One TV, Speciale Colpi d’Ala – Gli uomini che hanno costruito un sogno

In this One TV special, host (Speaker A) sits down with former Italian international defender Alberto Di Chiara and Brazilian‑Italian ex‑full‑back Zé Maria (José Marcelo Ferreira) to reminisce about their football careers and the evolution of the sport. The conversation opens with Di Chiara introducing Zé Maria and quickly moves into personal histories: Zé Maria recounts his childhood playing street football in São Paulo, his early discovery by a local club, rapid rise to the first team, and subsequent moves to Europe, Parma and Perugia. Both guests share vivid memories of club culture, especially the charismatic but overbearing president Luciano Gaucci at Perugia, and describe the camaraderie of locker‑room life, frequent team retreats, and the emotional bonds formed with teammates and staff. They discuss tactical shifts from the 1980s‑90s era of long, creative passes to today’s emphasis on short, high‑intensity passing, noting how modern coaches rely heavily on large technical staffs, which they feel can dilute the direct player‑coach relationship. Zé Maria reflects on the changing role of full‑backs, the rise of inverted wingers, and the impact of television and commercial demands on the game’s tempo. The duo also touches on career highlights – the Inter‑Toto win with Perugia, playing alongside legends such as Ronaldo, Romário, and Figo, and the influence of Brazilian idols Zico and Sócrates on his style. Throughout, there is a nostalgic tone, contrasted with critical observations about contemporary football’s over‑structuring and loss of spontaneity. The interview concludes with light‑hearted banter, a mention of Simone Marchegiani’s recent comments on defensive evaluation, and a thank‑you to the guests.
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Benvenuti in questa nuova puntata di One TV speciale Parma Legends. Abbiamo qua come sempre insieme Alberto Di Chiara. Ciao Alberto, come stai?
A fare un pochino da collante, no? Per vedere da generazione a generazione. Qui cambiamo poco, eh, perché siamo— pensa, eh, ci arriveremo a parlarne, ma continua la tua presentazione.
No, ma ti chiedo a te di presentarlo.
Ecco, no, volevo darti a te l'onore di presentare Zé Maria. Uno dei più— un terzino eccezionale. Averne adesso, l'unica— ecco, rammarico che ho nella mia carriera è quello di non essere stato— ho fatto tante— ho stato a quella famosa e benarrivo Di Chiara a Parma, che era un pochino la coppia di terzini. Uno Ze Maria Di Chiara mi è mancato, perché ci siamo inseguiti, no? Lui è venuto a Parma mentre io sono andato via. Io sono andato— lui è venuto a Perugia quando io ho smesso.
Ho detto di non giocare con me, smesso.
Piuttosto che giocare con lui.
Però ti insegue, c'è sempre Alberto.
Sì, io lo inseguivo perché arriva a Parma nel '96 e tu vai al Perugia. E poi nel '98 arrivo al Perugia, lui dice: "Ok, smetto di giocare." Però in allenamento siamo rimasti in rapporti perché anch'io sono rimasto come dirigente.
A parte qua il rapporto d'amicizia che è rimasto.
Ma con Alberto, appena finito di giocare, ti è capitato di comunque, non lo so se benché avevi smesso, ti capitava sul campo di allenarti o di fare qualche scambio con Alberto?
Sì, no, quando sono smesso giovanissimo ancora.
Io avevo 34 anni, che oggi è una carriera ancora 6 anni di carriera. Quello di oggi, quello che c'è oggi.
Quando io arrivo a Perugia nel '98 avevo 25 anni. Lui era diventato team manager, dirigente del Perugia, e stavamo sempre insieme. Poi ho fatto 4 anni.
È come vivere da calciatore, abbiamo vissuto praticamente ritiri a non finire. Poi comunque a Ucci anche se vincevamo ci andavamo in ritiro.
Era un ritiro costante.
Venivo da Parma che era molto tranquillo, una squadra che Quell'anno nel '96, una squadra poi fatta per vincere il campionato, eravamo a dicembre quartultimi e non succedeva niente. Vado a Perugia, vinciamo una partita giocando male, ci mandava in ritiro.
Quando si dice insomma il fattore esterno, la pressione eccetera, che c'è o che non c'è.
Sì, sì, con Gaucci c'era sempre.
Era un presidente molto presente?
Era anche troppo.
Era, e ho visto in 2 anni, i primi 6 mesi di Perugia, ho visto delle cose che per me non erano normali. Presidente che rincorreva il giocatore dentro spogliatoio perché lo voleva menare, mandava in ritiro la squadra perché aveva giocato male.
Così.
Oppure quando vincevamo, abbiamo vinto una partita in casa ci manda in ritiro a Castrovillari perché dovevamo giocare. Poi non c'entrava niente una cosa con l'altra, mi sa che giocavamo a Salerno, una cosa del genere, e lui ci ha mandato in ritiro a Castrovillari perché aveva degli interessi suoi. E perdiamo la partita, ci manda in ritiro perché giocavamo a Piacenza. E alla fine siamo rimasti 15 giorni in ritiro. Per me non era normale.
No, no, ci sono delle cose che chiaramente erano gauciane, nel senso che era uno dei presidenti del di allora un padre padrone, anche nel senso buono naturalmente, perché era un punto di riferimento importante. Adesso ci si confonde, non c'è più un'identità vera e propria in tutto questo, perché la maggior parte delle società, a parte qualche rara eccezione, è in mano a fondi dove non c'è—
Quindi manager, non sai mai chi è poi.
Lì nel bene o nel male era lui che decideva. Tra una cosa e l'altra poi i risultati venivano, perché poi però per merito soprattutto di giocatori che c'erano giocatori di qualità, e quindi lui andava a cercare i giocatori di qualità, poi che fossero magari un pochino stimolati per situazioni particolari, però li abbiamo visti dei giocatori di qualità, sono passati tanti.
Poi abbiamo vinto l'Inter-Toto, che è l'unico trofeo del Perugia.
Me lo ricordo, il Perugia all'Inter-Toto anzi andò in Europa con Abbiamo fatto gli ottavi, se non mi sbaglio, col PSV.
PSV, siamo usciti col PSV che era Robin.
Insomma, era un PSV.
Era tutta, come si parla spesso e volentieri, il contesto di quell'epoca è un contesto completamente diverso, non si possono fare paragoni o quant'altro. Sono situazioni che uno deve vivere e deve capire e contestualizzarla al momento. Perché fare un paragone con quel Perugia lì, che è arrivato anche in Europa, ma il campionato, nei campionati attuali probabilmente avrebbe fatto anche ancora di più, perché la qualità era veramente enorme, enorme.
C'erano giocatori, sono stati lanciati giocatori in quel periodo, dirà di sé, c'era Grosso, in quei 4 anni di Perugia sono venuto campione del mondo, ha vinto europeo, liberani, Miccoli che poi è andato alla Juve, Di Loretta se non mi sbaglio è arrivato alla Fiorentina, Mondoprado, Mazzani, tanti tanti giocatori, Kalaci è andato al Milan.
Io se posso faccio un passettino indietro, Zè con il pallone tra i piedi da bambino?
Allora noi in Brasile è il primo regalo che ci fanno, è un pallone. Mi ricordo ancora che il mio padrino mi ha regalato un pallone quando avevo 3-4 anni di età. Noi in quel periodo si giocava per strada. Io sono del centro di São Paulo proprio, e figurati il traffico. São Paulo è sempre stato molto caotica, ma dalle 7:30 di pomeriggio di sera fino alle 10 di sera si giocava pallone. E io ho un ricordo molto forte di quel periodo, perché era il periodo in cui non avevamo pensieri, niente, volevamo soltanto giocare a calcio, a divertirci con gli amici. Tant'è che quando mi hanno chiamato a fare il corso, non esisteva, non esisteva questo. Abbiamo la cielo aperto, giocare a calcio oggi no, cioè lì quando abbiamo fatto il provino, io non volevo nemmeno fare il provino, cioè, andate voi, io volevo giocare a calcio. Eravamo, e ricordo sempre che eravamo 6 o 7 amici e sono rimasto solo io. Lì è finita l'infanzia, perché poi dopo da calciatore tu perdi tutto, tutto quanto, perdi un po' il contatto con quello che magari certe volte può essere la normalità, che è la realtà.
C'è una strada o un campetto o un luogo che ti ricorda quel momento?
Io ci passo tutte le volte che vado a São Paulo, tutte le volte faccio— perché mia madre abita più o meno nello stesso quartiere. Mia madre è morta l'anno scorso.
È sempre lì il campo?
No, le strade. Mia madre, mia sorella abitano nel quartiere vicino dove siamo cresciuti noi, e io tutte le volte che vado a São Paulo passo di là, ritrovo qualche amico di allora. Mi fermo la macchina, mi metto a chiacchierare, perché loro mi chiamano Marcello, io mi chiamo Marcello.
Certo, certo.
E allora sono poche persone al mondo che mi chiamano Marcello.
José Marcelo Ferreira.
E loro mi chiamano Marcello ancora, quindi per me quella cosa è importantissima.
E te?
Quello sono io, quello sono io, perché la gente mi conosce: Zé Maria, Zé Maria. Si perde un pochettino, io cerco di ogni volta che vado in Brasile, vado a São Paulo, Attraverso il quartiere, le strade, praticamente faccio il giro di tutte le strade, mi fermo dove giocavamo a calcio.
Per riprendere contatto con te stesso?
A me fa bene, a me fa molto bene quella cosa.
È terapeutica la cosa, no?
Sì, anche perché il problema è che la gente dice: "Ma tu magari non riconosci più quelle persone, no?" Perché sono passati, ne ho 53, quasi 53, sono passati 40 40 anni, siamo cambiati tutti. Loro sanno chi sono, ma io non li conosco più.
Ovvio, anche perché nella vita avete visto veramente tantissime persone, direi milioni di persone che vi guardano, vi hanno guardato, e quindi diventa difficile non ricordarsi.
E la gente, purtroppo, la gente dice ogni tanto, scrivono sui social, che c'ho la persona che gestisce Ma ti ricordi? Ma ti ricordi di me? Ma no, ma la persona che gestisce non è—
ti voglio bene!
Ma non è per cattiveria, sono passate veramente talmente tante persone. Io addirittura ho cambiato non so quanti paesi con il mio lavoro, giocando a calcio in Spagna, in Italia, in Brasile, poi da allenatore in altre parti.
Ecco, poi non dimentichiamoci pure anche da allenatore, perché poi alla fine quando ha smesso hai intrapreso, stai intraprendendo, quindi sei tuttora un allenatore, per ora a piede libero, come si suol dire.
A fischietto libero. Giocatore a piede libero.
Fischietto non tanto, perché poi usavi del fischietto come gli allenatori di un tempo.
Cioè, si usa, capita di tenerlo, almeno in televisione, perché io avevo quell'immagine dell'allenatore che aveva il fischietto, il cronometro, e io volevo fare anche quello.
Sì, è certo, con cronometro. Cioè, chi usava anche il megafono come Sacchi.
No, no, no.
Quello è un caso a parte.
Io approfitto perché ho due golden boy, cioè nel senso voi avete iniziato molto presto a fare il calcio dei grandi, no? Alberto a 16 anni ha esordito in una partita davanti a 60.000 persone e anche tu hai iniziato molto presto il calcio dei grandi e ti ho sentito anche un po' con un sapore di doverlo quasi fare perché era un'opportunità. Come si vive da ragazzi, in realtà da ragazzini, quei momenti?
Allora, io ti ho detto, mi hanno chiamato a fare un provino gli amici del quartiere, eravamo in 7 e di quei 7 sono rimasto solo io. Avevamo 10 Quasi 11 anni. A 16 anni ho cominciato ad allenarmi con la prima squadra. 17 anni ho esordito. Mia madre ha firmato il mio contratto perché non potevo firmare, non potevano firmare. Portoghese, São Paulo, che era la quarta squadra della città. Ripeto, io non avevo un obiettivo, io volevo soltanto divertirmi, solo che è quell'uragano mi ha travolto talmente tanto che non lo controlli. No, non lo controllo, perché a 17 anni mia madre ha saputo che giocavo a calcio quando è venuta a firmare il contratto per me. Cioè, quella cosa mi ha cambiato completamente la vita. In Brasile era il '91, nel '92-'93 il mio nome girava già nella nazionale principale. Per il Mondiale del '94, ma poi non sono andato perché è andato Cafu come secondo. Nel '95 vinco il pallone d'argento che fanno in Brasile come miglior terzino, '96 arrivo in Europa, quindi erano 10 anni passati nemmeno, la mia vita era cambiata completamente. Come ho detto, l'infanzia Era già passato.
Tu volevi solo giocare a calcio.
Io volevo solo divertirmi, perché noi brasiliani abbiamo questo nel sangue. Un bambino in Italia, oggi facendo parte anche del settore giovanile del Parma, che ho fatto 2 anni, cioè a 11 anni sa tutto di tattica. Noi in Brasile ce ne fregavamo di tattica.
Che cos'è la tattica? Non conosce neanche la parola.
Noi anche da grandi non sapevamo cos'è la tattica. Per noi era tutto divertimento, tecnica, fantasia, improvvisazione. E questo era quello che facevamo noi. Io facevo per strada, da, ripeto, da tutte le sere, dalle 7 alle 10 di sera facevamo quello. Di domenica si andava a giocare nelle strade, nella metro, perché in Brasile nella metro vicino, in campetti vicino alla metro, campetta era un unico spazio verde da spot Nike, insomma, da tipo pubblicità. La mia infanzia a São Paulo, che era difficile.
Avevi un idolo?
Io sono cresciuto all'ombra di Zico, Sócrates.
Non male. Cioè, mio fratello, mi ricordo ancora nell'80, l'82, diciamo, quella famosa partita che poi vinta dall'Italia.
Ma nell'85, prima del Mondiale dell'86, mio fratello che che giocava a Corinthians, mi portò al Morumbi, che è lo stadio del São Paulo, a vedere Corinthians e Flamengo, che c'era Zico da una parte e Sócrates dall'altra. Quelli erano gli idoli nostri, che poi sono diventati idoli in tutto il mondo. Erano i giocatori, i numeri 10 che avevamo noi, anche se Sócrates giocava con la numero 8, ma era E poi hai fatto una Fiorentina.
Ritornando al contesto attuale, potevano essere potenzialmente adesso tutti numeri 10. C'erano talmente giocatori di livello che anche chi non era il numero 10 era un numero 10, effettivamente.
Sì, allora noi quando ho fatto la mia tesi di laurea a Coverciano, parlo del 2012, Olivieri mi ha chiesto di andare in Brasile a capire il perché il Brasile, che non capisce niente di tattica, più o meno erano queste le parole sue, aveva vinto 5 mondiali. No, come è possibile? Allora io sono andato a vedere, a studiare il mondiale del '58, '62, '70, '94 e 2002. Ma soprattutto quella del '70 che aveva vinto contro l'Italia. E io sono andato a parlare con Zagallo, che Zagallo ha fatto parte di 4 dei 5, e mi ha spiegato perché in quella nazionale c'erano 5 numeri 10.
Come fai ad avere la tattica?
Era quello che dico ai ragazzi di oggi: studiate il calcio prima di parlare di calcio. Perché oggi tutti parlano di calcio, i ragazzi amano il calcio moderno, questo calcio moderno è bello, ha le sue cose belle, però uno deve sapere da dove è arrivato il calcio, come funziona.
Sì, sennò si perde, diventi troppo prevedibile. Nel calcio attuale questo fatto di andare a mettere la tattica anche negli ultimi 20 metri, che dovrebbero esserci l'inventiva del giocatore, quindi l'imprevedibilità. Se tu già sai come ti muovi, anche la difesa avversaria Basta che ti studiano le due mosse che fai e finita la partita.
Vedevo l'altro giorno appunto l'ultima partita, senza citare quale, che ho visto e costantemente non capisco perché arrivi alla tre quarti e devi continuamente fare questi passaggi in orizzontale. Io insomma siamo della nostra generazione dove vedi la porta e o entri o vai via.
Io faccio sempre un esempio, adesso non c'è più, adesso ci sono tutti i passaggi molto brevi, sono andati molto di moda questi passaggi brevi, un metro, due metri, massimo due metri. Un Antognoni o un Di Bartolomei degli anni '80 non avrebbe mai— cioè, facevano i lanci di 50 metri, ma perfetti. Io la cosa più— è la tattica più bella che ho visto è proprio una partita di Roma-Torino, mi pare, degli anni '80, dove Di Bartolomei proprio, che era uno che una dote lento ma con un dote tecnica importantissima, fa un lancio di 50 metri e Bruno Conti al volo tira e fa gol. 4 secondi ci hanno messo per farla. La tattica migliore.
Siete d'accordo che forse oggi esistono i Di Bartolomeo, gli Antonioni, ma gli allenatori dicono: "Non fare il lancio di 50 metri, scarica a 1 metro"? Cioè, forse oggi i ragazzi sono, magari hanno comunque quel talento, ma non è più stimolato e l'allenatore lo inibisce magari dicendogli: "No, non devi fare il lancio di 50 metri, devi appoggiarla vicino." Può essere questo un po'...
Non so, te li hai mai detto ai tuoi?
No, no, voi no, di sicuro.
No, io no, no, nel senso che io, per quanto mi riguarda, è una cosa che secondo me l'allenatore, proprio come si diceva, si dice sempre, deve avere, sfruttare al massimo le caratteristiche tecniche dei giocatori che ha a disposizione. Nel senso che se c'ho uno con un buon piede, è un po' quello che ha detto un po' Ancelotti, che è un pochino quello che è l'allenatore d'esempio per quanto riguarda un pochino che ora allena il tuo Brasile, no? Quindi chissà quello che succederà. Però Ancelotti è un pochino quello che dice a seconda di chi ha a disposizione. Se io gli domando che tipo di gioco fai, che tipo di gioco, se ho davanti Vinicius, Cristiano Ronaldo e Mbappé, gli butto la palla nello spazio. Cioè, non è che mi vedo fare molto, insomma, nel senso cerco di sfruttare le caratteristiche dei giocatori che ho.
Io vedo da allenatore ex calciatore. Il problema che stavamo parlando con Marco oggi in macchina, oggi il calcio, tutti sono diventati un po' pigri dal mio punto di vista, gli allenatori, di conseguenza i giocatori, perché tu non vedi oggi un lancio di 50 metri, tu non vedi oggi un cross dal fondo, un colpo di testa, un tiro da fuori area, un dribbling negli ultimi 20 metri che punto la porta, che faceva Ronaldo senza andare molto indietro, che faceva Ronaldo, Ronaldinho, Kaká, che prendeva palla, andava per dire 3 brasiliani. Perché un allenatore oggi ne ha talmente tante persone vicino come collaboratori, staff, che non fa più lavoro dell'allenatore. Cioè, l'allenatore bisogna lavorare con i calciatori, il rapporto deve essere diretto. Sì, sì, sì, oggi delega, cioè, tra virgolette, perdere tempo con un giocatore. Cioè, io insegno il mio giocatore a cosa ti manca, io devo vedere il mio, non devo delegare Quello che allena la parte difensiva, che allena il centrocampo, che allena gli attaccanti. Io non devo soltanto assemblare quella cosa, ma devo allenare. Quella è la mia squadra. Insegnare quello che manca a un giocatore e di conseguenza il giocatore si è adattato a quella cosa. Oggi vediamo tanti esterni che giocano con i piedi invertiti, o la maggior parte di essi oggi.
I quinti, i famosi quinti.
Ma anche se tu giochi il 4-3-3, l'esterno è piede invertito. Perché negli ultimi 16 metri è faticoso, che lì devi avere la tua creatività di andare sul tuo destro, crossare, e oggi non esiste più quella cosa perché io rientro e tiro in porta.
Robin Ribéry, mi vengono in mente questa coppia che ha iniziato un po' questa invenzione.
Sì, questi sono due, qualcuno dice il campo si è allungato di 16 metri perché si comincia a costruire col portiere. Sì, sì, ma non si è allungato perché si è accorciato di 16 metri, perché tu non arrivi più sul fondo. Quindi sono dettagli che sono cambiati tantissimo nel calcio oggi. E quando erano da fare il contrario, un giocatore deve resistere per— ok, nessuno resiste 90 minuti, ma deve arrivare il più vicino possibile a quel numero, non soltanto giocare 60 minuti e poi Con i cambi tu ti sei già adattato che gioco 60 minuti, allora mi alleno per giocare 60 minuti. Però dei 60 minuti tu non giochi 60 minuti, giochi sempre, c'è un gioco di numero.
Certo, certo, certo.
Quindi credo che sia quello che è cambiato tanto nel calcio. L'allenatore è un po' pigro. Poi se diciamo questo pubblicamente, tu sei nostalgico, ma è una realtà.
La cosa giusta che dici, adesso prima noi nominavamo, quando si parla anche del nostro Parma, quello poco prima di te, che poi era vicino a quello che poi hai avuto, Nello Scala, sia che ha raggiunto grandissimi obiettivi, si avvaleva di un secondo allenatore, di un preparatore atletico, e lo staff finiva lì più o meno.
Ora non ce ne sono troppi che Io sono stato a un corso di aggiornamento qui della federazione, qualcuno ha detto: guarda che lo staff tutto completo si arriva a 30 persone.
Io una volta mi vissi per gioco a vedere la preparazione, il riscaldamento in campo, cioè saranno stati 200 persone in campo, al di là dei calciatori, tra addetti ai lavori eccetera eccetera, ma la maggior parte erano queste sorta di coach o non coach.
La mia domanda è: da quando giocavamo noi, da quando giocava Maradona, Pelé, Platini, quelli che sono, il numero di giocatori sono sempre gli stessi? Sono sempre 22-25? No, no, 22-25.
Sì, sì, 11 in campo e 22.
Non è aumentato? No, cioè, quando fai durante la settimana, perché siamo passati da 4 a 30?
Il campo è quello, la porta è sempre quella.
Non è polemica enorme, ma i numeri di giocatori sono sempre gli stessi. Le misure del campo sono sempre le stesse. Perché sono aumentati talmente? Ah sì, il calcio è cambiato. Calcio non è cambiato, si sono inventate delle cose, esigenze di televisione, di— è più veloce. Io dico sempre, tu prendi, devi prendere il giocatore più veloce che c'è oggi, l'attaccante più forte della Serie A, diciamo Lautaro, chi per lui, certo. E paragoni a Ronaldo il fenomeno, non penso che siano più forti Ronaldo, che vadano più forti di Ronaldo. Cioè, non penso che Dumfries, un altro esempio, vada più forte di Cafu. Non penso proprio. A volte uno deve avere coscienza di quello che sta dicendo, deve sapere perché lo sta dicendo quella cosa. Il calcio è cambiato, sì.
Non so se sei meglio o peggio, di sicuro in Italia non c'è dubbio, perché purtroppo siamo tra di noi.
Ha giocato da voi anche?
Ha giocato con me a Firenze, con te a Firenze.
Dice una cosa che è molto bella: quando giocavamo noi non giocavamo mai col portiere.
No, no, adesso tocca più poi al portiere che il centrocampista.
Perché dicono che il calcio oggi sia più offensivo se io gioco col portiere?
Che è l'estremo difensore, chiamato proprio estremo.
È una osservazione molto bella, perché io da qui, da centrocampista, prendevo palla, giocavo in avanti. Oggi sono 200.000 passaggi in orizzontale e poco in verticale, no? Lui dice: noi giocavamo e cercavamo l'uomo tra le linee che cercava l'attaccante subito. Non è solo verticalizzare, perché io facevo il mio gioco, possesso palla e cercavo di velocizzare, però l'obiettivo del gioco era sempre di proiezione in avanti. Oggi dicono dobbiamo consolidare col portiere e prendo tanti gol perché il portiere a volte sbagliano.
No, non è colpa loro.
Simone Marchegiani dice in un'intervista recente, diceva: noi eravamo giudicati difensori per il minor numero di gol che subivamo. Oggi vengono giudicati difensori per la costruzione che fanno. Sono cambiate tante cose perché volevano fare diventare uno spettacolo il calcio, tanti gol, che però insomma non è riuscito. Dobbiamo lavorare ancora un po'.
No no!
Io ho portato la polemica...
No ma bisogna ritornare per alcune cose quando si parla di calcio moderno c'è il calcio moderno in campo? Esiste o non esiste? Cioè nel senso che quando si parla di che vuol dire calcio offensivo? Il calcio offensivo può essere considerato quello dove un portiere tocca tanti palloni e i palloni— La palla rimane nella tua tre quarti di campo per 10 minuti perché fai possesso di palla? Non è assolutamente quello il calcio! È un calcio offensivo sì nel senso che offende il calcio!
"È un calcio offensive" giustamente!
Ecco, questo senso qui quindi...
Zé, hai vissuto spogliatoi importanti, quello che ti è rimasto nel cuore? Cioè uno spogliatoio che per te è stato speciale, non necessariamente perché vincente, quello che ti è rimasto più nel cuore, se ce lo puoi dire, ovviamente. A Perugia.
Perugia?
Con lui dirigente?
Con lui dirigente, sì. È un bel gruppo.
Cioè, se tu parli di stelle, a Parma c'era Buffon, Thuram, Cannavaro, Benarivo, Sensini, Chiesa, Crespo. Cioè, poi quelli che avevano arrivati, no, a quelli che erano arrivati i secondi mondiali del '94: Poloni, Minotti, tanti altri. All'Inter c'avevo Figo, pallone d'oro, Zanetti, tanti. Però a Perugia era quello spogliatoio che Si stava bene, stava molto bene, sta molto bene. Al di là di Gaucci, forse ci stava bene, ci stava bene anche lui, perché era uno che veniva lì, scherzava, poi magari usciva fuori di senno, perché era di suo. Però lo spogliatoio con i dirigenti, con— mi ricordo che andavamo a cena praticamente una volta ogni 15 giorni, o insieme o con i tifosi. Si era creato un gruppo che, almeno in quei 4 anni lì, che sono stati 4 anni veramente magici per certi versi.
Perugia che è diventata Perugia, è diventata Perugia per quello.
Cioè, veniva la Juventus, veniva il Milan, veniva la—
si veniva, doveva Sì, sì, doveva soffrire, era uno di quei campi dove non era scontato giocartela.
E poi perché veniva fuori ragazzini come Gatti, che sono arrivati a 18 anni e hanno fatto esordire contro Baggio dall'altra parte.
No, lì a Perugia in quel momento lì sono passati un po' tutti. Gli stranieri abbiamo visto, c'è stato un particolare che si prese Perugia, ci si stava per prendere un cinese che si chiamava, ti ricordi, Ma? No, abbiamo preso, abbiamo preso, 6 mesi ha fatto, e c'era uno stream, e noi avevamo, questa è una chicca dei tifosi del Perugia, perché a un certo punto la gente cominciava a prendere tutti questi giocatori, chi sono, chi non sono, allora siccome noi in casa avevamo un giocatore bravo, era forte, veniva dal Milan, che era Ba, allora noi avevamo, allora prendendo Ma, che era il giocatore cinese, i tifosi hanno scritto Ma, Ma, Ma, Boh, è stato uno scricchiolio meraviglioso dei tifosi del Perugia, che per, diciamo, fare una sorta non di contestazione ma di perplessità nell'andare a pescare giocatori coreani.
Poi si sono trovati tutti bene.
Abbiamo lanciato Nakata, insomma, giocatore forte.
Tanta roba, tanta roba.
Abbiamo avuto tanti stranieri, tanti ragazzini.
Poi Liverani che arriva dalla Viterbese, veniva dalla Viterbese, perché la Viterbese era proprietario sempre. E oggi, vendetta, la Viterbese ha preso tutti i giocatori. C'è stata una, quell'anno lì c'è stata una selezione di quelli, veniva Grosso da Chieti, poi Pieri, il quale è andato all'Udinese.
Pieri, il terzino sinistro, Pieri dal Grosseto, sì, sì. Poi va all'Udinese. Di Loretto che poi va a investimenti per giocatori che hanno preso a zero.
Liverani andava alla Lazio, non so per quanti milioni, 25 milioni di euro mi pare, no? 25 miliardi, ancora lì, ancora c'erano, eravamo nel '99, non so, non mi ricordo adesso.
Siamo in prossimità della chiusura, ti faccio un po' di domande, come dire, a batteria. Il tuo compagno più forte, il compagno con il quale hai giocato e dici E dentro di te dici: immagino tanti mi hanno parlato di Figo, di Zanetti.
Però se parliamo di quei nomi lì è difficile. Anche ho giocato con Ronaldo, Romário, Rivaldo.
Ronaldo, quel Ronaldo.
Ronaldo il fenomeno.
Ho giocato con quasi tutti i grandi del del Brasile.
Vi sorprendo perché io dico sempre che il compagno con cui mi sono trovato meglio di tutti era Giovanni Tedesco, attuale allenatore del Perugia, perché ci trovavamo a meraviglia. Lui faceva la mezzala. Quando Cosma arriva al Parma, mi sa che nelle prime partite fa il 4-4-1-1, che facciamo malissimo. Poi lui cambia con 3-5-2, che Giovanni la mezzala, io facevo l'ala.
Quindi un rapporto di simbiosi a livello tattico.
Poi aveva degli inserimenti, mi sono trovato molto bene lui come compagno.
Poi se parliamo di te, che soltanto Cioè, l'imbarazzo della nonna è un elenco.
Il più simpatico che hai avuto nello spogliatoio?
Il più simpatico?
Il più simpatico e/o il più matto.
Ho avuto Amaral per tanti anni, che poi è venuto anche lui alla Fiorentina.
Guarda, mi stai facendo un sacco di nomi che io ho visto.
Amaral è un personaggio, anche oggi ci siamo incontrati a Curaçao l'anno scorso, fa ridere come sempre.
Bufo, allegro.
Mi dicono una persona special, una persona molto squisita. Il più elegante?
Di Chiara.
Di Chiara è sempre stato.
Dicono tutti.
Sono d'accordo. E il più sottovalutato secondo te? Immagino quanti ragazzi hai visto anche da allenatore. E dici capita, no? A volte questo, cioè, e poi però questioni di testa, opportunità, situazioni.
Questo è difficile individuare, anche più di uno.
Sì, sì, sì, no, ce ne stanno tanti, ce ne sono tanti.
Quello che secondo te, per esempio, io dico rispetto al gigante che è Gianfranco Zola, l'abbiamo un po' detto, no? Secondo me non ha avuto per il gioco, per me era paragonabile a Roberto Baggio magari.
Allora, io ho avuto Recoba, Alvaro, il Cino, il Cino era e non è mai stato titolare assoluto all'Inter, lui era il killerino, però era anche suo. Perché una volta siamo usciti dallo spogliatoio andando verso il campo lì alla Pinettina, si chiama ancora Pinettina, mi giro verso di lui, eravamo molto amici, molto legati, e gli dico: "Cino, ma perché non ti alleni seriamente?" E lui dice: "Zè..." Così, con la sua semplicità, ha detto: "Zè, io sono già uno dei più forti al mondo." «Se mi alleno sarò il più forte al mondo, non voglio quella pressione.» È bellissimo. Ma lui non era titolare, perché c'era Martins, c'era Cruz, c'era Vieri, gli attaccanti, e lui era uno che subentrava. Ma anche prima di arrivare questi non era mai stato titolare, perché poi è stato mandato al Venezia, se non mi sbaglio, in prestito.
Che ci fece un gol su punizione alla Fiorentina incredibile.
Lui è un giocatore che secondo me poteva potenzialmente, potenzialmente era un fenomeno, era un fenomeno.
E quando partiva con quelle punizioni che batteva, impressionanti.
Veramente forte, veramente forte.
Siamo arrivati al termine. Prima di finire ti chiediamo la cortesia.
Zé, firma il contratto.
Ma magari, magari, ce l'augureremmo assolutamente. Grazie.
Eccola qui, su Tao Zion.
Questa firma è più di 100.000 dollari.
100.000 dollari se abbiamo fatto così.
Entrate in qualsiasi parte del mondo.
E noi ti ringraziamo insomma di essere stato qui con noi.
Ci sei trovato bene, quindi dovresti rispondere in una sola maniera. Tu lo sai, yes it is!
Che ormai dovremmo fare una puntata, One TV Yes It Is, sarebbe opportuno.
Da collezionare, poi detti da personaggi di un certo calibro è ancora più sentita la cosa.
Quindi Zé Maria, grazie di essere stati qui su One TV, grazie Alberto ovviamente insomma di accompagnarci in questi appuntamenti.
In questo viaggio bellissimo. Perché vengono fuori delle cose meravigliose. Ma poi ci rivedremo, poi si parlerà insieme perché ci facciamo, poi organizzeremo una cosa molto importante.
Assolutamente sì, quindi grazie di essere stati qui su One TV, grazie a tutti quanti voi di averci seguito fino a qui, ci vediamo nella prossima puntata di One TV. Ciao ciao ciao!
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