A short YouTube video (Daniele Penna Risponde) in which Daniele Penna answers a viewer (Laura) about the cultural "obsession" with selfies. Penna critiques selfie culture as superficial: selfies often prioritize appearance or performance over genuine memories, produce large numbers of trivial photos stored on devices/social media, and change how people remember places (remembering seeing a scene via the phone rather than directly). He also argues that published photos on social platforms reveal consistent psychological signals about people (their "mask"), and that one can infer personality or intent from shared images. The clip contrasts older film-camera practices (careful, costly photos) with today's casual, disposable digital snaps and notes social/psychological motives for taking or avoiding selfies (vanity, shame, self-presentation, messaging).
Chapters
Daniele, cosa ne pensi dell'ossessione per i selfie? Oh Dio mio! Che te devo dire, Laura, all'ossessione per i selfie? Oggi come oggi è... Oggi come oggi è... è di moda, oggi come oggi, il selfie è un modo... torniamo sempre lì, no? se pensi che è l'unica cosa che ha, ognuno mostra quello che ha, va bene? è questo il concetto. torniamo sempre da questo principio, ognuno mostra quello che ha. per cui, se tu pensi di avere soltanto due begli occhi e due belle tette e un culo, quello puoi mostrare. E' semplice. Infatti a me me fanno morire le persone che hanno 700.000 foto, ma non di quel che cazzo sono stati, o di ricordi. Perché il selfie non è un ricordo. Il selfie non è un ricordo. Il selfie è un selfie, fatto ricordando stati. che poi selfie, clic clic clic, almeno stanno i bastoni e riesce a piappure qualcosa dietro ma in teoria la foto prima, quando costavano le foto, che c'eravano i rollini 35, 34 così, ogni po' di sviluppato, di fare la foto precisa, prendere la cosa a fuoco, tutta quella cacciola lì, era più bello perché ogni foto che scattavi, perché costava, la sceglievi con calma, con dedizione, prendevi l'inquadratura e girali qua, fai di su, fai di giù, perché non ricordo, adesso no, cioè ragazzi io lo vedo, io scatto foto, poi arriva un momento in cui il telefono mi dice, è pieno, mi dico, senti che ti dico, cancella tutto, manco le guardo, cancella tutto, butta tutto al secchio, perché tanto la foto ha senso, tanto adesso ormai facciamo le foto, le piazziamo su Instagram, me le tiene Instagram sti cazzi, se ha senso, ma attenzione, oggi come oggi siamo abituati a vedere secondo me tra un po' la mente non avrà più ricordi di paesaggi, avrà ricordi di paesaggi dentro il telefono cioè non avrà più il ricordo del mare che vedo, avrà il ricordo di io che vedo il mare nel telefono non è il mio caso, non è che sto lì a fare foto costantemente infatti poi vedete subito chi si continua a fare selfie o chi invece non si mostra quasi mai in foto lì ci possono essere due motivi diversi per cui insomma, potrebbe esserci vergogna, potrebbero non piacersi, oppure potresti dare dei messaggi, oppure potresti usare le foto come mezzo per dare dei messaggi, per mostrare quello che hai dentro. Si può capire, guardate che, io potrei fare veramente un corso di, e si potrebbe fare perché oggi su Facebook si potrebbe fare, tu puoi capire, non è neanche comunicazione non verbale, è comunicazione su Facebook. Cioè facciamo un corso di comunicazione su Facebook. Tu puoi comprendere una persona, neanche dai messaggi che mette, dalle foto. Cioè dalle foto che pubblica, tu puoi farti un quadro psicologico di una persona. in maniera, da un certo punto di vista, quasi molto più preciso di un quadro, di un'intervista psicologica o di un lavoro sotto ipnosi o quello che sia. Perché? Perché la persona quando si fa le foto non ci pensa. Ha la sua maschera di base. Quindi mostra ciò che realmente è. E vi posso garantire che C'è gente che ad esempio non se fa le foto se non è perfetto, se non c'ha tutto truccato, preciso, organizzato. Se non c'ha ste robe qui, non va bene. Non va bene. Ognuno mostra quello che c'ha. O che pensa da vece, eh. Quello che pensa da vece, perché è diverso.