se volete la massima sicurezza con il minimo sforzo, iOS è probabilmente la scelta migliore. Se volete più controllo e personalizzazione, e siete disposti a investire un po' di tempo per configurare la vostra sicurezza e anche per stare più attenti in generale, Android può essere altrettanto sicuro. Fra l'altro, io ho parlato anche per motivi di tempo, ma soprattutto per motivi di diffusione dei sistemi operativi, solo di iOS e Android, ma ne esistono anche degli altri. Esiste ad esempio ancora BlackBerry OS, esiste Windows Mobile, insomma ne esistono anche altri. Chiaramente sono meno targetizzati dai malintenzionati anche perché sono appunto meno diffusi, quindi ho preferito parlare dei due che sicuramente oggi, almeno in Italia, dominano il mercato. La verità comunque è che entrambe le piattaforme sono diventate molto più sicure rispetto agli standard anche solo di 10 anni fa. Questo probabilmente è stato reso possibile anche dalla competizione fra Apple e Google che ha innalzato l'asticella della sicurezza a livelli che erano impensabili quando Kabir infettava i nostri occhia tramite Bluetooth. C'è anche da dire che anche i malintenzionati sono diventati più bravi e oltretutto più affamati, perché oggi non tutti abbiamo un computer a casa, ma tutti abbiamo uno smartphone. Quindi un attacco su un cellulare ha più probabilità di successo, in effetti. Bene, come sempre spero che il video vi sia stato utile. Ho voluto trattare questo argomento anche perché è da un po' che nei commenti mi chiedete di parlare di Pegasus e Paragon, quindi ho preferito un attimo introdurre il concetto di malware nel telefono. Ora che sapete tutto, non potete perdervi il video della prossima settimana in cui parlerò di questo. A presto!










