One TV, Speciale Colpi d’Ala – Gli uomini che hanno costruito un sogno

The video is a conversational interview hosted by "Speaker A" for the One TV special "Parma Legend" series. Former Parma players Alberto Di Chiara and Sandro Melli sit down to reminisce about the club’s extraordinary journey from the lower tiers of Italian football to Serie A, European competition and multiple trophies. They recount personal milestones – Di Chiara’s first national‑team call‑up, Melli’s promotion‑deciding goal against Reggiana – and share vivid anecdotes about teammates (Gianfranco Zola, Roberto Baggio, Van Basten), coaches (Arrigo Sacchi, Nevio Scala) and the intense mental regime of Sacchi. The conversation repeatedly returns to the theme that the group’s cohesion, mutual respect and shared values were the engine of Parma’s success, more than any single star. They discuss how football tactics, player responsibilities and the role of the defender have changed from the 1990s to the modern VAR era, and they reflect on personal responsibility, performance pressure, and coping strategies (e.g., staying home after a bad match). Leadership within the squad – Fausto Pizzi, Roberto Donadoni – and the importance of off‑field family bonds during European trips are highlighted. The interview ends with a philosophical note that sport is a metaphor for life and professional teamwork, emphasizing friendship, legacy, and the lasting “Parma Legend” identity.
Chapters
Benvenuti in questa nuova puntata di One TV speciale Parma Legend. Do il benvenuto al mio compagno di viaggio, un'altra volta, Alberto Di Chiara. Ciao Alberto, come stai?
Ciao a te, tutto bene?
E lascio a te.
Vai, la presentazione la faccio io. Vai, giusto. Stiamo parlando, parlavamo, abbiamo parlato tante volte, no? Gruppo amicizia, che rappresenta anche professione e casa, che rappresentano tante altre cose, il lavoro e i risultati di conseguenza. E qui c'è un esempio vivente, diciamo così, di compagno di valore assoluto per quanto riguarda il discorso calcio giocato e amico da ormai da una vita, si può dire, no? Sandro Melli, chi è?
Ciao a tutti.
Grazie Sandro di essere qua.
Grazie a te per l'invito e a Alberto.
Albertuccio.
Albertuccio perché per me è Albertuccio, è il compagno di vita.
Sandro, ma io parto da qua, Albertuccio?
Albertuccio perché lui, tutto quello che io ho imparato l'ho imparato dal maestro. Esageriamo. Maestro di vita. C'è Gigi Proietti maestro del teatro, così diciamo delle stupidate. Tutte stupidate simpatiche.
Io vi seguo, eh, vi seguo sui social, per cui...
Lui chiamava i compagni spesso col diminutivo, Gabriele Duccio, che era Pin, Alessandro Duccio, e allora a me è venuto automatico chiamarlo Albertuccio. Yes it is!
Che poi diremo anche alla fine.
Diciamo come dicono i bravi, ora c'è l'hype, come dicono i bravi, appunto, insomma sta creando tendenza. Alberto fa tendenza.
Beh, a me 40 anni che fa tendenza su di me, dunque, cioè più tendenza di così.
È reciproca, è una cosa reciproca perché il gruppo è quello che è.
Mi ha drogato proprio, io sono drogato di Alberto Urso.
In tanti, posso dirti in tanti.
Sono un tossicodipendente di Alberto Urso.
Se io ti dovessi chiedere, vabbè, quando è la prima volta che l'hai visto o comunque il tuo ricordo Alberto diventa Alberto per te?
Beh no, lui l'ho incontrato da avversario che ai tempi era a Firenze e noi siamo arrivati diciamo in Serie A col Parma, dunque lui era un avversario.
C'ha fatto pure gol!
Tra l'altro 2 gol!
Come puoi sentire, essendo insomma sono fiorentino.
E poi l'anno successivo è venuto da noi e Alberto si è inserito, beh a parte parliamo di un calciatore di un livello impressionante, Lui lo sa, io gliel'ho sempre detto. Adesso parlo seriamente. Io ho sempre detto che dopo Paolo Maldini Alberto era il più forte esterno in assoluto di quegli anni lì. E se avesse avuto— Alberto ha fatto una carriera meravigliosa, però se avesse avuto un po' più di fame, diciamo, che è una cosa che forse anch'io— Questo è una cosa che, diciamo, mi è un po' mancata anche a me a volte. Ma se avesse avuto un po' di fame lui poteva fare, non so, 50 presenze in Nazionale, ma facili facili.
Nel contesto più difficile, perché noi fra le altre cose, una peculiarità, a parte che ho avuto la fortuna di essere lui stato il primo a essere convocato in Nazionale con il Parma, e io il primo giocatore a giocare con il Parma. E ci siamo poi, abbiamo giocato in Nazionale anche insieme con la partita contro l'Estonia.
Siamo stati convocati qualche volta insieme. Ma Alberto era meraviglioso, perché non so se poi posso dire, sono tutti in prescrizione.
No, no, vabbè, lascio la sua sensibilità.
Allora, l'allenatore dell'epoca era Arrigo Sacchi. Arrigo Sacchi era un grande allenatore, ma pesante. Proprio a livello mentale molto pesante. Uno che ti fai una settimana con Sacchi sei distrutto per un mese.
Noi abbiamo fatto chi poche presenze, chi tante, chi 5, chi 3, 2, 1, 5, 10, ma come se fossero 100 con un allenatore normale, normale nel senso meno.
Rispondava proprio mentalmente, non era facile stare dietro a una persona così. E allora delle volte lui faceva gli stage, se vi ricordate aveva inventato gli stage, che non erano delle convocazioni, erano degli allenamenti e nessuno voleva essere convocato. Perché è un conto essere convocato per la partita della Nazionale, che allora è un prestigio, un valore, ma lo stage, il weekend dello stage, obiettivamente uno voleva andare al mare.
Sei libero dalla tua squadra.
Vuoi uscire. Quando non era convocato lui portava i pasticcini. Di solito dovrebbe succedere il contrario. Non sto scherzando, ha portato le paste, mi ricorderò sempre, perché nello stage non era stato convocato. Era felicissimo di questa cosa qua.
Però ci fu una partita proprio quella con l'Estonia che non era stata convocata.
Io ero convocato ed ero in camera con Roberto Baggio, che ricordo fu un'emozione meravigliosa, poi c'ho anche degli aneddoti straordinari.
Sì, esatto, perché poi quando sei stato in camera con Roberto Baggio, cioè, cazzo! Paolo Maldini si fa male, Allora, aspetta, esatto, lui sta raccontando mentre lui era lì, mentre io ero di qua. Io stavo andando al mare con la mia famiglia, giustamente, e sento sulla radio Maldini infortunato.
Eccoci, è finita. Veniamo a sapere che viene convocato. Allora io e Baggio lo chiamiamo. Aspetta, stai arrivando.
Aspetta, che c'era? Io ho dato tutto in prescrizione. C'era la compagna, per farti capire com'era l'atmosfera, che chiaramente c'era il Sì, già giocare in Nazionale, sia ben chiaro, eccetera eccetera. Però Pica che mi chiama, che era l'accompagnatore ufficiale, mi fa proprio per farti capire: Alberto, non so se per te è una buona notizia, sto per dirti qualcosa che non so se—
Era in costume da bagno, qualche scialle.
Non mi raggiunge, ho detto, l'autista viene, eccetera eccetera.
Dove eravamo? A Trieste. A Trieste, comunque lontanissimo da Forte di Marmi.
Una cosa completamente diversa.
E questi credimi, lui con Roberto, Stai arrivando? Sei a Monfalcone? Ma guarda che roba! E poi aspetta, l'aneddoto d'altra cosa è: noi arriviamo, arrivo lì in albergo e chiaramente lui, Saki usava, perché aveva paura che si formassero i gruppi, ma insomma lì siamo tutti i giorni un pochino arrivati quindi ci poteva anche evitare, non faceva i tavoli da 5, da 6, ma c'era la tavolata lunga e quando sono arrivato io in ritardo rispetto agli altri, indovina qual era il posto libero?
Accanto a Saki, che te lo godi da Dio!
Ha cominciato a farmelo adesso, che poi fa tutte le diagonali, le cose incavolate. L'ho fatto sempre giocare da titolare, devo dire. Che poi, a parte che noi avevamo quel Parma lì, era difficile non farci giocare, perché al di là del primo o il secondo, quelli che sono arrivati a giocare, meritavamo tutti di giocare, perché eravamo una squadra straordinaria.
Parma straordinario, meraviglioso, che tuttora siamo tutti legati uno con l'altro.
Parlavi prima del giocatore straordinario, dei giocatori straordinari, ed è inevitabile che oggi, no, si vada a ripensare a come si era. Però nel momento in cui si è 16 anni all'esordio, e quindi come dire da ragazzo, letteralmente da ragazzo, da bambino, o simili, uno non ci fa caso, no, come dire, non Non si ha troppa autoconsapevolezza di essere un grande calciatore?
Nessuna, totalmente. Io personalmente nessuna. Cioè, nel senso, per me era bello giocare, era bello cercare di segnare ogni domenica, più gol possibili.
E lui faceva dei gol, quando faceva gol era una cosa incredibile.
Il ruolo che avevi, diciamo, verso la gente non—
Staccavi?
Sì, non riuscivi a percepirlo. Io lo percepisco molto di più Da quando ho smesso, molta gente che mi dice: "Simone, mi hai dato delle emozioni per quella partita, io avevo il tuo poster..." Io dico: "Ma davvero?" Perché per me è una cosa naturale.
Quando la vivi non si ha la totale autoconsapevolezza.
Assolutamente sì.
Anche perché se ti fermi a pensare forse diventa complicato, no?
Perché se ti prendi troppo sul serio potrebbe essere un'arma a doppio taglio.
Perché quando mi hai detto che io ho fatto l'esordio a 16 anni, eccetera eccetera, Quando si dice: "No, eh, se ci avessi la testa di adesso..." Non avresti fatto lo stesso percorso che hai fatto, perché se tu c'hai a 16 anni la testa di uno di 30 anni e entri in campo, lì c'è l'incoscienza, no? E quindi fai delle cose che ti portano a superare te stesso, a non pensare che c'hai 60.000 persone che ti guardano o che stai giocando una partita importante. L'inconsapevolezza e l'incoscienza ti portano a fare dei risultati. Se te sei consapevole te la fai addosso.
Eh sì, perché se ti fermi a pensare che cosa stai facendo è Per noi che guardiamo, uno di quei 60.000, inevitabilmente voi siete uno dei 22, no, che giocano in campo. Per voi, dentro quei 22, insomma, se ti soffermi a pensare—
e diciamo che lui, cioè, avete ragione, lui ha ragione. Però io anch'io all'inizio un pochettino ci pensavo. Certo, la paura ce l'avevo. Finché giochi nei ragazzi, nei giovani, non c'è nessuno che ti viene a vedere, cioè i genitori, quant'altro. Lo stadio Il passaggio dal settore giovanile al professionismo, almeno personalmente, non è stato facilissimo.
Ti ricordi la prima partita?
Io ho giocato anch'io a 16 anni, a 16 anni ho giocato in, adesso si chiama Lega Pro, una volta era la Serie C, e quando sono entrato nel mondo del professionismo, non è stato facilissimo, devo dire. Ho fatto anche un gol importante che è stata la promozione per andare poi in Serie A.
Ti ricordi la partita?
Era Parma-Sanremese, 2-0, ho fatto il primo gol, dunque la promozione, io sono nel tabellino della promozione, allenatore Rigosacchi. Capito?
Perché la cosa particolare—
Infatti lui lì è rimasto un po' scioccato.
No, scherziamo, lui lo conosceva molto prima di te. Molto prima di te.
La cosa particolare del Parma, noi conosciamo il Parma addirittura oggi Parma Legend, no? Perché quel Parma è stato leggenda, ma in una squadra che non aveva quel blasone. E quindi un conto è giocare ovviamente in una squadra che già ha della storia, e un conto essere storia, farne parte.
Diciamo che abbiamo avuto questa facoltà, questa possibilità di scrivere una storia importante perché siamo stati i primi a tagliare determinati traguardi che sono rimasti nella storia, nel senso che vincere una Coppa Europea, Sandro addirittura è stato l'artefice, insieme ad altri suoi compagni come Gigi, Avolloni, Minozzi, eccetera eccetera, di fare il primo passo verso la Serie A. Io ho lavorato con il Lecce a suo tempo e lo feci con il Lecce, loro hanno fatto poi una continuità, insomma il Lecce poi non fece la stessa storia.
Non è la stessa storia.
Noi oggi vediamo il Parma in Serie A ed è quasi una abitudine.
Esatto, tranquillo, certo.
Quando io ho giocato i primi anni al Parma era in C, o in B, ma molta C. Certo, la Serie A era qualcosa di impensabile, irraggiungibile. Quando l'abbiamo raggiunta, qualcosa—
abbiamo toccato il tetto.
Poi Serie A, e ti dirò di più, secondo me nella storia del calcio, a mio avviso, nessuno ha fatto quello che abbiamo fatto.
Sono d'accordo.
In così poco tempo.
Sono d'accordo.
Cioè, noi abbiamo vinto tanto passando dalla B in Europa in pochissimo tempo. Secondo me nessuna—
in un contesto molto difficile, nel senso che tu stavi nel campionato italiano più importante di sempre.
Esatto, esatto.
Hai capito? Non è che dici hai vinto approfittando del calo di tutti gli altri. Gli altri erano nel massimo della—
le famose Sette Sorelle. Cioè, parliamo di un campionato di Serie A dove i migliori giocatori al mondo in tutte le squadre, c'erano dei campioni dalla metà classifica in su, in realtà anche la metà classifica in giù, dove non c'era l'eccezione di un campione, c'erano squadroni, giocavi contro i migliori al mondo.
C'erano i migliori al mondo, si passava da Mateus a Maradona, parliamo di giocatori straordinari, un must.
Il difensore peggiore che hai incontrato giocando, da un punto di vista sportivo?
Il difensore diciamo più forte che ho incontrato, che ho visto l'altro giorno tra l'altro a un evento, con cui poi ho giocato anche insieme alla Sampdoria, è Pietro Iacopo, che è in assoluto il difensore più forte, arcigno, cattivo, che senza barra. Tu lo toccavi, ti faceva male.
Come quelle piante che ti pungono.
Come ti tocco ti faccio male.
In un calcio senza quarto uomo, senza VAR, cioè in un calcio dove per fermare Sandro Melli, Alberto Di Chiara dovevano farti capire fin dagli spogliatoi, dovevano farti capire.
Eravamo collegati a una era una trasmissione, eravamo io, Apolloni e Filippo Galli, altri due grandissimi difensori, e a un certo punto è arrivato Pietro Viacoda. Allora io ho detto: qua ci sono tre che sia come compagni che come avversari mi hanno dato un sacco di botte. E Pietro fa: no, Alessandro, io non ti ho mai trucchiato, però un giorno ti ho tirato un pugno in faccia che ti ho steso per terra.
Meno male che non sta mai di schiena.
Sì, me lo ricordo bene Pietro, però Però una volta i difensori potevano, erano proprio permissivi di poterti darti, picchiarti, perché l'arbitro glielo permetteva.
Certo, ed era l'unico modo di fermare quel tipo di gioco, no? Cioè oggi ne abbiamo discusso spesso, oggi è un gioco più estremo di tatticismo, cioè nel vostro calcio c'era il gioco, quindi la palla la dovevi muovere, dovevi dribblare il giocatore, l'unico modo il difensore aveva per fermarvi era steccarvi.
Io dico sempre che fare gol una volta era veramente difficile, complicato, c'era da fare una fatica della miseria per raggiungere l'obiettivo del gol. Oggi ho la sensazione che gli attaccanti, un po' perché le regole sono tutte a favore loro, un po' perché ormai il modo di giocare, tutti offensivi, dunque c'erano praticamente occasioni, occasioni, tutti In area ti trovi un attaccante, si trova con 7-8 compagni. Una volta io mi ricordo che ero quasi a mezzo abbandonato lì all'area da solo.
Ti sento solo.
Cioè, dunque è cambiato molto, è cambiato molto. E un gol di una volta secondo me valeva 3 o 4 di oggi.
Ma sì, perché poi per gli attaccanti c'è anche un raffronto da fare. Prima venivano sommati, dicono, hai superato i 100 gol, i 50, quello che siano, per gli attaccanti prima, se tiravi e deviava il difensore era autogol.
Chiaro.
Invece più, più adesso ti danno i rigori. Se guardi male uno, se guardi male, credo che vogliono mettere, manca solo che mettono questo. Ha guardato male, rigore.
Parliamo dell'era di Libero, parliamo dell'era di Trapattoni, no, dove le difese erano veramente schierate.
Un attaccante tirava, adesso tira 20 rigori a stagione.
Sì, sì, ma poi comunque, ripeto, calcionare da soli senza che nessuno gli è vicino. Intanto si fa una discussione: è più bello il calcio di adesso o di una volta? Questo qui è una roba che poi diventa difficile. Io dico una cosa di cui sono certo, cioè che una volta per l'attaccante era molto, ma molto più difficile. Questo sono sicuro.
C'è una partita che ti ha fatto capire, per tu che hai fatto il Parma, no? Cioè che, come dicevi, dalla Lega Pro, poi la Serie B, la Serie A, addirittura l'Europa, essere una delle pretendenti ogni anno per quel breve periodo alle Coppe Europee. C'è una partita nel quale tu hai preso consapevolezza, dove hai detto: "Cavolo, sono il Parma!" Allora, io personalmente o come squadra? Personalmente.
Allora, come ti ho detto, io personalmente essendo stato considerato un "fan prodige" Cioè uno che praticamente doveva esplodere da un momento all'altro. Mi hanno messo in prima squadra a 16 anni, ma ho fatto un po' di fatica, ho fatto un po' di fatica perché non è facile passare dai giovani agli adulti.
C'è un po' di vertigine.
Sì, sì, ma molto, ma molto. Ho fatto un po' di fatica. Poi c'è stato l'anno che è arrivato Scala, l'anno prima, che era un punto per cui dovevo o cominciavo a dimostrare, a far vedere quello che ero, se no cominciavo veramente a perdermi. E lì secondo me, quell'anno lì, partita dopo partita ho cominciato a dire: forse sto diventando calciatore, forse ci sono davvero.
Perché cominciamo anche ad avere un allenatore giusto, grazie molto a tanti compagni.
E cito, lo dico perché, che Fausto Pizzi, che credo che forse è venuto da noi, e l'ho trovato quell'anno lì a militare insieme. Poi lui è stato preso dal Parma, siamo andati insieme in ritiro, mi ricordo, da militare. Siamo partiti Fausto è stato per me qualcuno che mi ha aperto una strada nuova che in quel momento lì ancora non riuscivo a trovare.
Ti ha acceso poi i fari la luce.
Voi non ve ne rendete conto, ma mentre stavate facendo questi discorsi eravate già in Serie A. Cioè è questo il meccanismo della bravura mentale, della forza e della difficoltà che ci può essere quando si incontra—
Sì, non me ne rendevo conto perché comunque già stavo giocando comunque ad altri livelli, ma ripeto, io ancora avevo delle insicurezze e quell'anno lì ho cominciato a capire: sì, ci sono, adesso sto diventando giocatore, non ho più paura della gente, non ho più paura dell'adulto, del marcatore esperto che ti picchia, ci sono anch'io adesso.
Gioco.
È stato l'anno lì, dall'89 al '90, è stato un anno per me fondamentale.
Leader negli spogliatoi? Beh, hai raccontato di Fausto Pizzi.
Fausto Pizzi più che leader negli spogliatoi era un leader, almeno per me, è stato un genio.
E lo hai aiutato in che cosa?
Nel farmi capire che avevo delle qualità, che non dovevo andare sotto stress, che che comunque se giocavo libero rendevi di più, una persona che mi ha aiutato molto. Leader noi di dentro non avevamo un leader, forse Scala era il nostro padre, nostro padre, nostro padre, certo, nostro padre, certo, nostro padre, che stava lì. Eravamo tutti più o meno leader, chi più chi meno, eravamo tutti leader.
Ognuno aveva la propria caratteristica sia nello spogliatoio che in campo, cioè era uno spogliatoio veramente, c'erano degli incastri, probabilmente che sono venuti fuori un po' cercati, un po' naturalmente, no? Quando si parlava, si parlava tante volte, no, il fatto che adesso le, la società e gli stessi allenatori sono una, sono composti da 20 persone, che nessuno ha detto il mental questo, quella, adesso.
Invece noi eravamo mister, preparatore atletico, preparatore portiere, era anche secondo allenatore.
Faceva il doppio, faceva il doppio ruolo.
In società c'era il segretario e il direttore sportivo.
E c'era chiaramente la Parma Lattea.
Certo, che però era già la proprietà, eccetera eccetera. E quindi avete costruito, anziché avere un leader, in realtà il leader era il gruppo stesso.
Secondo me sì, noi non abbiamo mai avuto un leader, per quanto magari, che ne so, il minotti della situazione era una persona molto più inquadrata.
Certo.
Professionale per certi versi, più attenta agli ovari, e dunque la Polloni uguale. Poi c'erano i personaggi come Alberto che andava fuori dagli schemi, ma erano fuori dagli schemi consentito.
Nel momento in cui avevo bisogno di quello, nel momento in cui avevo bisogno di quello, cioè tante personalità.
In uno spogliatoio se tu trovi 20 preti va malissimo, se trovi 20 giullari Va malissimo. Se trovi un mix di persone che si incastrano, che hanno però dei valori, perché tu puoi essere prete o giullare ma devi avere dei valori. Se trovi questo, trovi il Parma Calcio o comunque squadre che vincono. Noi secondo me ci siamo incastrati in una maniera talmente perfetta che diventa difficile capire come siamo riusciti.
Che ancora oggi a distanza di tempo siete leggende e vi vedete, vi sentite Io ti raccontavo, vi seguo sui social inevitabilmente, ma si vede che quando vi incontrate c'è veramente stima, amicizia, valori. E benché magari uno—
Ancora ci divertiamo.
E magari benché uno non si possa vedere.
Serve a poco.
Beh, fate cose bellissime.
No, serve quelle che poi sono donare la nostra presenza e di conseguenza cercare di aiutare le cose. C'è una domanda che avevo fatto a Osio, che anche lui credo sia stato un buon proprio. Ho sempre questa domanda: è il gruppo che fa le vittorie o sono le vittorie che fanno il gruppo? Perché spesso anche le vittorie aiutano a fortificarlo. Nel nostro caso, secondo me, il gruppo ha fatto le vittorie perché siamo ancora insieme. Quando le vittorie fanno il gruppo, il gruppo poi dopo però muore, sparisce. Noi invece secondo me siamo un po' così.
Siamo uno dei casi rari, assolutamente da contare sulla punta delle dita.
Perché devi essere anche un po' chiaramente nel calcio come nella vita, bisogna avere il pizzico di fortuna di riuscire a ottenere il risultato giusto al momento giusto, l'ambiente, una serie di cose che hanno portato a far sì che c'era un'unità di intenti, c'era una forma di stima reciproca, perché poi quando ti dicevo che in campo Scala ci metteva in campo, poi eravamo noi in campo che capivamo quando era il momento di stare attenti.
Noi addirittura eravamo legati con le famiglie, diciamo che le nostre trasferte europee erano con mogli, fidanzate, qualcuno magari aveva anche qualche figlio, cioè eravamo tutti legati, anche le mogli e le fidanzate erano amiche. Sì, sì, era un meccanismo Andavamo in Europa, partivamo magari 2 giorni prima della partita e più che pensavamo alla partita, però noi andavamo in giro per la città a visitare i musei, le opere d'arte, insieme anche ai tifosi, insieme ai giornalisti.
È vero anche che poi, quando abbiamo già parlato in altre occasioni, che Scala, che però anche noi abbiamo avuto, le cose sono sempre andate bene perché quello che si diceva prima, noi in 10 anni, diciamo così, della storia del Parma in 10 anni che vince quasi 8 coppe, ha fatto quello che non hanno fatto nella loro storia Roma, Lazio, Fiorentina e quant'altro.
Ben più blasonate pure.
Però nei momenti di difficoltà c'era Scala che era un padre e capiva magari i momenti, ne ho parlato in altre occasioni anche con ex compagni, non so, tipo la situazione a Torres Nuevas, c'era una situazione di— lo si capiva quando negli Oscar facevano una passeggiata, e si diceva "come cazzo, geometria, abbiamo già detto".
Lui ha ragione che negli Oscar era un padre, assolutamente un padre, ma in certi momenti anche il padre andava in crisi, aveva delle crisi sue, che è normale, umane, E camminava da solo, da solo, non parlava, non parlava. Noi dietro come un gregge. Però il discorso è che noi eravamo comunque persone con dei valori, siamo riusciti ad aiutare lui anche in queste difficoltà sue, perché anche lui aveva questi momenti che non sapeva come gestire, suoi personali. E credo che anche noi abbiamo dato una grossa mano a lui, perché non ci siamo mai ribellati a cose Dove mi stai portando? Cioè, dove stiamo andando? Cioè, dove usciamo? Salita, non camminando, perché avevamo arrabbiato perché magari abbiamo fatto una settimana sbagliata quant'altro.
Però noi c'era camminare, camminiamo.
Non a caso in quella partita facciamo gol io e te.
Io faccio un euro goal, lui faceva un euro goal, io faccio un gol più serio.
Però quel 2-0 sbloccato completamente l'andata, che noi avevamo pareggiato 0-0 a Parma, stavamo in quell'ambiente, non è facile insomma che te—
vinciamo 2-0, però è capitato più di una volta che il mister avesse queste sue situazioni di difficoltà personali e secondo me noi l'abbiamo— ma lui lo sa che noi l'abbiamo aiutato come lui ci ha aiutato tantissimo.
La forza del gruppo, cioè ognuno con il suo ruolo chiaro, con i suoi momenti di forza e i suoi momenti di aiuto e quindi il gruppo che è forte su quello.
Visto che siamo in un ambiente come Professione Casa, dove il gruppo deve fare la differenza, no? Come gestire...
Noi usiamo ovviamente, inevitabilmente, lo sport metafora di vita, anche se diciamo sono i tempi che cambiano, no? Cioè la vostra performance, nel caso del calcio, sono 90 minuti, la nostra performance non è quantificabile nel tempo perché magari può essere al contatto con il cliente, può durare X tempo, un'ora, eccetera. Però c'è molta similitudine, no, nella costruzione di un team, nel trovare la motivazione. E ti chiedo, Sandro, nel momento in cui tu da attaccante sentivi il peso della responsabilità e magari ti capitava, come può succedere, parlavi dell'esempio del venditore, che non riuscivi a segnare, come trovavi la forza? Cioè ti prendeva il blocco e iniziavi a pensarci al fatto che magari non segnavi oppure...?
No, allora intanto mi è capitato più di una volta. Raramente, lo dico. L'aiuto dei compagni è fondamentale, l'aiuto dell'allenatore è fondamentale, poi l'aiuto a casa è ancora più fondamentale. Io se le cose non mi andavano tanto bene intanto non uscivo di casa, stavo in casa, non andavo fuori a cena, Cercavo di capire dentro di me, certo, come venire fuori.
Per farti capire come era un tempo, adesso è successo.
Io se giocavo male la domenica, no, non uscivo di casa. Io magari avevo organizzato anche una cena post con amici, non amici. Se la partita era andata male, o per me o anche, non c'era lo spirito proprio, non avevo lo spirito.
Io la chiamo responsabilità.
Io non uscivo, non uscivo, perché per me era irriverente verso la gente, verso andarmi a divertire così quando 3 ore prima ci avevo fatto tra virgolette cagare. Non ce la facevo e dunque questo qui era una cosa che dovevo trovare il mio equilibrio a casa piano piano per trovare poi dopo l'attaccante si sblocca magari su una palla sporca, meno cercata magari. Magari uno dice ho fatto tutto questo poi alla fine perché mi sbatto la palla lì e ce lo faccio.
E ti sblocchi.
Però a me dava fastidio.
Questo è figlio dei tempi, nel senso che ho incontrato tanti giocatori dei nostri tempi che sentivano questo peso di responsabilità e tanti giocatori di questo tempo dove la vedono di più come una professione, cioè io faccio la mia performance, immediatamente dopo stacco e Figlio dei tempi moderni. Sì, però è il concetto di responsabilizzazione, no? Non si è giocatore solo unicamente per quella performance, si è giocatore 24 ore su 24, 365 giorni all'anno. Anche perché la vostra responsabilità, la responsabilità di chiunque fa il professionista, è verso qualcun altro. Nel vostro caso i tifosi, la società.
Tanto ai tifosi, se non tutto. Se non c'è la gente non esistono i Chiara, non esiste Melli, non esiste nessuno. Dunque credo che sia giusto rispettarli.
È una forma di rispetto importante.
E quando le cose non van bene, non dico mettersi con la testa bassa, con i piedi per terra, però rispetto verso chi ha pagato un biglietto e tu oggi non hai dato quello che meriterebbe.
Ma anche verso te stesso. Insomma, io non ci riuscirei proprio ad avere lo spirito per fare determinate cose. Poi al di là delle cose inevitabili, però.
Il gol che ti porti più nel cuore?
Il gol che mi porto più nel cuore è il gol della promozione in Serie A. Un gol che ho fatto al novantesimo, abbiamo vinto 2-0 contro la Reggiana, perché io sono di Parma.
Contro la Reggiana?
Contro la Reggiana. E come ho detto prima, ai tempi che il Parma andasse in Serie A era utopia. E dunque il fatto che io ero uno della curva e che sono quello che ha contribuito—
proprio sotto la curva, sotto la curva.
Poi finita la partita, perfetta, eh, 90° finita la partita, fischio finale, comunque perfetto.
Cioè neanche uno sceneggiatore avrebbe scritto—
neanche uno sceneggiatore poteva fare una cosa così perfetta. Al 90° il gol, vado sotto la curva, pi pi pi Finito, pam, in Serie A. Dunque, perfetto. Per me è quello. Poi ne ho fatti di più importanti a livello, diciamo, mediatico, blasoni, a Wembley, però per me quello lì rimane più importante.
Ti faccio un po' di domande a raffica e ti chiedo laddove possibile di attribuirgli un nome. Il compagno più forte con il quale hai giocato? È facile Alberto dichiararla, escluso i presenti.
Allora, in squadra Zola. Poi io ho giocato anche in Nazionale, ho avuto la fortuna di giocare con Baggio e allora ti dico, a livello direi Baggio. Ho giocato anche con Van Basten, ma Van Basten non stava benissimo, dunque obiettivamente era nella fase in cui non stava bene perché ha avuto un sacco di problemi. Però direi che Gianfranco Zola per distacco, Baggio, mettendo dentro anche la nazionale, direi Roberto Baggio.
Gianfranco Zola è uscito fuori diverse volte e io mi sono permesso di dire, paradossalmente, credo che non abbiamo avuto la fortuna di vedere lo Zola quanto in realtà avrebbe potuto essere. Cioè, io sono—
Sono due che è stato pure anche sottovalutato, per certi aspetti. Sì, esatto.
Un po' secondo me sì. Credo che Gianfranco, che aveva qualità come Baggio, come Del Piero, come—
Assolutamente.
Forse avesse un po' meno personalità per certi aspetti, cioè era un po' più timido, un po' più riservato, un po' più—
Sì, faceva poi il suo.
Questa cosa qua secondo me ha un po' inciso su—
E poi si portava sulle spalle il post Maradona.
Bravo, sul giudizio.
Si portava sulle spalle il post Maradona, il post Baggio, cioè ha sempre avuto tra virgolette, dei paragoni.
E poi è sempre più piccolo.
Poi quando verrà qui a trovarci abbiamo il tavolino pronto.
Gianfranco è uno dei nostri, tra virgolette scherzando, lo mettiamo sempre un po' in mezzo, ci divertiamo, ma è talmente una persona meravigliosa che accetta questo modo che abbiamo di scherzare su di lui che Non ti dico, bellissimo.
E a proposito di questo, il più simpatico, incluso i presenti, non lo dico perché è qua, perché sennò sarebbe scontato.
Alberto a me ha fatto sempre ridere, sempre, sempre.
Nel senso buono e viceversa, eh, e viceversa. Cioè, nel senso buono, eh, nel senso buono.
C'è un'empatia, c'è un'empatia.
Ho sempre riso con Alberto, cioè io tuttora rido, ma penso ad Alberto, io Adesso facciamo dei giochi, dico delle barzellette. Cioè, io nel raccontare la barzelletta penso ad Alberto e a me Alberto fa— cioè, l'altro giorno eravamo sul pullman, mi ha fatto vedere delle cose di Totò che conosco tutte a memoria. Però te le ha fatte vedere da Alberto? Io ridevo come un matto, perché poi un po' me le avevo un po' dimenticate. Me le ha fatte— meraviglioso! Alberto per me è sempre stato una valvola di allegria, di allegria in tutto.
Ecco, questo è chiaramente reciproco, perché poi le cose in maniera empatica vengono fuori in maniera naturale, no? Perché tanto queste cose qui vengono quando c'è empatia tra due persone, si esprime con il sorriso, con le battute, ci si capisce al volo, diventa un po' un fatto normale.
Di seguo e consiglio di seguirli sui social che sono veramente— No, ma hai detto una cosa, ora nel vostro caso, nella conoscenza, ma anche a me capita inevitabilmente, no, nei momenti tra virgolette meno felici, e di vedere insomma come vi rapportate ed è straordinario, continuate a farlo. Ma lo fate apposta? Cioè c'è un copione?
No, io ho la fortuna di conoscere Alberto, Poi se penso ad Alberto mi viene da ridere.
Ci viene fuori naturalmente, dove siamo siamo, sia a Udine piuttosto che a Lione piuttosto che d'altra parte.
Il più competitivo? Così andiamo da...
Il più competitivo ti direi che... Beh, in un ambiente stra-competitivo è Roberto Donadoni. Roberto Donadoni, che l'ho avuto come giocatore, come compagno al Milan, e l'ho avuto come allenatore, io dirigente e lui allenatore a Parma. Roberto è competitivo su ogni cosa, a giocare a carte, a dire chi colpisce con una pallina quel palo lì lui deve vincere, a giocare a tennis ruba, a giocare a carte ruba.
Lo diciamo perché vuole vincere per forza. È dichiarato.
Rubin, per arrivare all'obiettivo. Però è micidiale. Se facevi gli esercizi, lui stava davanti. Guai a chi gli faceva apposta andare avanti, e lui gli passava davanti perché non sopportava niente. Dunque sì, assolutamente il più elegante.
Scusami, hai ragione. Ti dico questo qua che ho chiesto e l'ho messo volentieri questa domanda: secondo te, e ne hai visti tanti, il più sottovalutato? Parlo di giocatori. Il più o comunque non necessariamente il più. Cioè un giocatore secondo te avrebbe potuto essere molto di più.
Ti dico un nome che magari non so neanche se— Milan Lapajc. Un giocatore che aveva delle qualità impressionanti, Perugia, ma che aveva una testa diciamo molto particolare. Ragazzo d'oro, ragazzo di cuore, grande qualità, ma a volte aveva un carattere talmente complicato che non sempre riusciva a gestirsi. Io mi ricordo che tra l'altro lui faceva il dirigente quando io ero lì a Perugia. Mi ricordo che una partita a Verona A fine primo tempo torniamo dentro lo spogliatoio, eravamo 0-0, allenatore Bigon, e lui dice: «Mister, io scendo.» «Perché?» «Scendo perché il pallone è troppo duro.» Troppo duro. Poi intanto i palloni li cambiavano sempre. «No, no, no, io scendo giù perché il pallone è troppo duro.» E lui non è entrato più in campo, cioè ha chiesto il cambio perché il pallone era duro. Perché dentro di lui ogni tanto andava in in un cortocircuito, un cortocircuito suo che non so bene perché.
Molto particolare questo.
E allora questo l'ha limitato tantissimo. Poi faceva una vita sregolata all'ennesima potenza, totale, proprio non c'era allenamenti, niente, alimentazione, fumare. Se avesse avuto una testa di giocatore serio, secondo me era un giocatore da grandissima squadra.
Avremmo sentito parlare di lui in maniera ancora più—
spiccato.
Ti faccio questa domanda e la faccio appunto in questo meccanismo, perché voi li vedete in allenamento, no? Che molto spesso è diverso rispetto alla partita.
Cambia totalmente.
Ci sono i famosi giocatori del giovedì.
Certo, che tu dici sei titolare. Uno che purtroppo tra l'altro non è più con noi, che è Tarcisio Catanese, tecnicamente giocatore straordinario, ma giocatore del giovedì.
Si perdeva.
Il braccino corto per il tennis o la gamba corta.
Lo ricordiamo chiaramente perché era una persona, al di là del discorso tecnico, meravigliosa che purtroppo non è più con noi, ma persona squisita.
Sandro, intanto grazie di essere stato qua. Prima di andare via ti chiediamo se possibile—
Chiaramente il nostro saluto.
Ah sì, certo.
Questo è il nostro saluto, vi salutiamo tutti con il nostro.
Io ho 10 giorni, quando è che siamo andati? Dico "yes it is". Quando me l'ha detto, lui lo dice secondo me da 30 anni, 35 anni, ed era un po' che non lo sentivo. Siamo sul pullman e mi fa "yes it is". Mi si è aperto tutto un mondo, un mondo. Ho detto "ma porca miseria, non lo dicevi 30 anni fa?". Stavamo a questa fase qua. E poi è l'altra macchina, è diventato un neologismo nostro, Cioè, tu che? No, 3 anni di militare a Cuneo. E ho detto tutto.
Hai detto tutto.
Hai utilizzato il nostro neologismo, sono i nostri nuovi... Yes it is, 3 anni di militare a Cuneo, e ogni volta ce lo devi dire.
Quindi ti chiedo di firmare senza yes it is, però.
No, ok.
Grazie, ne approfitto.
Ti allargo poi, devo firmare anch'io poi.
Eh sì, Albe, ti abbiamo lasciato per ultimo, ma per il piacere insomma di—
E anche la palla, il pallone.
Sì, anche il pallone. Ne approfittiamo, visto che ci siamo, se sei d'accordo ti facciamo firmare adesso.
Assolutamente, vai, ti firmiamo adesso che tanto— con Sandruccio.
Guarda che firma meravigliosa!
Elegante, elegante, elegante! Non sbaglia niente!
È così, è così!
Eccoci qua!
C'è stato un periodo che io ero dirigente del Parma e Alberto poteva diventare anche lui.
Sì, nel momento della crisi del Parma.
È venuto, io speravo tanto che lo prendessero perché per me era una gioia immensa averlo come collega Magari fare qualche trasferta insieme.
Lui era impegnatissimo perché lui in quel caso faceva il team manager, quindi doveva star dietro a tutto.
Ma è destino, perché adesso il Parma Legend, voi siete molto attivi anche a so di trasferte, di trasferimenti.
Siamo in programma tante cose, poi te le dirò poi fra le altre cose. Venerdì sono a Parma.
Ecco, vedi, io con te vado dove vuoi, fino a Singapore.
Fino a Singapore e oltre.
Come si dice in giro: in culo al mondo.
Andiamo insieme.
Io ti ringrazio Alberto, insomma, di averci accompagnato fino a qua. Soprattutto ringrazio Sandro Meli.
Grazie a voi, è stata una piacevole chiacchierata.
Mi fa veramente piacere. Grazie ancora Albe, insomma, se vuoi—
No, che devo dire?
Insomma, grazie intanto per questa cosa.
Grazie a voi di Professione Casa. Grazie soprattutto perché ci ha permesso di riunirci ulteriormente. Poi credo che ci saranno anche altre puntate dove faremo cose insieme, perché poi il Professore Casà è con il Parma Calcio, è uno degli sponsor del Parma, e quindi di conseguenza questo angolo, questo salottino, penso che sia bello da rifrequentare in continuazione perché ci ha portato a ricordarci— a parte che noi ci sentiamo spesso, Ma raccontare anche a chi non conosce certe realtà e certi aneddoti che fanno capire quanto è importante l'amicizia e quanto lo è formare il gruppo, sia per professione casa ma soprattutto quando poi devi affrontare partite importanti, di formare un gruppo per raggiungere obiettivi. E noi li abbiamo raggiunti grazie all'amicizia e anche alle grandi doti tecniche che hanno i miei compagni. Al di là del sottoscritto.
E sono cose che fanno bene, bene alla vita, bene al calcio, ne ha bisogno.
Il calcio è la metafora della vita e quindi come sei nel lavoro, diciamo così, poi alla fine nella vita è uno specchio, insomma, c'è un riflesso inevitabile.
E grazie ancora di essere stati qui, grazie di averci seguito fino a qui e ci vediamo nelle prossime puntate di One TV. Ciao!
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