Feuromed 2026 - Monica Giandotti intervista Andrea Illy - Presidente di Illycaffè

In a live interview at Feuromed 2026, Andrea Illy, President of Illycaffè, discusses the turbulent global landscape and its implications for industry and policy. He identifies three destabilising forces – US‑China rivalry, the rapid rise of the green economy, and the surge of artificial intelligence – and explains how they reshape geopolitics and corporate strategy. Illy stresses the need for industrial resilience, citing Illycaffè’s agile response during the COVID‑19 crisis, and argues that firms must lower fixed costs, diversify markets, and adopt flexible production. Turning to the European Union, he critiques the current fragmented sovereignty model, calling for a stronger, more centralized decision‑making mechanism (citing Mario Draghi as the archetype of a “strong man” leader) to compete with the US and China. He then outlines a vision of a regenerative, circular economy: moving away from linear extraction, respecting planetary boundaries, recycling metals and plastics, and investing in ecosystem restoration. Illy critiques the Green Deal’s implementation as well‑intentioned but poorly executed, emphasizing the cultural and temporal barriers to rapid transition and the need for citizen‑driven change. He also touches on energy dependence, recent coffee‑price spikes due to climate‑driven droughts, and the tentative timeline for Illycaffè’s potential IPO, suggesting a decision within months to a year. Throughout, Illy balances criticism with cautious optimism, urging coordinated political action, stronger leadership (including recognition of female leaders), and a systemic shift toward sustainable growth.
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Sì, buongiorno a tutti. Grazie direttore di avermi voluta in questa meravigliosa manifestazione. Complimenti per la location. Ogni volta che torno a Napoli mi si riempie il cuore di gioia. Buongiorno alla platea. Buongiorno ai giovani che negli ultimi minuti sono diventati più numerosi. Qualcosa anche mi riempie il cuore di gioia, perché— e poi buongiorno ai radioascoltatori di Radio Radicale e delle persone che ci stanno guardando in streaming. Dicevo che mi riempie il cuore di gioia vedere i giovani, perché a loro bisognerebbe spiegare perché in questo momento stiamo dicendo che il Green Deal è stato un grosso errore. Guardate che l'unico gruppo di persone che si è occupato del cambiamento climatico negli ultimi anni Sono proprio loro, i giovani, che abbiamo anche deriso, irriso, insolentito, dicendo che non avevano nient'altro da fare che andare per strada a bloccare il traffico. Hanno una ragione che vale più di tutte: sono il nostro futuro. E allora forse è a loro che dovremmo parlare con più attenzione, perché Il Green Deal, e poi vado dal primo intervistato, che insomma, buongiorno Andrea Illy, patron di Illy Caffè, col quale faremo evidentemente un discorso anche in questo senso, ma non so se parlare di Green Deal come ne abbiamo parlato negli ultimi anni sia stato il modo corretto, se forse avremmo dovuto mettere l'accento non tanto sugli obiettivi, che credo siano da tutti condivisibili, quanto sulle regole. E invece ci siamo sforzati nel dire che proprio ideologicamente, con un approccio molto ideologico, quella roba lì era sbagliata. E poi però abbiamo appena sentito che la Cina sta, come dire, investendo moltissimo sull'auto elettrica. Quindi una volta che avrà preso del tutto, se non l'ha già fatto, il mercato africano, arriverà in Europa con le sue auto elettriche che costeranno molto meno delle altre. Quindi noi compreremo macchine cinesi, questo sul piano, diciamo così, più economico e meno attenzionando meno alle esigenze dei giovani. Ma insomma, è chiaro che le esigenze e le preoccupazioni di chi rappresenta il nostro futuro. Allora, Dottor Illy, grazie innanzitutto per essere con noi, con me, in questo dialogo a distanza. Non so quanto ci farà sentire vicini, quanto ci farà sentire vicini, ma io farò del mio meglio perché insomma mi sente bene, benissimo. Abbiamo detto tante volte negli ultimi, insomma, l'ultima mezz'ora, 40 minuti di ascolto, quanto siano importanti gli industriali in questo momento. Perché evidentemente possono aiutare a dare una visione che mi pare di capire, industriale, di questo sto parlando, mi pare di capire che manchi un po'. Ho sentito in un'intervista registrata a Davos, se non sbaglio, un Davos, quello del '26, davvero strano, no? Insolito, in un momento di transizione in cui peraltro non ci potevamo aspettare un confronto diretto America-Iran. Eh, Presidente, quando un anno fa se ne parlava, come dire, si prospettava come, non so, il cigno nero della geopolitica, no? Ma no, ma si diceva nelle trasmissioni che conducevo, no, ma adesso non si può, non si può neanche immaginare. Invece poi ci siamo arrivati, con tutto quello che significa sul piano energetico, perché pare che stiamo già dentro uno shock dell'offerta, considerando quello che hanno detto i Catarini. Allora, mi dice innanzitutto come la vede, visto che il '26 poteva essere un anno per Illy importante, no, proprio per il destino, il futuro e la proiezione nel futuro della sua grande azienda. E invece mi sembra di capire che non lo sarà, proprio perché è un anno ancora instabile. Che cosa si deve fare in questo momento? Cosa possono fare gli industriali rispetto, diciamo, al decisore politico? E poi l'Europa, siamo in corso di— sono le ore del Consiglio Europeo, senza ripetere su cosa, di cosa si parla e su cosa si litiga.
Presidente, allora, lei ha menzionato— grazie innanzitutto e saluto il direttore Alessandro Barbano. E mi fa piacere essere con voi. Spiacente di non poterci essere fisicamente, ma partecipo ugualmente. Lei menzionava nella sua domanda Davos. Io sono uscito con, e l'ho anche dichiarato, con l'impressione di essere in un casinò. Non so chi di voi è stato a Las Vegas, quando si entra in una di quelle sale enormi di migliaia di metri quadrati, pieni di tavoli, di slot machine, tutti che giocano, che negoziano, eccetera. Questo è come ho raffigurato il mondo di oggi, perché vi è uno smantellamento di un ordine globale pregresso, forse, ma non lo so, alla ricerca di un futuro nuovo ordine globale. Di fatto, in questo momento siamo di fronte a un disordine globale che è innescato da Direi 3 cose.
La prima è la lotta per l'egemonia tra la Cina e gli Stati Uniti. La seconda è il green economy, che è stata menzionata, perché non va dimenticato che è una realtà incontrovertibile che pesa già oltre il 5% del PIL mondiale e e cresce il doppio del PIL. E quindi è sicuramente una realtà che cambia la geoeconomia e la geopolitica. E il terzo fattore destabilizzante è l'intelligenza artificiale, che in questo momento sta letteralmente dopando l'economia, perché la capitalizzazione di borsa a livello mondiale è sostenuta da questo. E si spera che possa reggere anche in termini di generazione poi di ritorni in questi enormi investimenti.
Quindi tutta questa instabilità ha creato le condizioni per avere questo ribaltone che poi c'è stato all'inizio dell'anno scorso con l'avvento della nuova amministrazione americana, e che poi sta dando luogo quasi mensilmente a qualche crisi di qua e di là, di origini diverse, che poi siano tariffarie, che siano di ordine militare, di sicurezza o quant'altro. Ecco, questo di fronte a questo nuovo disordine globale, cosa c'è da— e chi diceva cosa non possono fare gli imprenditori? Gli imprenditori possono innanzitutto tirare dritti, tirare dritti sulla loro strada, cioè sul percorso che hanno tracciato nel tempo, un percorso che molto spesso storico, di aziende molto radicate nel tempo e nel territorio. E quindi non lasciarsi distrarre troppo, perché questo rischierebbe di metterle in una situazione di pendolamento e farle anche squilibrarsi. E aumentare la resilienza delle imprese. Per aumentare la resilienza— resilienza è una parola di origine fisica, Significa la capacità dei sistemi di adattarsi agli shock esterni. Esattamente la corretta da questo punto di vista, non è solo che va di moda. Quindi gli shock esterni sono le molteplici esternalità quotidiane, di cui solamente l'ultima è la guerra in Iran. Precedentemente ce ne sono stati molti altri, altre guerre, crisi climatiche, perché Non dimentichiamoci che se il motivo per cui la green economy è una realtà è una necessità incontrovertibile, perché effettivamente il tema del clima è un tema molto, molto, molto, molto, molto serio, e quindi a fronte di queste crisi cosa si può fare? Evitare di dover deragliare. Quindi aziende che abbiano la flessibilità strategica e anche commerciale di poter eventualmente riallocare la loro diciamo produzione su mercati e canali diversi, fasce di clientele diversa, come è stato fatto ad esempio durante il Covid. Noi per esempio durante il Covid siamo tradizionalmente fornitori di pubblici esercizi, i quali erano chiusi, e quindi abbiamo recuperato una quota molto abbondante del fatturato dei pubblici esercizi invece a livello domestico, perché è chiaro che la gente stava più a casa e consumava più caffè a casa, però ci è voluta una flessibilità che consentisse poi all'azienda di non perdere, di non andare in perdita, di non andare in crisi finanziaria. E tra questi elementi di resilienza c'è anche ovviamente abbassare il punto di pareggio, quindi cercare di ridurre gli investimenti e i costi fissi. Questo è quello che mi verrebbe da— c'era l'ultima parte della sua lunga domanda che era l'Unione Europea. È l'Unione Europea. L'Unione Europea in questo momento ha un'opportunità, che è quella di fare un balzo in avanti, perché non va dimenticato che l'Unione Europea è nata da un'utopia. Qualcuno ha detto, noi avremmo bisogno di essere similari agli Stati Uniti per avere più massa critica, avere una moneta forte, un mercato forte, un PIL forte. Ma la nostra unione economica non può nascere dall'unione politica, perché siamo troppo diversi. E quindi, così come gli Stati Uniti sono uno stato federale, l'Europa è nata invece con questa idea utopistica che non è mai stata realizzata prima, di un'unione che però lasciasse la sovranità in capo, o almeno parte della sovranità, in capo agli stati membri. Adesso questo tema della sovranità è il tema chiave, perché non può restare, diciamo, a metà del guado per sempre, con una sovranità che sta in parte a Bruxelles, in parte negli stati membri, ma che in realtà è talmente debole da una parte e dall'altra che alla fin fine finisce per non essere sovrano né l'uno né l'altro.
Ma quindi, Presidente, mi scusi, questa sovranità dove si deve collocare secondo lei?
Secondo me, a livello di tabella di marcia, non si può fare altrimenti che collocarla a Bruxelles. Questo è il tema che non piace, ma non si può far diversamente. Sennò come puoi competere, come puoi negoziare ad armi pari con gli Stati Uniti, con la Cina, eccetera, se sei pieno di veti incrociati all'interno della stessa Unione Europea? Allora, non vogliamo trasferire immediatamente sic et simpliciter la sovranità a Bruxelles, ma almeno togliamoci di mezzo questa regola assolutamente impossibile dal punto di vista, mi verrebbe dire, fisico-matematico di avere l'unanimità su tutte le decisioni. Cioè, siamo un'unione a 27 e ogni decisione si prende all'unanimità. Ma voglio dire, ci sarebbero tutti i condomini del mondo sfitti perché i condomini non si mettono d'accordo neanche sulla decisione di chi pulisce le scale. È così, però in realtà esiste il nostro ordinamento, questo perché abbiamo fatto un'unione a forza. Pur di farla abbiamo accettato qualsiasi compromesso, è come se fossimo nati un'altra zoppa. Peccato che sono passati troppi decenni e in questi decenni non sono state fatte tutti i percorsi di riforma che potessero aumentare la competitività, e difatti l'abbiamo diminuita. E l'intervento che ha fatto la la dottoressa Guidi prima di me, purtroppo è molto realistico. Quindi oggi, a fronte delle minacce, le minacce degli Stati Uniti, le minacce della guerra, le minacce della Russia in Ucraina, la minaccia dell'immigrazione africana, possono i 100 politici influenti a livello europeo, mal contati, che non hanno nessuna intenzione di ridurre le proprie prerogative, rendersi conto che vanno a casa comunque se non agevolano un disegno forte, perché purtroppo l'uomo è, diciamo, abbastanza individualista in generale. Diventa altruista come nuova forma di egoismo solo quando non ha alternative. Ecco, io credo che siamo arrivati nella situazione in cui, proprio in questi giorni di Consiglio Europeo, la situazione è tale per cui o ci diamo una forma di altruismo e ci rimbocchiamo tutti quanti le maniche, facciamo dell'Europa qualcosa che possa difendersi quantomeno, o sennò saremmo veramente presi a calci a destra, a sinistra e anche da sotto.
Allora, poi ci arriviamo diciamo all'interessantissima teoria del presidente Illy, quella della, insomma, di un sistema economico rigenerativo. Non voglio parlare soltanto di un settore perché Secondo Illy è davvero possibile produrre crescita consumando meno risorse, quindi poi ci spiega come si fa. Però a proposito di Europa, a proposito diciamo di stati membri, esiste un meccanismo che lei conoscerà sicuramente già, che ci consente di fare delle cose su alcune materie, la cooperazione rafforzata, ma insomma che cosa manca alle classi dirigenti, sto parlando della politica, affinché insomma, questo sforzo si diventi, si concretizzi in qualcosa di più solido. Perché sennò siamo sempre e ci ritroviamo sempre, come dire, a discutere di queste cose. Sa quant'è che io parlo d'Europa in questi termini? Da quando è non solo scoppiata la guerra in Ucraina dopo l'invasione della Russia, ma anche da quando è arrivato Trump in America. Qualcuno diceva, guardate che Trump in America in realtà può essere una grande occasione per l'Europa. Ma l'occasione l'hanno colta le classi politiche o no? E se no, perché? Se non l'hanno fatto, che cos'è che manca?
Beh, guardi, in Europa c'è solo un modo per fare innescare un percorso di riforme, è quello di mettere il classico uomo forte. Uno che sappia ce l'abbiamo, si chiama Mario Draghi. Non a caso ha fatto un importante rapporto e ha già fatto lo stesso identico esercizio che servirebbe a Bruxelles, a Francoforte, che è quello di leggere le carte non solamente per ciò che sta scritto, ma anche per ciò che non sta scritto, perché ciò che non sta scritto evidentemente è possibile. Ed è questo il percorso di leadership assoluta che serve all'Europa adesso per uscire da quelle che sono le sue pastoie burocratiche derivanti da un accordo troppo stringente. Ma ovviamente nessuno lo vuole un uomo forte in questo momento, perché andrebbe chiaramente a tirare la sedia sotto, a sfilare la sedia ai centinaia di politici o più che ci sono nei 27 stati membri. Quindi è la soglia del dolore che deve aumentare. L'Europa non può che unificarsi a botte di crisi, ma anche gli Stati Uniti sono diventati uno stato federale dopo 25 anni di guerra civile. Quindi purtroppo non è un percorso di unificazione che sia banale quello dell'Europa. E sarà sicuramente anche più difficile di quello degli Stati Uniti, perché mentre gli Stati Uniti era un mondo che è stato nato dalla colonizzazione, quindi con una cultura molto recente, quello dell'Europa è una cultura millenaria, quindi ancora più difficile con lingue e tradizioni diverse il fatto di dire siamo un tutt'uno. Quindi non lo so, in generale lei mi chiedeva cosa manca alla classe politica dell'economia rigenerativa.
Aspetti, aspetti, ci arriviamo. Cosa manca alla classe politica? Non me l'ha detto, perché manca un uomo forte.
Sì, manca un uomo forte.
Si dice così, un po' mettere mano ai polsi.
Il livello di complessità delle decisioni che bisogna prendere adesso in materia di Green Deal, in materia di sicurezza, in materia di governance, in materia finanziaria. Non dimentichiamoci che il mondo ha accumulato un debito complessivo di 350 trilioni, pare. A 3 volte il PIL, che è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Un debito globale che è aumentato del 9% nell'ultimo anno. Negli ultimi 6 anni il mondo ha prodotto più prodotti fisici o durevoli, insomma materia di artificiale, se vogliamo, di quanto non l'abbia fatto nell'ultimo secolo. Noi siamo su una traiettoria esponenziale che non può portare, così come stiamo, che all'autodistruzione. Per quello che dirò dopo dell'economia rigenerativa. Ecco, il livello di complessità di questo scenario, delle decisioni da prendere, tale per cui i politici spesso non hanno né la competenza, intesa come— è uno dei motivi per cui non hanno la competenza, che tendiamo tutti ad andare per specializzazioni, e queste invece sono situazioni che vanno viste trasversalmente. Quindi già questo è un tema di competenze interdisciplinari che manca alla politica, ma non solo alla politica, anche alla professione, all'accademia, eccetera, perché siamo organizzati per silos nella nostra società. Ma l'altra cosa che manca è il tempo, perché il mandato non può essere di 3-4 anni con scadenze elettorali intermedie, per cui ogni momento si va in fibrillazione per il consenso invece che poter fare delle decisioni che invece hanno delle orizzonti che sono dell'ordine dei decenni e non dei mesi. E poi c'è il tema etico. Molto spesso, diciamo, c'è della mala politica. Molto spesso si tendono a fare delle strumentalizzazioni pur puri scopi elettorali. Invece che andare a guardare la sostanza, si va a guardare l'apparenza. E questo alimenta anche tutto un movimento di disinformazione ai cittadini che non fa altro che manipolare voti. Quindi, e difatti, è proprio la democrazia che è in crisi e noi stiamo facendo una marcia indietro rispetto alla democrazia. Purtroppo l'aveva dichiarato proprio a Davos alcuni anni fa Angela Merkel, aveva detto una frase terrificante che nessuno ha ripreso: purtroppo la democrazia non ha saputo dimostrare negli anni di creare più benessere per i cittadini di quanto non facciano i sistemi autoritari. Ed è la verità, perché i sistemi autoritari non necessariamente devono essere repressivi o violenti, possono anche essere sistemi autoritari, come dire, accettabili dal punto di vista della libertà dei cittadini. Quindi è un problema molto significativo quello che deve affrontare la politica oggi.
Chiarissimo. Allora, dove lo metterebbe Draghi in questo momento, telegrafico? Capo della Commissione al posto di Ursula von der Leyen.
Esatto.
Allora, vabbè, era intuibile, ma insomma andava messo a verbale. Quindi si può, a proposito diciamo dei suoi studi e il suo libro interessantissimo sulla capacità produttiva rigenerativa, perché è applicabile in tutti i campi, no Presidente? Com'è possibile produrre crescita senza consumare troppe risorse o consumarne addirittura meno?
Ma questo lo si fa attraverso l'economia circolare. Quindi il nostro problema è che abbiamo un sistema, uno sviluppo estrattivo e lineare. Estrattivo di cosa? Di risorse naturali, materie prime che siano della biosfera, quindi il cibo, i tessuti, le materie organiche, e poi minerali che sono i metalli, combustibili, eccetera. Noi estraiamo, estraiamo, estraiamo e non rinnoviamo mai quello che estraiamo, e quindi finisce che estraiamo più di quanto non si rigeneri. Perché il sottostante di questa economia rigenerativa sono i cosiddetti servizi ecosistemici, che ci danno il 100%, nessuno escluso, dei fattori vitali. Dall'aria che respiriamo, all'acqua che beviamo, al cibo che mangiamo, ai tessuti che indossiamo, ai materiali che usiamo, tutto E questi servizi ecosistemici sono perpetuati dalla rigenerazione spontanea della biosfera. Muore un organismo, muore una pianta, muore un microrganismo, se ne crea un altro. Se noi estraiamo dalla biosfera più di quanto riesce a rigenerarsi, è come se svuotassimo un magazzino senza riempirlo. Prima o poi il magazzino sarà vuoto e non avremo più quell'output che ci serve per la nostra vita. Quindi il tema è non tanto consumare di meno, perché questo porrebbe un problema a livello finanziario che è difficilmente sostenibile con il sistema capitalistico in cui viviamo, e non sto proponendo questo. Si sta proponendo di creare un'economia circolare in cui le risorse non generano scarti e tutto viene rimesso in circolazione, esattamente come la natura fa, perché la natura non genera scarti, tutto si Nulla si crea e nulla si distrugge, come dice questa legge della fisica. E questo è un aspetto, ma poiché ormai questa economia estrattiva e lineare che è nata con la rivoluzione industriale ha consumato troppo, perché noi nell'ultimo secolo e mezzo abbiamo moltiplicato la demografia per 8 e di conseguenza abbiamo consumato troppo e abbiamo dimezzato il cosiddetto capitale naturale. Quindi oggi siamo in una zona a rischio, nel senso che rischieremo di non avere abbastanza ecosistemi vitali per produrre il nostro fabbisogno. Ed è la teoria dei cosiddetti planetary boundaries del professor Rockström, che ce ne sono 9 e ne abbiamo già sforati 7 su 9. Il tema non è se abbiamo sforato 7 planetary boundaries, il tema è se possiamo ritornare nella cosiddetta zona di sicurezza, non con questo modello economico. E quindi si viene a creare la necessità di un'economia rigenerativa in cui l'impronta ecologica cosiddetta, che è data da quante risorse vengono estratte dal capitale naturale e quanto inquinamento si produce, perché l'inquinamento è l'altro nemico della rigenerazione. Se io estraggo più di quanto, diciamo, si rigenera, è un nemico, lo sovrasfruttamento, e l'altro è l'inquinamento. Perché la rigenerazione è un processo biologico, no, di riparazione e duplicazione cellulare che perpetua la vita. Ma se la cellula è ammalata perché intossicata dai veleni dell'inquinamento, non può né ripararsi né rigenerarsi. Quindi due ostacoli da ridurre attraverso l'economia circolare sono riduzione delle materie fresche, cosiddette, quelle estratte, Quindi facciamo sì, oltre all'energia rinnovabile, ma facciamo i metalli, li ricicliamo n volte, facciamo che la plastica che produciamo la ricicliamo, che quello se non lo possiamo fare con riciclo cosiddetto meccanico lo faremo con il riciclo chimico, ma tutto deve essere circolato in maniera da ridurre l'estrazione e non sovraccaricare sia gli ecosistemi naturali e ridurre parimenti l'inquinamento. Questo per la parte dell'economia circolare. Poi bisogna un altro tema che rende appunto rigenerativa questa economia, che è quello di spendere attivamente, investire in rigenerazione degli ecosistemi. Allora, gli ecosistemi vitali, siano essi terrestri o acquatici, possono avere una capacità più o meno elevata. Gli ecosistemi a più elevata capacità sono i boschi, e questi sono oggetto, per esempio sono stati più di quanto non siano ancora oggi, oggetto di grande deforestazione. La prima cosa da fare è conservare questi ecosistemi. Conservare da che cosa? Non tanto, sì, anche dalla mano predatoria dell'uomo che deforesta, brucia, eccetera, per liberare i campi, per fare— questo è un tema importante soprattutto in Amazzonia o cose del genere, ma è Non è quello il tema. Il grave problema è che le emissioni di carbonio e il cambiamento climatico che innescano fanno perdere di resilienza gli ecosistemi ancora vivi e quindi si degradano. Allora bisogna rapidamente stoppare questa degradazione autoindotta, naturale, diciamo, causata dal cambiamento climatico attraverso la conservazione degli ecosistemi. E quello ha un costo, perché conservare un bosco in stato di salute piuttosto che una palude, piuttosto che anche le coste, che sono ad alta capacità di servizi ecosistemici anche quelle, ha un costo ambientale e bisognerà spendere di più. Stiamo facendo riferimento in questo caso agli obiettivi di Coming Montreal che erano stati definiti di ripristinare 30% degli ecosistemi degradati e conservare il 30% degli ecosistemi terrestri. E questo comporta, appunto ribadisco, un costo che va organizzato sotto forma di risorse pubblico-private.
Non è una cosa che può fare il pubblico da solo. Deve essere accettato politicamente anche, no? Senta, il dato di stamattina che leggevo sul Corriere della Sera è che in Italia lo scorso anno le nuove installazioni di fonti diverse da quelle fossili dopo 4 anni di crescita sono scese nuovamente, sono all'8,2%. Allora, come dire, la soluzione economica, diciamo così, ce l'abbiamo. Mi perdoni, Presidente, se sono un po' sintetica, veloce o ruvida nella sintesi, ma insomma la formula ce l'ha data Illy. Eccola, e cioè la formula che ci renderebbe meno dipendenti dalle fonti energetiche, che quindi non ci farebbe disperare se Ormuz chiude e il 10% del GNL non arriva più, se il barile, il costo del barile arriva a $115, e arrivando poi nelle tasche dei cittadini. Perché guardate, questa roba delle crisi internazionali e delle guerre è una cosa potentissima sul piano del consenso politico, sul piano della dei governi, perché poi arriva direttamente nelle tasche di tutti noi. Quanto paghiamo la benzina, quanto paghiamo le bollette, quanto paghiamo la spesa al supermercato. La formula ce l'abbiamo. Come mai però non ne sentiamo parlare così poco? Come mai insomma non—
l'execution. Lei ha detto che in esordio che il Green Deal è stata una cosa sbagliata. Il Green Deal era una cosa giusta nell'intenzione ma una cattiva esecuzione, perché la prima cosa è che è un cambiamento del corso dell'evoluzione, perché si continua a parlare di transizione, ma non è una transizione affatto, è proprio il progresso, il percorso del progresso che deve gradualmente cambiare, perché non può cambiare da un giorno all'altro. E questa è una spinta che non può venire top-down dalla politica. Questo è un movimento che deve nascere gradualmente dai cittadini, che si rendono conto che la loro qualità della vita, la loro sicurezza, la loro salute dipende da questo nuovo mondo che vogliamo creare. Però anche i cittadini, così come le industrie, hanno i loro tempi, perché ci sono le cosiddette barriere all'ingresso. Se abbiamo tutta un'economia, tutto un mondo che è basato sull'energia fossile, non si sta 5 minuti a smantellarla. Anche perché bisogna da un lato smantellare quella dell'energia fossile con tutti i costi relativi, perché sono tutta una serie di immobilizzi e asset che sarebbero da rottamare, con tutti i costi relativi, perché bene sono costati per essere installati. Ma poi bisogna creare la rete sostitutiva, Ecco, lì c'è stata una sottovalutazione dei tempi e spesso quando si fanno degli obiettivi a livello pubblico si tende a fare il cosiddetto overshooting per creare un senso dell'emergenza, ma gli obiettivi che sono stati fissati sono irrealistici sotto il profilo di quelle che possono essere delle ragionevoli roadmap tecnologiche e di mercato. E l'altro aspetto è che questa cosa, ribadisco, non può essere fatta senza il coinvolgimento dei cittadini. E cittadini tutti, perché adesso la questione sostenibilità, parola che nessuno usa più, che era abusatissima, adesso si parla di competitività. Certo, perché se tu— è solo una questione ideologica o semantica. Se tu guardi a sinistra parli di sostenibilità, se guardi a destra parli di competitività, ma parli esattamente della stessa cosa. Che con quale tipo di tecnologia e quale tipo di modelli economici noi continuiamo a campare d'ora in avanti, perché così non possiamo andare avanti, mi sembra abbastanza sotto gli occhi di tutti.
Va bene, mi pare di capire che quindi secondo Illy c'è anche un tema culturale che andrebbe affrontato e che forse per il quale non si è fatto molto.
Sì, non è solo una questione culturale, ma è una questione proprio di dinamiche, perché Sa che cos'è? Se vogliamo, visto che lei mi sta stimolando e siamo in un contesto universitario, lo dico volentieri. Questa non è— ma non sono meccanismi che sono governati da una matematica lineare, perché sono sistemi troppo complessi. I sistemi, quando sono complessi, non seguono la matematica, seguono la matematica non lineare, che ha regole e leggi totalmente diverse. Non governabili con gli algoritmi e basate soprattutto sulle discontinuità e imprevedibili. Quindi bisogna anche lasciar fare che i sistemi si autogovernino. Attenzione che non si può governare tutto, si può tutt'al più monitorare certi fenomeni, si possono cercare di influenzare ma non governarli. Dimentichiamo il concetto utopistico di governare dei cambiamenti di questo tipo. Questi cambiamenti avverranno e stanno già avvenendo, ma non sono governabili.
Chiarissimo. Allora, siccome ci dobbiamo avviare alla conclusione, dal pubblico giustamente reclamano una sottolineatura, no, quando lei parla di uomo forte, anche se forse mi sento di tradurlo come uomo, diciamo, più preparato ad affrontare la complessità con soluzioni complesse. Giustamente il pubblico, dal pubblico si alza la voce. Però perché non pensare a una donna più capace? Ma lei la vede in questo momento? Cioè, perché chiaramente Illy ha parlato di uomo forte perché pensa chiaramente a Draghi, Mario Draghi. La vede e quindi non poteva dire donna forte. Ma come?
Io dico che di tutti quelli che conosco, Draghi in questo momento è l'uomo che è più fit for the job, come si dice in inglese.
E la vede una donna fit for the job?
Di genere. Io sono assolutamente convinto, e poi i fatti lo dimostrano, che questa è un'epoca molto più favorevole alla leadership al femminile, perché le donne sono più responsabili e sono più complesse, riescono a governare un numero più importante di persone.
Però lei non l'ha citata una donna presidente, adesso la deve citare.
Il mio amministratore delegato, oltre che mia moglie, oltre che le mie 3 figlie sono tutte donne, sono contornato da donne.
Va bene, sua moglie teniamola fuori da questo.
L'amministratore delegato, vada lei a vedere quanti amministratori delegati donne ci sono in Italia e che risultati producono, quindi sono veramente molto convinto, quindi respingo al mittente questa obiezione, questo stereotipo che—
Va bene, senta Presidente, siamo davvero in conclusione, le chiedo di essere telegrafico. Appunto, il 26, lei l'ha detto, si trattava di quotare in borsa la Illy. Questa è una notizia, diciamo, nota. E ha detto però il 26 è un anno ancora di grande instabilità. Riesce a fare una previsione?
Abbiamo avuto il prezzo del caffè che è triplicato a causa delle siccità e delle ondate di temperatura, come dice. Quindi Dobbiamo aspettare che i mercati si ricalchino, perché non è neanche pensabile di portare tutto l'aumento del costo che l'azienda ha subito sul mercato. E quindi bisogna che si stabilizzi il tutto.
Ecco, a quando secondo lei?
Ma è una crisi già che abbiamo, stiamo attraversando a testa molto alta, con dei risultati molto migliori del previsto.
Di che ordine di numeri, di anni? Secondo lei bisogna pensare?
Questa è una decisione che dovremo prendere a breve, ma non parliamo di sine die, stiamo parlando di qualche mese, anno, non di più.
Va bene, va bene. Grazie al Presidente Illy per essere stato con noi, è stato un vero piacere confrontarmi con lei. Grazie per il timer, così cerchiamo di non andare oltre i tempi previsti.
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