One TV, Speciale Colpi d’Ala – Gli uomini che hanno costruito un sogno

Parma football legends Alberto Di Chiara, Fausto Pizzi and Marco Osio recall the club's golden era, from promotion to Serie A in 1989 to the UEFA Cup win at Wembley. They credit coach Nevio Scala and the locker room's deep friendships for building a resilient team that won the Coppa Italia and Coppa delle Coppe.
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Benvenuti in questa puntata di One TV, una puntata veramente speciale anche perché qua abbiamo leggende, le leggende del Parma, e noi siamo qua insomma a raccontare questa partnership di Professione Casa, sponsor del Parma anche l'anno prossimo. Sono qui in compagnia di Alberto Di Chiara. Ciao Alberto, come stai?
Ciao a te, benissimo, tutto a posto. Una parte delle leggende del Parma, veramente, perché poi Ne verranno altre, ma insomma queste sono senza dubbio tra le più rappresentative, soprattutto per chi ha aperto, chi abbiamo insomma.
E ora te le faccio presentare, spieghiamo appunto che noi abbiamo questo speciale insomma di queste puntate Parma di One TV, Parma, Parma Legends, ma ci accompagnerà insomma in questa ricostruzione, in questo racconto.
Io Alberto lascio a te la presentazione perché abbiamo due leggende vere e proprie, no? Fausto Pizzi che è nativo quasi, no? Ciao Fausto Pizzi e Marco Rosio con i quali ho condiviso veramente successi e amicizia e collegandosi a quello che dicevi tu, no? Il discorso di professione casa, no? Che il successo l'ha dovuto proprio al gruppo, a quello che è riuscito a formare nell'arco degli anni. Noi ci siamo riusciti molto bene perché abbiamo formato un gruppo che attualmente è ancora un gruppo ben amalgamato, coeso, empatico, mettila come ti pare, tutte le parole resiliente, tutte quelle che vanno di moda adesso.
Però vogliamo raccontare un po' insomma qualche cosa, un po' di palmarès, perché qui parliamo insomma di due grandi, tre grandi giocatori.
Noi facciamo parte del Parma che ha vinto la prima Coppa Europea a Wembley. Ok. Nello stadio di Wembley, quello storico, e quindi già questo potrebbe bastare.
Direi già questo.
Credo che possa bastare.
Grazie, è stato un piacere.
Poi la Coppa Italia.
Coppa Italia 1992?
Sì.
Poi noi due insieme abbiamo vinto il campionato di Serie B.
Di Serie B, ma lui era in Serie B, capito?
Lui ci snobbava perché lui era in Serie A.
Ci siamo ritrovati in Serie A dove abbiamo vinto appunto Coppa Italia e Coppa delle Coppe di seguito.
È stata veramente la promozione '89-'90.
Ok, loro venivano da un gruppo, insomma, infatti il nostro, ci sta anche un gruppo social che si chiama il Parma di Scala, quindi di cui noi facciamo parte integrante ormai da tanto tanto. E quindi che dire, sono giocatori che hanno la carriera da andare a vedere, insomma. Ok. Divisa tra Torino e Napoli. Bevi, bevi, bevi!
Un'altra puntata ci saranno. Ci saranno altre puntate. Sandro Cicciomelli, lo possiamo dire, ci sarà anche lui ospite nelle prossime puntate, mi disse un giorno: "Ma Marco, una domanda: abbiamo raggiunto i risultati perché eravamo uniti? Cioè per l'amicizia, per..." questo gruppo veramente coeso.
Perché eravamo forti.
Oppure perché eravamo forti e siamo diventati amici.
Quindi è più importante l'essere coesi o la forza del gioco?
Secondo me eravamo forti ed eravamo amici.
L'unione delle due cose.
Entrambe le cose.
Però secondo me il gruppo fa la differenza. Credo che l'amicizia e l'unione così ti porti anche a superare gli ostacoli o Soprattutto se sei bravo a riportarla anche in campo.
Vi sentivo parlare prima, voi avete un gruppo con il pacco di cose. Un sacco di cose.
Un giorno forse potremmo dire tutto.
C'è un libro che sta preparando Simone Marchegiani.
Non ci prendiamo la responsabilità.
Diventa proprio un classificato, materiale classificato. Che voi avete un gruppo di ben 70 giocatori, quindi non solo unicamente un Parma di un anno, di una rosa da '22-'23, in realtà non solo il nostro, che è quello che un pochino è rimasto nella storia, diciamo il Parma di Dario Scala, che senza dubbio fa parte dell'inizio di una delle leggende.
Però ci sono altre, diciamo, leggende tra virgolette che si sono unite a questo gruppo enorme, siamo diventati 70.
Non da ultimo Gigi Buffon che è stato un segno.
Gigi Buffon che poi ha fatto parte quasi del finale dell'era Scala, che però insomma ha fatto parte integrante anche lui.
Esordì con Scala proprio.
Esordì proprio con lui.
Io ho delle curiosità, parlavate e parlavi appunto dell'unione che c'è dentro e fuori al campo, la tecnica eccetera, ma lo spogliatoio che è come dire quel luogo sacro dove Tutto deve rimanere lì dentro e tutto deve uscire da lì dentro. Che spogliatoio era il vostro?
Allora, proprio per andare sempre sull'argomento amicizia e gruppo, io personalmente non vedevo mai l'ora di ritornare a fare allenamento, quindi il giorno dopo ritrovarsi un po' per raccontarsi e molto per stare insieme. Quindi era un piacere, insomma. È vero che la professione era fare il calciatore, certo, certo, certo.
Il tuo, il tuo, il tuo saper fare dovevi metterlo.
Benissimo.
Poi era proprio il bello arrivare anche 5-10 minuti prima dell'orario di appuntamento, proprio per raccontarci, per stare insieme.
C'era anche chi arrivava 5-10 minuti dopo.
Perché c'era un capitano ragioniere che era un po' minocchio, che verrà anche lui, anche lui poi lo mando a toccare anche a lui.
Era col quaderno ancora, il cattivo, chi deve fare i giri di campo.
Sembrava proprio quello, infatti era sotto certi aspetti chiaramente benevolmente odiato tra virgolette, nelle partitelle qualcuno, soprattutto Sandro Melli, c'erano delle Stick abbastanza.
Delle piccole vendette.
Vendettine.
Lo riporto un po' sulla quotidianità, no? Lo spogliatoio, comunque dicevi, la voglia di tornare il giorno dopo al campo è un po' l'ambiente di lavoro, no? Che dicevi giustamente. Però un conto è vivere in un ambiente di lavoro felice, sano, e un conto è vivere in un ambiente di lavoro— immagino nella vostra carriera abbiate trovato anche altri tipi di spogliatoi, magari un po' più complicati, magari un po' dove si creavano gruppetti. Invece io da, come dire, tifoso, da chi vi guarda all'esterno, vedervi costantemente insieme anche fuori da queste telecamere e nella voglia di raccontarvi e quando vi incontrate, mi racconta Alberto, può essere passato giorni, mesi, ma è come se non fosse passato un istante.
Ma poi adesso ultimamente ci troviamo spesso, però molte cose dette, ridette, riascoltate gli aneddoti riraccontati.
E noi li vogliamo sapere un po', però, eh, Alberto!
Certo, ovviamente, ovviamente.
Ma poi intanto per noi è più facile, comunque Marco di Ancona, io sono di Milano, poi c'è Gigi Apolloni, per fare un altro esempio, che è romano. Però tutti ci siamo fermati anche a vivere a Parma, quindi che è una città meravigliosa, esatto, molto godibile. E anche piccolina, che ci consente di intrattenere molti più rapporti. Ma per tornare a prima, io ho giocato in una squadra di campioni che era l'Inter, che però erano tantissimi personaggi, tantissimi prime donne, ed era invece un ambiente, è stato un ambiente molto complicato.
Perché ognuno cercava di portare un pezzettino di sé.
Esatto, voleva portare il proprio ego davanti.
E lo sai che c'è poi? La nostra particolarità è che noi siamo diventati sono diventati quella squadra lì, tutti campioni insieme.
Bravo!
Insieme, perché quando abbiamo iniziato questa cosa c'era chiaramente l'aspettativa, una squadra e tutto quanto. È stato un percorso fatto insieme e quindi il fatto che sei diventato insieme, hai raggiunto determinati obiettivi, hai raggiunto il tetto d'Europa piuttosto che altri risultati, ha fatto sì che il gruppo si è proprio cementificato in tutti i sensi.
Esiste un episodio che potete dirci, che magari ognuno di voi, come dire, fotografa in quell'istante dove vi siete accorti che questo era un gruppo? C'è un momento, una situazione, un qualcosa che magari può essere successo a ognuno di voi dato da qualcun altro?
Io credo che per me e per Fausto, che siamo arrivati prima di Alberto, sia proprio l'anno della vittoria del campionato, no, del campionato di Serie B, che il Parma all'epoca era una giovane squadra di giovani promesse, chi in prestito di qui, chi in prestito di là, non era società che non era mai stata in Serie A, e quindi ci siamo trovati in quell'ambiente lì, e poi l'avvento diciamo della Parmalat che ha cresciuto un pochino fatto crescere questa società e l'amicizia già era iniziata lì con il gruppo storico, no? I ritiri di Piscisca, la Castorcaro Terme.
Vedo che li ricorda con il sorriso. Abbiamo fatto un periodo in quel campionato che sono state 7 partite, se non sbaglio, in cui abbiamo fatto un punto e 6 sconfitte, un pareggio e 6 sconfitte. Quindi anche duro. Anche duro, sì, che era coinciso un pochettino anche con la morte del nostro presidente Ernesto Ceresini. E tra quei ritiri quello più famoso è stato a Castrocaro perché addirittura si arrivò a toglierci le antenne della televisione per non vedere neanche la televisione la sera.
Addirittura?
E quindi ci siamo adoperati.
Io non c'ero ma ha fatto bene questo.
Ma ci siamo adoperati per far di tutto, addirittura—
Chi si è inventato la—
Con le grucce? Le grucce del filo del cordaio.
Sembra tipo il ciclo il ciclone, tipo il film Il ciclone, come se fosse una sorta di Alcatraz.
E questo voluto dallo staff che voleva appunto che voi vi raccoglieste.
Era un periodo diverso, era una coscienza della responsabilità del momento, probabilmente.
Non puoi neanche paragonare nulla dell'epoca adesso, insomma, dove noi avevamo Nevio Scala, primo allenatore, Cannavi e Vincenzo Di Palma, che era allenatore di portieri, e secondo, Filippo Marino, che è diventato lo staff.
Adesso sono solo i portatori di borsa dell'allenatore.
Solo per farti capire che quello che poi conta fondamentalmente è il gruppo, le persone giuste al posto giusto e i giocatori di calcio che sono in campo. Tutto il resto, quello che sta venendo fuori adesso, non voglio rifare sempre i soliti discorsi legati è un po' fuffa, nel senso che c'è quello che ha detto al fallo laterale, quello al calcio d'angolo, quello che poi quando devi, poi vanno male le cose, che fai? Esoneri quello, se prendi troppi gol esoneri quello della difesa, l'allenatore poi non c'ha più una funzione.
Bravissimo, ma parlavo prima con un altro poi che verrà, che poi lo vedrete, che si sono anche impigriti gli allenatori. Perché demandano, certo, cioè uno fa la difesa, uno fa l'attacco, uno fa le punizioni, giochi, è un coordinatore, quindi c'è un po' il distacco, no, del rapporto anche col giocatore stesso, team dentro il team. Sì, poi c'è stato un attimo, sicuramente è lì che c'ha veramente coeso, e poi dopo la bravura della società prendere sempre bravi giocatori, e qua abbiamo l'esempio, ma che entravano a far parte del gruppo, ma il gruppo non squadra, persona. Bravissimo.
Prima la valutazione della persona rispetto a un qualcosa che dovrebbe essere sempre così.
E effettivamente c'è stato un crescendo anche per quello, perché all'interno del gruppo c'erano veramente delle persone di un certo spessore.
I grandi gruppi, le grandi squadre nascono ovviamente dai grandi giocatori, ci mancherebbe altro, però ecco, dai gruppi coesi, anche perché è uno sport di squadra, no?
Assolutamente.
E quindi è vero, e ne potremmo anche qua di esempi portare tanti, anche di non gruppi ma di squadre vincenti. Però poi non hanno, come dire, fatto la storia. Cioè, la storia si fa con sicuramente giocatori straordinari, ma all'interno di un contesto dove proprio in campo ognuno dava quel qualcosa in più, no?
Sì, è vero.
Cioè, l'egoismo ci sta che invece era— forse siamo capitati nel momento giusto, come diceva, al posto giusto, tutti insieme. E poi è stata una crescita veramente di risultati, ma di gruppo. Questo è fuori dubbio. E ancora adesso, insomma, si vede, no? Assolutamente.
Vai a vedere le nostre le trasferte Parma-Legende sono uguali più o meno a quello che succedeva 30 anni fa. Perché sono passati 30 anni, non ti è passato?
No, io vi seguo sui social.
I social non ne partiamo.
Alberto ovviamente non puoi non seguirlo sui social, vi vedo sul pullman durante i viaggi.
È quello, lo stesso modo, lo stesso bellissimo modo per noi ovviamente di stare insieme, di stare bene insieme.
È chiaro che poi come nel calcio succede sono sempre i risultati che ti aiutano a essere, a fare, perché poi ti portano autostima, entusiasmo e quindi ti portano a saldare ulteriormente quel tipo di rapporto che è stato fondamentale per noi perché il gruppo nostro, abbiamo giocato tutti tanto in Serie A e anche in categorie inferiori ma soprattutto abbiamo un'esperienza tale che un gruppo così anche frequentando altre squadre, altre realtà, è stato molto difficile ritrovarlo perché si fanno Fanno tanti paragoni, perché poi adesso il contesto è completamente diverso. Fare i paragoni con quello che succede adesso, dove ci sono risultati con, in un campionato obiettivamente scarso, parliamoci chiaro.
Noi avevamo un contesto dove medio basso, medio basso.
Noi vincevamo, giocavamo le coppe, giocavamo contro l'italiano, perché il campionato italiano era il più forte in assoluto a livello mondiale, direi, i più grandi giocatori del mondo giocavano qua tutti insieme. Tu ricevi le partite in un contesto di quel genere lì. Adesso dici, fai i paragoni, no, con le nuove realtà provinciali, Como piuttosto che Atalanta, che ha vinto una Coppa UEFA. Però certo, però non è la stessa cosa.
Le famose 7 sorelle, quel periodo lì, 7, le 8 sorelle, erano 8 sorelle che lottavano per vincere lo scudetto.
Poi una arrivava prima, un'altra arrivava ottava, eh, capito?
Dove dentro c'erano giocatori rose da dove oggi sono sparpagliati un po' nei campionati stranieri.
Noi giocavamo e avevamo fuoriclasse anche noi, a parte noi chiaramente che eravamo forse quelli più bravi, più forti.
Tanto vedrete la puntata dopo, lo dirà anche la puntata dopo.
No, però c'era una squadra, poi si sono venuti più, si andava avanti e più Nominare sempre Gianfranco Zola piuttosto che Zino Spriglio. E quindi con Zola per dire manteniamo un rapporto che poi Zola ultimamente prende premi, è diventato cavaliere della Repubblica, è baronetto in Inghilterra, CEO del Chelsea, presidente della Liga di Serie C. E gli ho detto: "Manca l'Oscar, poi che facciamo?" Potrebbe fare un film da bambino. Per capire un pochino lo spirito.
Sir Zola, ci scusiamo insomma. Poi ci scusiamo. C'è stato invece, dicevo prima, quando potete eventualmente ricordarvi del gruppo, mentre invece vi chiedo il momento nel quale vi siete resi conto, se ve ne siete resi conto, che stavate diventando una squadra importantissima. C'è un momento a parte le vittorie, no? Cioè, dove inizi a renderti conto: cavolo, cioè, insieme allo stare bene insieme c'è anche il cacchio, ma siamo proprio forti.
Io penso, per me, che la semifinale della Coppa delle Coppe con l'Atletico Madrid, che era già un club europeo di una certa importanza, vinta, ci ha dato un po' di consapevolezza. Infatti siamo arrivati in finale favoritissimi, però con una sicurezza di potercela giocare alla grande. Cioè, quella è stata un po' lo spartiacque per dirci cazzo, siamo forti, sbagliando il ritorno, sbagliando il ritorno. Perché facciamo una gran partita a Madrid, io ero squalificato.
Ah, ecco perché c'è un colpo quando Minozzi ha fatto un'entrata che ha rischiato il Perché c'è una particolarità che emerge, cioè un conto è sono il Real Madrid e prendo i più grandi giocatori del mondo e li metto insieme. Voi lo siete diventati progressivamente, è proprio la riuscita insieme che avete fatto, la bravura probabilmente di chi vi ha trovato, ma la domanda che vi faccio è: le persone giuste in un posto diverso sarebbe stata la stessa cosa? Ve lo siete mai chiesti?
Allora, il fattore ambientale secondo me ha influito molto nei nostri risultati, perché noi abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di vivere in una città, in una bellissima realtà che ci ha permesso di essere noi stessi tutti i giorni della nostra vita, cosa che magari d'altra parte non si è vissuta così.
Io vengo da Firenze, alta pressione, o Genova, o Roma, insomma in generale.
Comunque da noi anche la sconfitta si— oddio, non ci ha mai fatto piacere per carità, però si assorbiva e si tornava a lavorare e con lo spirito giusto. E quasi mai è diventata una pressione come il periodo delle 7 sconfitte data dal da doverci portare per forza in ritiro. È stato veramente una piccola parentesi, sennò solitamente—
Sicuramente non arrivava dall'esterno, dal tifo, arrivava più dallo staff tecnico.
La piazza ci ha aiutato sicuramente. Per dire che la piazza è cresciuta con noi, perché c'era un piccolo zoccolo duro di anziani adesso che tifavano il Parma in Serie C così, però eravamo sempre una squadretta di provincia. E gli ultras di ora, i tifosi da adesso che hanno 30-40 anni, insomma, hanno vissuto proprio quel momento e lì siamo cresciuti insieme. Noi ci allenavamo in Cittadella.
Fuck off!
Appunto, cioè, ma lo dico da tifoso.
Prego. Il riscaldamento, non so se Alberto l'ha vissuto, riscaldamento fuori dallo stadio, no? Prima delle partite.
No, prima dell'allenamento non lo facevamo. Quello non so, ci sono arrivato fino adesso.
Di Serie B l'ha visto? Eh, lui è arrivato dopo, ma insomma era già un serio anche lui, parla di...
Abbiamo fatto anche degli allenamenti nel campettino.
C'era un campetto dove ora c'è il parcheggio dei pullman, questo di qua così. C'era uno spazio di terra e il pre-partita si faceva lì.
Riscaldamento.
E quindi la gente passava di lì accanto e ci vedeva.
E come l'allenamento, anche quando siamo diventati diciamo grandi, E noi ci allenavamo nel parco con i vecchietti, qualche bella donna che veniva, sai, Parma. È vero, venivano lì.
Io ho un caro amico che si chiama Graziano Battistini, il portiere che ha giocato con me nell'Udinese. Lui il nostro anno di Serie B giocava a Seregno e venne in prova da me, da noi scusa, e abbiamo fatto la partitina nell'antistadio perché pioveva. Ok, e lui si ricorda di me che io, siccome le nostre partitine erano molto accese perché si faceva vecchi contro giovani, che noi, io stavo perdendo, erano i 22 anni, i giovani 18 anni, stavo perdendo e dicevo: "Oh, portiere, sbrigati!" E lui si incavolava e diceva: "Oh, ma perché mi chiami così?
Io gioco, grazie!" E io dicevo: "Portiere, portiere!" E quindi prima delle partite, insomma, riscaldamento lì con i tifosi, con le persone che andavano allo stadio. E passavano quasi in mezzo, capito? Senza recinzione, senza niente.
Sono romantico, però è, ragazzi, quello che manca.
E questo ti fa capire che non sono i centri sportivi, sono tanto, o non è il numero di persone che sono intorno a una squadra a fare la differenza. I giocatori in campo che però sono guidati da un allenatore che deve essere bravo, e che poi tu dicevi anche il discorso, mi riallaccio a quello che dicevi per quanto riguarda che uno non deve essere sempre un allenatore bravo, è quello che si deve adeguare all'ambiente che va, perché cambiando quel Parma lì, probabilmente Scala non può usare, non può trasferirlo a Milano.
È quello, è quello.
Quindi a Milano ti devi reinventare. Io sono contro quelli che dicono il mio calcio, ci hanno questa specie di cosa talebana, dicono c'ho questa regola. Io sono come alla Mazzone. Mazzone diceva sempre, no, che allenatore è come un sarto. Non ce la fai tutte taglie 48, se ce l'hai la 52 come ce l'aveva Marco, gli sta stretta la 48.
Certo, certo.
Devi essere bravo, devi essere flessibile, devi capire chi hai.
Devi leggere, come gli allenatori bravi è quello che impara a cambiare in corsa durante la partita. Vedi che le cose non vanno e lì all'epoca noi, non solo noi chiaramente, C'erano la personalità in campo. Quando stavamo in campo Scala aveva gli allenatori in campo, eravamo noi che ci guardavamo e dicevamo: ragazzi, meglio stiamo dietro, stiamo avanti, tieni palla, non tieni palla. Era una cosa normale.
A proposito di— l'abbiamo nominato insomma, e come dire, merito a chi va in campo, ma merito anche a chi ha saputo uscire.
Parlavi di Sarto, questa squadra, quindi Nevio Scala, grande persona che tuttora fa parte del Parma Legends. Ed è il primo, cioè lui insomma comincia a avere una certa età, coinvolto in questa avventura. Lo tiriamo fuori dalla sua azienda vinicola, viene qualsiasi cosa, è venuto dappertutto, è venuto a Lione piuttosto che—
Che allenatore era?
Padre quasi.
Ma sì, no, come dicevo prima, almeno personalmente. Gli staff ora sono numerosi, quindi ognuno c'ha il suo compito. Lì c'era Nevio Scala, che era il papà, il fratello maggiore, insomma quello che univa un pochino tutta la banda. E quindi è stato bravo, bravissimo a coinvolgerci nel suo calcio. Niente di trascendentale.
Esatto.
Alberto spesso mi dice: il calcio è di una semplicità incredibile, siamo noi che lo complichiamo.
Esatto, responsabilizzava molto i giocatori.
La battuta che abbiamo adesso, ci siamo ritrovati a Lione, che abbiamo fatto proprio un raduno e prima della partita un'emozione per tutti noi, ma per lui sembrava ritornare indietro di 50 anni, proprio un ragazzino.
Nello spogliatoio.
Vi ha rifatto, vi ha riallenato motivazionale.
Da anziani, no? Quello che volete fare, se non ve la sentite, non andiamo oltre così. Però qualcuno avrebbe detto: mister, ci pensiamo noi.
No, perché poi lui ha detto: non andate oltre i vostri limiti. Sai, noi abbiamo detto: non ci preoccupi, ci sono 5 minuti per riuscire meglio.
Anche lo stesso Sandro Melli ha detto: Era un allenatore da discorso motivazionale, cioè entrava nella psicologia. Oggi no, abbiamo usato termini che ai nostri tempi, anche insomma sono di quella generazione, erano la normalità, che era il parlare e cercare di capire chi si aveva di fronte. Oggi si mette in atto la psicologia.
Io ho un episodio che spiega benissimo. Noi dovevamo andare una settimana a giocare ad Avellino e partimmo il mercoledì per andare a fare un'amichevole il giovedì a Battipaglia. Io il martedì non mi alleno perché non ero stato tanto bene. Mercoledì facciamo il viaggio e un piccolo allenamento appena arriviamo. Il giovedì giochiamo amichevole a Battipaglia, io gioco il secondo tempo, un'acqua della Madonna, una squadra di C2, facciamo 0 a 0, non prendo una palla. Il venerdì inizia l'allenamento e facciamo riscaldamento, sta per iniziare l'allenamento e lui, mister, ferma tutto. Ah, dice, fermo tutto, volevo dire una cosa, però Fausto ieri ho visto che non hai fatto molto, se pensi di non star bene puoi anche andare dentro a riposare.
E dico, va bene, e me ne sono andato.
E lì Ivan Carminati l'aveva un po' caricato, no, lo devi punire, no, di qua, di là.
E invece lui ha—
Io sono andato dentro con buon senso. Ti ha comunque sculacciato. Minacciato, però il sabato mattina infatti mi ha ripreso nuovamente davanti a tutti, no? Mi dice: questo comportamento non va bene, tutto quanto non va bene, tutto quanto. Però oggi te la senti di fare allenamento? Dico: oggi sto bene, mi alleno. No, la domenica lui prima di fare il discorso nello spogliatoio faceva, passava dalle camere, e quindi entra dentro, bussa, E mi dice: "Secondo te io con la settimana che hai avuto ti dovrei far giocare?" E io rispondo: "Sì, perché oggi sto bene." "Allora giochi." E se ne andava.
Faceva delle cose del genere, vi ricordate voi?
A Avellino abbiamo vinto 1-0, hai fatto gol tu.
Tra l'altro, però appena hai fatto gol, dopo 5 minuti mi ha tolto perché adesso vieni via.
Fatemi capire perché è interessante. Cioè, prima del discorso passava per le camere per avere un feedback.
Un altro episodio che poi conferma potrebbe essere. Noi quando siamo andati a giocare, ti ricordi, c'era un attimino di crisi ma leggera, no? Andavamo a Torres Nuevas a giocare col Boavista, la partita di ritorno andava 0-0. E prima lui, quando si vedeva che era un pochino— ci faceva fare dopo pranzo, abbiamo fatto una passeggiata credo di 12 km, passeggiata sincerissima, non se ne poteva più. A un certo punto però che ti capivi che l'aria, ragazzi, oh, diamogli la formazione perché Simone Marchegiani, che poi si risolse insomma la partita perché vincemmo 2 a 0 lì a Torino, e quindi di conseguenza bellissimo gol di Alberto Di Chiara, no, che lì è stata sbloccata, l'hai detto un po' che sennò poi, no, perché poi è stato quello che ha sbloccato tutto, Tutto perché tra le altre cose era un pochino, sai, 0-0 all'andata col Boavista, una squadra un po' ostica.
L'anno prima io ero uscito con l'Inter col Boavista ed era una squadra—
Ah sì, sempre stata rognosa. E invece hai aperto, poi fece Costanzo, non mi ricordo il secondo, 2-0.
Effettivamente, no, nei periodi un pochino meno gloriosi o meno— faceva proprio la figura del papà. Cioè, nel passeggiate, quando era arrabbiato, lo faceva 20 metri davanti a noi, cioè andava via da solo, mangiava nel tavolino da solo, faceva l'arrabbiato, capito? Quello che offriva Simone Marchegiani.
Però lo sentivi, cioè, di una personalità enorme.
Distaccato, nel passeggiate eravamo sempre tutti in gruppo, lui 20 metri davanti, lui mangiava nel tavolino da solo, era arrabbiato, il papà arrabbiato.
È vero, è vero, questa particolarità che fa parte sonoramente della squadra.
Ti faceva sentire il suo umore anche se non ti parlava e tu non potevi non vederlo. Comunque ti condizionava il suo umore.
Ti faceva ritornare un po' sulle cose, no? E quindi capivi che c'era qualcosa che non stavi facendo nel modo migliore.
Che giocatore era Alberto Di Chiara?
Allora, io facevo un discorso stamattina proprio con lui, ci siamo trovati in stazione.
Anzi, l'ho raccattato e stavo a giro. Stavo in un angolo su un cartone e leggevo il giornale. Avevo i soldi per il biglietto.
E dico: cacchio, ma palestra 50 milioni, no? Cioè, Alberto Di Cara era un terzino.
Anche era ben arrivo, eh.
Esatto. Ma fantastico.
Quanto sarebbe, quale sarebbe la valutazione?
Attaccare, difendere, era concentrato, qualità di cross altissima.
Atleticamente, ragazzi, è un giocatore moderno.
Eh beh, ma lui nasce attaccante. Con Scala gli ha trovato il ruolo del quinto o del—
Ecco, lui c'è una cosa che probabilmente da attaccante, secondo me, lo dico da attaccante, non faceva tantissimi gol. E invece da terzino, che non sei obbligato a fare gol, devastante.
Così come altro che la stessa cosa, giocatore a destra.
Oggi in Italia non abbiamo assolutamente—
ma non abbiamo giocatori anche con un— adesso non siamo qui a incensarci, però è così. I giocatori come Marco, come Fausto, al di là del discorso personale, sono difficili da trovare. Io non c'è più, non c'è più un riscontro anche a livello di personalità, non c'è più il numero 10, non c'è più il terzino come attacco numero 9, non c'è nessuno.
Vi voglio fare questa domanda: spesso diciamo i ragazzi di oggi, vi faccio fare un piccolo sforzo mentale, ma se i ragazzi di oggi vivessero il vostro spogliatoio di quel periodo lì, sarebbe complicato per loro?
No, capirebbero tante cose.
Ecco, è vero, capirebbero tante cose. Anche una certa forma di rispetto che c'era, Perché noi ci si scherza, vedi come siamo in continuazione, però ci si scherza perché c'è ammirazione, c'è stima, c'è amicizia, c'è rispetto. C'è sentimento, bravo.
Il difetto probabilmente dei ragazzi di oggi, lo dico non frequentando lo spogliatoio ma ovviamente per un po' di— è che si conoscono poco, hanno comunque questi social e quindi che li danno poi isolati, isolati in un mondo. Certo, li danno poi isolati, isolati in un mondo. E le aziende di se stessi, però vivere poco poi il rapporto coi compagni di squadra.
È paradossale perché in uno sport di squadra non puoi prendere un tassello, metterlo lì, fargli fare il suo compitino. Cioè, il gioco del calcio, come tutti i giochi di squadra, è organico. E quindi—
E la conoscenza. Io so che Alberto va e se va spinge, arriva fino in fondo al campo per crossare. So che lo devo coprire perché sono combinazioni di cose che sono date dalla conoscenza.
E so che magari se oggi non sta bene fisicamente o a casa o qualcosa del genere, io devo avere la pazienza di non chiedergli troppo in quel momento, metterlo in condizione.
Non gli do la palla in profondità, gliela do addosso.
Che è la conoscenza personale. È veramente paradossale. Addirittura oggi ci sono Tanti allenatori proprio che si sforzano di creare questi meccanismi che paradossalmente oggi possono essere più o meno naturali, insomma.
Sono anche più difficili, no? Devono mettere insieme tante lingue, tante culture, tanti giocatori stranieri e quindi la conoscenza arriva anche ovviamente con il tempo, però nelle scuole di calcio c'è poca pazienza, per cui due risultati negativi e ti spediscono a casa.
Combina completamente i tuoi piani anche a livello di gestione.
Potrebbe potremmo dedicare una puntata intera a questo della ricerca del risultato e quindi l'allenatore è costretto a ricercare il risultato e me ne frega a me del talento. Siamo arrivati in prossimità delle domande secche e quindi vado un po' random. Il compagno più forte, nomi?
Esclusi i presenti.
No, no, con!
Sono sempre i migliori.
Esclusi i presenti se stessi, insomma, compresi noi stessi.
Con il quale squadra, con il quale tu hai giocato e della squadra?
Sì, allora, a pari merito con loro due, cito Lothar Matthäus perché non posso non dirlo, perché l'anno che ha giocato con me è stato pallone d'oro e ha vinto i mondiali e ci trascinò a vincere la Coppa UEFA. Quindi un giocatore assolutamente fantastico.
Alberto?
Ma non è facile, ne ha vissuti tanti poi, al Parma, Firenze, Io vado da Roberto Baggio, che può essere il discorso di Firenze, a Gianfranco Zola, che può essere il discorso di Parma. Però è difficile perché nel calcio ci sono dei giocatori che hanno meno possibilità di essere— sono i numeri 10, ma che sono dei giocatori formidabili nel loro reparto.
Fallo 'sto nome, dai!
No, no, no, vabbè, posso dire adesso— non lo dico mica perché Secondo me Gianfranco Zola posso dire che sia uno giocatore, anche perché combina una serie di qualità, anche umane, anche umane, che potrebbe essere, se vogliamo prendere il numero 10 simbolo a livello tecnico, è che Roberto Baggio è senza dubbio un altro grandissimo.
Però devo dire che forse Gianfranco non l'abbiamo visto al 100% che avrebbe potuto dare.
Questa è una mia impressione, forse è stato sottovalutato per certi aspetti, no, nella sua cosa. Quindi io metterei lui, Roberto Baggio, non ho niente da nominarlo.
Marco?
Beh, io ho giocato anche in Brasile. Adesso lo dico.
Io ho giocato anche io, io una botta di estero la volevo dare, alla fine a 35-36 anni ho giocato a San Marino.
Però è sempre estero.
È vero. Però secondo me Tino Aspriglia, eh beh, tanta roba, altro grande giocatore perché aveva delle qualità pazzesche in campo.
E secondo me in quel fuori, e anche fuori, voi avete vissuto lo spogliatoio, potete eventualmente dirlo.
Quindi gli inizi anni '90, '95, così, credo che nella graduatoria nei primi 5 al mondo Giocatore sottovalutato, poteva giocare in qualsiasi squadra, Real Madrid, Barcellona, nello spazio, non ce n'è Manchester United, che all'epoca era— e credo che sì, personalmente, a parte un grande amico, un grande, grande, fa parte del Parma Legend, però per me veramente Tino aveva tutto.
Il più simpatico? Andiamo un po' a spronbattuto.
È difficile. Puoi fare chi è più simpatico di un gruppo.
Conoscendovi tanti.
Tanti, perché uno c'ha una peculiarità piuttosto che uno c'è un'altra.
Il più matto che avete avuto nelle spogliatoie?
Per noi il più simpatico è il più matto, Tino Asprilla. Continuo a ribadirlo perché aveva—
Qui ho una domanda: il più elegante?
Marcosio ha fatto degli anni che ci deliziava con il frac. Anche Alberto. Ecco, hai qui un'eleganza spiccata, è un principino che hanno sempre molto curato il loro aspetto.
Il più competitivo.
Ci si divertiva anche in campo, negli allenamenti, dove la serietà del loro quarto, ora e mezza, C'era sempre la battuta anche durante, e ci si rideva, quando eri un pochino, ti spostavi in fondo perché si correva intorno al campo, perché era, ti mettevi un pochino indietro perché poi non volevi essere così beccato anche. Però c'era sempre la battuta.
E qua naturalmente io ho giocato con lui anche a Perugia. Noi a Perugia avevamo un giocatore che si chiamava Martino Traverso.
Traversa.
Lui era direttore sportivo? Sì, giocatore. Ah, giocatore.
Quando stava ancora all'ultimo anno di pedagogia.
Con la palla si metteva a metà campo e guardava la porta e cominciava: "Cosa scommetti che prendo traversa?" "Ma vediamo." "Va bene, dai, scommettiamo." E lui poi si girava, tirava la palla, no, traversa.
Io ho detto traversa, ho detto. No, traversa ce l'avevo, c'era anche Quando c'erano allenatori, quando c'era il mister, quando c'era il mister che ci diceva come bisognava posizionare i giocatori in area di rigore nei calci d'angolo, e io dicevo: "Traversa sta sul palo." Perché ecco, ma mentre facevi allenamento, tutti i giorni concentrazione, come fai a non dare di più, no?
Muoio le braccia, capito? Corri così, arriva lui da dietro che ti sbilanciava.
Ultima domanda, una domanda un po'... Se poteste riaprire quello spogliatoio per 5 minuti, quale sarebbe la prima persona che andreste ad abbracciare?
Il mister forse, rappresentiamo tutti, sono tante...
Anche se ritengo una fortuna che riusciamo ancora a frequentarlo e a vederlo abbastanza spesso, però penso che sia stato—
rappresenta un pochino tutto quello che è stato quel periodo.
Certo, quel periodo è stato, diciamo, perché noi siamo stati per periodi, diciamo, di passaggio, no? Noi c'eravamo all'inizio, poi dopo un po' prima.
Però chi ha fatto parte di quella tragedia è chiaramente il fulcro, l'anello.
Ragazzi, noi siamo arrivati al termine di questa puntata.
Troppo ci sarebbe da dire. Meno male che ne arrivano pure le altre, così almeno—
Questo anzi vuole essere insomma una promessa che ci facciamo di far risuccedere, insomma, magari anche allargati, anche magari a parlare un po' più di calcio di oggi, perché ci piace.
Insomma, siamo così qui perché poi professione casa, quello che magari potrebbe essere accostato a tutto ciò, perché assolutamente un pochino più grande, ma che deve, mi pare, molto coeso, che riesce a raggiungere grandi obiettivi.
È la metafora dello sport-lavoro, no? E quindi ovviamente ringraziamo il Parma Calcio insomma per questa partnership, ringraziamo soprattutto il Parma Legend che ci fa vivere e emozionare ancora oggi, esattamente come quei giorni lì, nel vedervi, nel seguirvi attraverso insomma i social, nel seguirvi anche attraverso attività che fate importantissime. Venite da partite.
Certo, stiamo organizzando altre, chissà quante ce ne saranno.
Dicono anche addirittura oltreoceano.
Oltreoceano, sì, dalla parte di là, ma insomma stiamo lavorando in continuazione con tanti impegni che non vengono detti, ma ce ne sono tante di operazioni anche benefiche, insomma, quindi diventa un discorso molto importante. Volevo chiaramente, quando si saluta bisogna salutare. Vi siete trovati bene?
Sì?
Yes it is!
Yes it is! E quindi su questo ovviamente ringrazio e saluto Marco Osio, ringrazio e saluto Fausto Pizzi e ringrazio e saluto ancora, ma ancora per un po' insomma, saluto momentaneamente il nostro Alberto Di Chiara. E prima insomma dei saluti, che chiediamo insomma di avere, se possibile, la vostra firma su questa maglietta Parma di oggi. E quindi sono a chiedervi, insomma, la firma di ricordo di questa e di queste puntate.
Tu fai la croce come al solito. Vai, vai, vai, segniamogliela.
Ma che spettacolo! Alberto, poi lasciamo, ok? No, ti lasciamo per ultimo, Albe. Eh, certo, è certo, così almeno hai fatto benissimo, hai fatto, hai fatto da attaccante, copri lo spazio dell'area di rigore.
Tutta la fascia sinistra ha preso.
E quindi grazie ancora di essere stati qua a One TV, grazie a tutti quanti voi di averci seguito fino a qui. Ci vediamo nella prossima puntata di One TV. Ciao!
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