Tutto quello che DOBBIAMO CAPIRE sul FUTURO della RIGENERAZIONE – con Andrea Illy

In this 2025‑10‑27 Italian podcast episode, host B interviews Andrea Illy, former CEO of Illycaffè, about the need to shift from a linear, extractive economic model to a regenerative, circular one. Illy argues that business survival requires a long‑term perspective, drawing on Peter Drucker’s view that the ultimate purpose of a firm is to survive, which can only be achieved by correcting the current trajectory of progress that leads toward ecological collapse. He explains his scientific background in chemistry and complexity science, distinguishing between quantifiable risks and true emergencies (black‑swans) that demand resilience and capacity‑building. Illy critiques the term “transition” as misleading, likening the required course correction to steering a massive oil tanker—slow and water‑intensive. He describes how linear, five‑dimensional systems become unpredictable and adaptive, leading to emergent crises such as climate shocks, pandemics, and geopolitical upheavals. The conversation moves to the Regenerative Society Foundation (founded in 2020 by Maria Paola Chiesi and Davide Bollati, co‑chaired by Jeffrey Sachs), its mission to apply regenerative principles across all economic activities, and the upcoming Forum 2025 in Milan. Illy outlines ecosystem services as the foundation of life, the threats of over‑exploitation and pollution, and the necessity of a circular economy that can reduce resource extraction by about 10 % at current living standards. He provides concrete examples: regenerative coffee farming, using agricultural residues for biogas, and urban “mines” that turn waste into resources. He quantifies the investment needed to conserve and restore 60‑90 million km² of ecosystems (≈$2‑4 trillion, about 2‑3 % of global GDP) and suggests fiscal mechanisms (e.g., reallocating a small share of VAT). Illy is cautiously optimistic, citing complex‑system dynamics, bifurcations, and power‑law behavior that may lead to a tipping point toward sustainability within the next 20 years. He also discusses the role of AI in handling complexity, the impending geopolitical shift where natural capital rivals financial capital, and the broader vision of a regenerative society.
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quella che viene chiamata transizione, che è la prima cosa che io toglierei dal vocabolario, perché qui non si tratta di fare una transizione da un punto A a un punto B, si tratta di correggere il corso del progresso. Il progresso ha una sua linea verso— e la linea è sbagliata perché ci porta verso il dirupo, verso l'autodistruzione, e quindi bisogna gradualmente correggere la rotta verso una destinazione più sicura. Però non è che uno fa questo con un salto quantico, con una transizione, oppure facendo un repentino cambiamento di direzione, perché è come se io dovessi virare una petroliera di 300.000 tonnellate. Ci vuole tanta, tanta, tanta, tanta acqua e tanto tempo.
Benvenuti e benvenute ad un nuovo episodio di Actually, il podcast che parla del cambiamento che sembra arrivare piano piano e poi travolgerci tutto d'un tratto. Un podcast che guarda al lungo periodo e ci siamo portati per questa puntata speciale una persona che sul lungo periodo ha costruito un'azienda che ha ricevuto da, diciamo così, una famiglia che l'ha costruita nel corso degli anni. Andrea Illy, benvenuto.
Buongiorno.
Ossessione per il lungo periodo, è corretta come, diciamo così, etichetta rispetto al suo, al vostro modo di fare di fare impresa.
Beh sì, il padre del management Peter Drucker diceva una cosa incredibile, che lo scopo ultimo di un'impresa è sopravvivere. Perché uno riflette, dice, ma può essere questo lo scopo? E invece sì. E quindi la sopravvivenza la si può assicurare solo con una visione di lungo termine, anche perché i processi sono molto lunghi e complessi. Per cui, e questa è la figura, se vogliamo, della, dell'imprenditore tra virgolette, o colui che esprime questa competenza di guardare oltre quello che può essere il breve medio.
Qual è l'ostacolo principale però per guardare a lungo termine? Perché tutti forse ce l'abbiamo un po' nel nostro, diciamo così, il nostro manuale delle regole, in cima, forse in fondo, non so, scritto grosso, certo, L'azienda deve durare, però allo stesso tempo l'agenda invece ci dice che c'è la trimestrale.
Esatto, l'ostacolo è il tempo, l'ostacolo. Se tu sei fagocitato dall'operatività e dalle emergenze, non riesci ad avere letteralmente il tempo fisico per pensare e prendere quel distacco, la helicopter view che ti permette di guardare i sistemi dall'alto. Io sono un po' privilegiato perché sono un chimico, quindi ho un background scientifico, ma i chimici in particolare hanno la competenza, se vogliamo, di vedere i sistemi evolvere nello spazio e nel tempo, perché abbiamo studiato come si formano le macromolecole in particolare. E quindi poi l'evoluzione spazio-temporale si applica a qualsiasi sistema complesso, poi che sia complesso, anche non complesso. Quindi è una specie di deformazione professionale per me fare questa cosa, oltre che un divertimento. Però lo applico a tutto. Infatti, proprio per rafforzare questa mia competenza, ho studiato scienza della complessità a Oxford in un tutorial program. E quindi ormai vedo la complessità ovunque, che poi sia nella complessità.
Ma è meraviglioso, il titolo più bello di un corso di studi che abbia mai sentito. Andatevelo a cercare, chi ha possibilità di accedere.
Il fondamento di tutto è la matematica, no? La matematica, c'è la matematica lineare, che è quella, è l'algebra, con la quale noi ci, diciamo, familiarizziamo più facilmente, perché noi abbiamo un cervello fatto a 4 dimensioni, no? Perché abbiamo ancora una storia evolutiva piuttosto breve, 200.000 anni non è niente. E quindi veniamo dalla savana, dove si andava a destra, a sinistra, oppure sull'albero per fuggire alle prede. Poi si vedeva che c'era il giorno e la notte, quindi 4 dimensioni. Non di più. I sistemi fino a 4 dimensioni rimangono lineari e quindi prevedibili, che sia poi esplicitamente o implicitamente. I sistemi invece al di sopra della quinta variabile diventano complessi, quindi a questo punto non sono più lineari, non sono più prevedibili, non sono più calcolabili con algoritmi. E se questi sistemi sono per di più non prevedibili, quindi si chiamano adattativi, sono anche soggetti alle cosiddette emergenze, comportamenti emergenziali, che sono quelli che noi nella società chiamiamo i cigni neri, gli eventi assolutamente occasionali, fortuiti, imprevisti, di cui non sai che cosa sarà, se ci sarà, che impatto avrà e come lo gestiremo. Quindi questo è anche un po' il risultato del mondo che abbiamo costruito. Uno può guardarlo anche dal punto di vista matematico e filosofico, pensando che l'entropia aumenta e che quindi non è altro che il risultato delle dell'entropia questo, però insomma gestire un'impresa in un contesto che è sempre più incerto, e in questo momento possiamo scherzare sul fatto che siamo passati da un ordine mondiale a un disordine mondiale, sì possiamo scherzare, però forse non è, non c'è tanto da ridere perché poi te la ritrovi sulla scrivania ogni giorno.
Poco da ridere, ha citato il famoso black swan, i cigni neri, Lei è stato al timone di Illy come amministratore delegato per qualcosa come 20 anni, 22 anni, esattamente. Una crescita spaventosa del business.
Ah, non spaventosa, no, una crescita meravigliosa del business.
Certo, dalla mia prospettiva, esattamente, high single digit, però certo consistent. Mettiamola così, comunque in un mercato che cresceva dell'1,5%, insomma, quindi Diciamo che sono numeri che credo che molti, molti competitor e molti altri imprenditori e imprenditrici in giro per il mondo vi invidiano.
Però c'è anche chi ha fatto molto meglio di noi, eh, va detto.
Mi piace l'understatement. Quanti cigni neri ha incontrato in quegli anni? O meglio, qual è stato quello che ha segnato di più la sua esperienza come manager e da cui ha imparato di più?
Ma il nostro problema, diciamo che il cigno nero è un'emergenza. Che rientra o non rientra, questo lo devono decidere i matematici nella classe dei rischi. Secondo me il rischio è un evento noto che si è già prodotto, che è quantificabile, mitigabile, assicurabile, eccetera. Mentre invece l'emergenza, come ho già detto, è qualcosa che non si sa. Si trattano di due cose diverse, in due modi diversi, perché mentre il rischio si fa con il risk management, E l'emergenza devi fare cosiddetta resilience o capacity building. Quindi abbiamo avuto un certo numero di emergenze, tra cui quella del Covid è un esempio. Io direi che anche questa fase geopolitica che stiamo attraversando è un'emergenza, perché non era previsto dopo 30 anni di globalizzazione, e noi abbiamo costruito gli ultimi 30 anni di storia aziendale su questa storia della globalizzazione, che ci fosse una specie di smantellamento dell'ordine mondiale. Ma poi ce ne sono altre. Anche la gestione del rischio più grave che abbiamo, che è quello del clima, è soggetto sempre più ad emergenze, nuovamente per un cambiamento del mondo. Perché l'inizio della crisi ambientale era ancora, ancora gestibile, perché la Terra aveva una forte resilienza e quindi agiva in maniera piuttosto prevedibile anche sulla capacità di assorbire lo shock climatico dell'inquinamento, delle emissioni, dell'aumento della temperatura, eccetera. Oggi non più. E quindi anche l'evoluzione del clima viaggia tutto per emergenze. Cito un esempio: l'anno scorso la temperatura media dei mari è aumentata tanto quanto l'ultimo decennio, perché totalmente imprevisto. Non è un rischio, è stata un'emergenza. E ce ne sono tante altre. Il Niño, che è il fattore climatico più rilevante per l'agricoltura, non influenzava il Brasile fino a 5-6 anni fa. L'anno scorso invece l'ha impattato violentemente. Perché? Ex post tu puoi ragionare e dire, ah sì, forse il Niño è sempre più grande, sempre più caldo, allora influenza aree geografiche sempre più allargate. Però sei costantemente a vivere nell'incertezza e non sulla capacità lineare di pianificare. Ma le stesse cose come il cambio di profilo esterno degli Stati Uniti, che sono un paese che è sempre stato considerato partner, amico, un porto sicuro, la madre della sicurezza interna ed esterna. Adesso vai negli Stati Uniti e sì, non sai più o meno a che santo votarti, cioè fai quello che vuole l'amministrazione americana, continui nel solco del passato, speri in un futuro imprevedibile, eccetera. Quindi questo è il grande, grande cambiamento. Però bisogna, come dicono i francesi, faire avec, bisogna adattarsi e gestire le aziende comunque così. Perché quello che non bisogna invece perdere di vista è che se non facciamo niente sarà sempre peggio. Quindi bisogna un po' ragionare sui modelli, perché e come possono accadere. I modelli, noi siamo, stiamo ancora, diciamo, e questo potrebbe essere il tipping point in cui implicitamente faceva riferimento, che scatena poi una valanga di cambiamento repentino. Noi siamo ancora su un vecchio modello ereditato soprattutto insomma dalla rivoluzione industriale, modello economico estrattivo. Quindi continuiamo a estrarre risorse dal capitale naturale perché questo è quello di cui abbiamo bisogno per vivere, come se fossero infinite. Non lo so, no? E per di più alla fine del consumo c'è lo scarto, l'inquinamento. Ecco, questo non funziona per i motivi che poi commenteremo, perché sì, nel frattempo anche grazie a questo free lunch, perché è come l'invasione delle cavallette, no? Arrivano, trovano un campo, mangiano tutto quello che c'è di mangiabile finché non c'è più cibo. A quel punto non c'è più campo, non ci sono cavallette, muoiono tutti e il ciclo ricomincia. Questo è esattamente quello che abbiamo fatto noi, come se fossimo delle cavallette Homo sapiens in un secolo e mezzo di storia. E difatti la nostra popolazione mondiale è moltiplicata per 8 in un solo secolo. Se pensiamo che la vita sul pianeta è iniziata 3,6 miliardi di anni fa, è l'equivalente di un'esplosione, di un'eruzione vulcanica. Ecco, questo modello non va e dunque non è compatibile con il futuro, molto semplice. Ma non per l'ambiente, perché l'ambiente si rigenererà sempre. Per noi, siamo noi che andiamo a estinguerci, come tutte le miliardi di specie che sono esistite prima di noi. Allora bisogna inventarsi un nuovo modello. Questo nuovo modello noi lo chiamiamo rigenerativo perché insiste su quello che è la macchina, se vogliamo, fondamentale della produzione della vita, che è la rigenerazione della biosfera.
Arriviamo a questo punto della rigenerazione, perché dobbiamo introdurre poi anche un grande evento verso cui ci stiamo avvicinando, che appunto è organizzato dalla vostra Regenerative Society Foundation. E in questi anni nasce la fondazione. Abbiamo già citato Jeffrey Sachs, una fondazione che vi porterà alla fine del prossimo mese, quindi il 27 e il 28 di novembre, qui a Milano al vostro forum, Forum 2025. Siamo in questo anno molto particolare. Quando mi sono guardato la presentazione del vostro meeting mi è sembrato di tornare indietro di almeno 3-4 anni quasi, perché c'è stato un momento in cui, penso anche alla nostra, l'esistenza di questa stessa società, Will e quant'altro, in cui questi temi, l'approccio di cui parlate voi nei vostri documenti, la vostra visione, sembrava un consenso, ci fosse un consenso unitario da tutte le parti, erano tutti dentro, da Big Oil a Big Tobacco, passando per le grandi società pubblicitarie in giro per il mondo. Era una visione, diciamo così, sembra che ci si fosse stretti una mano. Anche i giorni di Expo, no, sembrano lontanissimi in questo momento, in cui tutti, dal corporate alla politica, sembravamo tutti d'accordo su una visione, ci si stringeva la mano settando degli obiettivi al 2030 estremamente ambiziosi, ma ci si è detti anche, ma questo è il momento, questo momento in cui noi quegli obiettivi li possiamo raggiungere. Vi ritroverete appunto in questi 2 giorni a parlare anche, diciamo, dello stato di salute, forse di questo consenso, e di questo consenso a livello globale. Cos'è cambiato e quanto è cambiato negli ultimi 12 mesi in particolare?
Poi mi piacerebbe anche ricordare come è nata la fondazione, ma lo facciamo dopo. Adesso rispondo alla domanda perché sarebbe un po' troppo aggressivo aggirare la risposta. È cambiato, insomma, sì, vabbè. Allora, una cosa che è negativa che è cambiata è che il tema è stato troppo politicizzato. Cioè, questo non è un tema dopo Cioè è stato per politizzazione? Durante, durante. Quindi è diventata pura ideologia o per comodo o per, diciamo, o per dibattito. Quindi questo ha portato a una forte polarizzazione e la polarizzazione poi è stata gestita in maniera anche inadeguata perché ha cominciato ad avere un playbook, un po' come— si ricorda il Tobacco Playbook? Quando l'industria del tabacco doveva scrollarsi di dosso l'accusa di essere cancerogeno, allora ha cominciato a perseguire una strategia negazionista e di malcomune mezzo gaudio, a cercare di dimostrare che anche altri prodotti erano altrettanto pericolosi.
Thank you for smoking, that's it.
Dopodiché alla fin fine il calo, diciamo le evidenze scientifiche hanno fatto crollare il palco. Però questo non è proprio un modo molto etico di gestire l'informazione. Ma d'altro canto chi aveva invece la visione scientifica alle volte doveva accontentarsi più di una visione pseudoscientifica che magari pretendeva di vendere come scientifica. Cioè questo è un sistema di un livello di complessità nel quale bisogna mettere poi il sociale, perché il sociale è l'altra faccia dell'ambientale. Quindi un livello di complessità questo sistema che di livelli veramente incalcolabili. Quindi, come dicevo prima, i sistemi complessi non sono prevedibili, non sono retti da algoritmi, eccetera. Quindi l'unico modo possibile di affrontare questo tema è l'approccio sistemico, che manca proprio per i motivi di cui dicevo prima, perché noi tendiamo a livello di education a studiare algebra, Ma la matematica non lineare dei sistemi complessi la studiano solo le più sofisticatissime menti come i fisici, alcuni computer scientist, eccetera. Poca gente al mondo, ecco. E quindi manca questa visione sistemica. Allora si tende a gestire quella che viene chiamata transizione, che è la prima cosa che io toglierei dal vocabolario, perché qui non si tratta di fare una transizione da un punto A a un punto B. Si tratta di correggere il corso del progresso. Il progresso ha una sua linea verso— e la linea è sbagliata perché ci porta verso il dirupo, verso l'autodistruzione. E quindi bisogna gradualmente correggere la rotta verso una destinazione più sicura. Però non è che uno fa questo con un salto quantico, con una transizione, oppure facendo un repentino cambiamento di direzione, perché È come se io dovessi virare una petroliera di 300.000 tonnellate, ci vuole tanta, tanta, tanta, tanta acqua e tanto tempo. Quindi che cosa è successo in tutto ciò? Uno, che abbiamo adottato un approccio riduzionistico, cercare di tagliare la mortadella a fette. Allora occupiamoci del cambiamento climatico come se fosse indipendente dal resto. No, il cambiamento climatico è una conseguenza della crisi ambientale, che è un tema molto più vasto. E in particolare per il cambiamento climatico ci occupiamo della decarbonizzazione, quindi chi ha dimostrato che limitandoci a ridurre le emissioni di carbonio ripristineremo l'ambiente. Il problema è il ciclo del carbonio che ha due fasi: una fase di emissione e una fase di fissazione. Se ci occupiamo solo di metà del ciclo probabilmente non riusciremo a riequilibrare. E difatti noi stiamo completamente sottovalutando, anche nel programma specifico della decarbonizzazione, il tema della, diciamo, degli ecosistemi che possono fissare il carbonio. Quindi tutta una serie di, diciamo, mismanagement che hanno portato poi a delle scelte anche che sono inopportune. Alcune scelte inopportune sono state prese volutamente, per esempio definire degli obiettivi totalmente velleitari. Allora, se tu definisci degli obiettivi velleitari, come spesso accade quando devi prendere dei grandi accordi pubblici come quello delle COP piuttosto che Nazioni Unite, eccetera, sì, crei una forza, il senso dell'urgenza, fai un overshooting, come si suol dire, ma dentro di te sai benissimo che quegli obiettivi non sono realistici. Il giorno in cui però la gente ti sgama che quegli obiettivi non sono realistici, tu hai perso di credibilità. E questo è successo, perché è ridicolo pensare di contenere il riscaldamento globale a fine secolo entro l'1,5 se l'abbiamo già superato e siamo già stati a 1,6 nel 2024. Perché è chiaro che siamo su traiettorie ben peggiori, ed è altrettanto chiaro— ecco, poi cos'è successo? È successo che Questo approccio, laddove è stato adottato in maniera più determinata, è stato adottato con un approccio top-down, autoritario. Quindi impongo per legge delle cose che fisicamente non sarebbero state possibili. Perché non è stato possibile? Perché bisogna fare una sostituzione di tecnologie convenzionali verso le clean tech. Quindi parliamo di investimenti. Le clean tech non sono ancora mature tutte. Ma anche se lo fossero, stiamo parlando di smantellare una capacità produttiva installata per sostituirla con una nuova. Questo non è il ciclo finanziario di un'impresa, perché un'impresa investe per aumentare o mantenere la capacità produttiva, non per fare un write-off e sostituirla con quella nuova, perché sennò ricomincia il ciclo anche finanziario di tutto quanto, il payback, eccetera eccetera, e fallisce. Tutto questo poi è stato in parte coadiuvato col PNRR e cose di questo genere, ma che sono briciole rispetto a quelli che sono i veri tempi e complessità da affrontare. Quindi questa roba qui ha portato con il tempo tutta una serie di— ce ne sono stati altri di errori— capire chi doveva pagare il conto, perché l'obiezione dei gilets jaunes non è che sia proprio da buttare nel Mi metti la tassa del carbonio, quindi sarò io, Gilles Lejeune, che dovrò pagare carburante perché vivo di quello e pagare il conto di emissioni che magari fanno dei gruppi industriali e quindi c'è anche un'iniquità. Quindi una serie di modelli di questo tipo, di errori di questo tipo, hanno fatto sì che poi ci sia stato un cosiddetto backfire, cioè un pushback, dire no, basta, abbiamo esagerato. E so what? Nessun problema, perché nulla si muove in maniera lineare dal punto A al punto B, è tutto quanto volatile, queste striscioline che vanno su e giù con un andamento ondivago. Quindi oggi abbiamo un momento di reflusso che probabilmente, ma penso che già il prossimo anno, tra 2 anni avremo un boom. Perché questo? Perché sono invece da considerare i fondamentali. I fondamentali quali sono? Uno, che solo un pazzo potrebbe pensare oggi di adottare tecnologie convenzionali quando deve fare un adeguamento tecnologico. Quindi tutti andrebbero ovviamente sulle clean tech, non solo perché sono meno rischiose dal punto di vista della liability, ma perché ormai sono molto più competitive in termini di costi. E allora vuol dire che il treno è uscito dalla stazione e che tutto l'approccio, diciamo, di rigetto da parte della politica è un po' tardivo. Però a me ha anche senso, perché dicono fatelo ma non chiedeteci pubblici. E difatti quello che sta avvenendo sta diventando un gran business. Io parlavo con quelli della Porsche che tirano fuori adesso una macchina, non so, da 1000 cavalli, che avrà un'autonomia di 600 km. Ma guarda, tu te la compri perché è la più bella Porsche che puoi avere, non perché sei costretto a farlo per l'ambiente, hai capito? Perché la tecnologia ormai sta andando oltre il fatto della compliance. Ecco, e quindi sono estremamente ottimista sul fatto che l'evoluzione della correzione del corso del progresso sia in corso già adesso, malgrado tutte queste forze contrarie.
A Milano alla fine del mese con la Fondazione ospiterete alcuni grandissimi pensatori. Torniamo a Jeffrey Sachs, che è co-chair poi della vostra fondazione. Mondo dell'impresa, mondo della ricerca e dell'analisi. Come approccierete questi temi in una due giorni che si preannuncia particolarmente fitta.
Ma noi abbiamo speso i primi— la Regenerative Society Foundation è nata nel 2020 su ispirazione di due promotori founder, Maria Paola Chiesi e Davide Bollati, che sono venuti da me dopo avermi sentito parlare in pubblico di quella roba là della virtuous agriculture. Hanno detto, interessante questo qua, se l'è studiata bene. E mi hanno detto, noi vogliamo fare una fondazione precisamente sulla rigenerazione.
Ricordiamo, Bollati di Davines e Chiesi, vabbè, di Chiesi gruppo farmaceutico.
E ha detto, bellissima l'idea della rigenerazione, però noi la vogliamo applicare a tutte le attività economiche, qualsiasi attività umana deve essere rigenerativa. E io gli ho risposto, impossibile, è impossibile perché la rigenerazione è un processo biologico, o di riparazione o di duplicazione cellulare, quindi solo quella metà del PIL che lavora sulle risorse della biosfera può applicare la rigenerazione. Ha detto, no, no, no, dobbiamo insistere, bisogna che funzioni anche per la parte di tutte le attività economiche. E quando uno mi dà un challenge così mi fa anche incazzare, no? Dico, ma allora troverò una soluzione. E dopo un anno è venuto fuori il aha moment. Perché questi— come funziona la ricetta della vita? Non l'ho inventata certamente io. Tutti i fattori vitali, nessuno escluso, dall'aria che respiriamo, l'acqua che beviamo, il cibo che mangiamo, i tessuti che indossiamo, i materiali che usiamo, fin anche alle condizioni ambientali di cui noi godiamo sono prodotte dai cosiddetti servizi ecosistemici. Questi servizi ecosistemici, indipendentemente che siano di approvvigionamento o di regolazione, vengono perpetuamente prodotti dalla biosfera, quindi dalla somma della biomassa e della biodiversità. Quindi possono esserci ecosistemi più o meno capaci, quindi per esempio le foreste tropicali sono sicuramente le più capaci, le paludi hanno molta intensità di servizi ecosistemici, La città è già un po' di meno. Lo è di meno, ma paradossalmente può diventarla moltissimo, perché dipende da quanto verde ci metti, perché lo puoi mettere anche in verticale, quindi con una maggiore densità per metro quadrato. E poi è proprio quello che studiamo, e le città vengono ripensate, perché al centro della città non c'è più un centro amministrativo, c'è un bosco. E poi ci sono tanti corridoi biologici che attraversano tutti i quartieri in maniera che ogni abitazione oppure ogni edificio sia a una distanza minima da un bosco, che è quello che ti dà poi i servizi vitali di cui godi. Quindi la città può diventare paradossalmente uno dei più potenti, diciamo, produttori di servizi ecosistemici. Ma torniamo a noi. Quindi questi servizi ecosistemici prodotti dalla biosfera si perpetuano attraverso la rigenerazione spontanea della biosfera. Biosfera. Quindi quali sono i due nemici della rigenerazione spontanea? Sono due. Il primo è lo sovrasfruttamento. Immagino che molti conoscano la teoria delle planetary boundaries, i limiti planetari. 7 su 9 sono stati già superati. Benissimo, molto grave. Ma è ancor più grave il fatto che con questo modello di sviluppo economico non c'è modo di fare marcia indietro e tornare nella zona di sicurezza. L'unico modo è quello di cambiare modello. Ma il secondo limite nemico della rigenerazione è l'inquinamento, che intossica la biosfera e per cui ne impedisce il funzionamento naturale cellulare, come descrivevo. E quindi, e quindi la prima regola è un'economia circolare. Quindi noi con un'economia circolare, le stime dicono che a parità di standard di vita noi possiamo ridurre 10, meno di 10% delle risorse che estraiamo oggi. Che non è male, non sarebbe male, no? E in più l'economia ricircolare inquina molto meno.
Circolare, diciamo così, che si contrappone alla visione estrattiva, estrattivista, lineare.
Circolare è l'opposto del lineare. Noi abbiamo un modello estrattivo lineare, dobbiamo passare a un rigenerativo circolare, ok? Quindi questa è la ricetta. Benissimo, funziona, funziona per tutto, dal riciclo dei minerali al riciclo della biomassa per ricreare la biodiversità nutrendo il suolo piuttosto che per creare combustibili dagli scarti e funziona. Poi si tratta solo di individuare applicazioni e quindi ci sono le nuove miniere urbane piuttosto che le miniere industriali alla raccolta dello scarto dell'uno che non si chiamerà più scarto ma sottoprodotto utilizzato come nuova risorsa fresca da altri. Questo è ok ma non basta. Non basta, perché sennò parleremo di economia circolare, non di economia rigenerativa. Il secondo tema è che questa perdita di capitale naturale che abbiamo perpetuato nel corso del ventesimo secolo con il boom, crescita esponenziale di tutto: demografia, economia, PIL, emissioni, inquinamento e perdita di biodiversità, eccetera, ha innescato oggi questa crisi ambientale una brutta roba di cui pochi parlano. Quindi mi soffermo un attimo, che è l'autodistruzione della biosfera. Autodistruzione, di cosa parliamo? Parliamo che tutti a scuola, immagino anche lei, abbiamo ad esempio studiato la foresta amazzonica come il polmone del mondo. L'aveva sentita questa? Certo, perché Perché produce tutto l'ossigeno che respiriamo. Per produrre l'ossigeno che respiriamo era il più grande sequestratore di carbonio al mondo. Orbene, proprio la foresta tropicale sta diventando uno dei più grandi emettitori netto di carbonio. Perché questo? Molto semplicemente perché maggiore il numero delle piante che muoiono e si degradano, e quindi emettendo carbonio, di quelle che si rigenerano. E questo è un fenomeno che non ha nulla a che vedere con i comportamenti predatori di quelli che vanno a bruciare o deforestare la foresta amazzonica. Questo è solo un esempio, ne posso fare decine. Ma anche sul nostro arco alpino, in questo momento noi abbiamo il bostrico che distrugge le piante perché c'erano state le foreste che hanno ammazzato un numero di alberi eccessivo, oppure gli alberi che cascano da soli perché le radici affondano su un terreno che non è ancora gelato, il peso della neve li fa cadere come stuzzicadenti. Questo fa sì che si proliferino gli insetti che poi mangiano gli alberi morti, e quando gli alberi morti sono finiti attaccano anche quelli vivi. C'è tutta una serie di meccanismi di autodistruzione. Nel mare non ne parliamo. Il mare, l'acidificazione del mare che quindi provoca la perdita di biodiversità, il riscaldamento del mare che diminuisce l'ossigeno disciolto, quindi come se ti dessi un destro e un sinistro È tutto così. Allora, questo implica che, ed è questa la chiave molto sfidante di cui pochi parlano, noi dobbiamo pensare nell'economia rigenerativa di investire in rigenerazione. Cioè, il modello estrattivo lineare ha un circolo vizioso, che al crescere dell'economia monetaria tu distruggi capitale naturale. Se, come sarà, non come sarebbe, ma come sarà, il capitale naturale un giorno avrà il suo prezzo, scopriremo che noi abbiamo prodotto zero crescita. Perché creare è come trasferire l'acqua da una parte all'altra, è zero crescita, se non addirittura negativo. Quindi l'idea è: riusciamo a invertire questo circolo vizioso in circolo virtuoso, come in cui al crescere dell'economia aumenti la rigenerazione. Come? Non solo con l'economia ricircolare, che mi consente di diminuire drasticamente l'impronta ecologica e quindi prevenire il danno futuro come quello che abbiamo perpetuato fino ad oggi, ma investendo proattivamente in rigenerazione. Come si investe nella rigenerazione degli ecosistemi? La prima cosa da fare è la conservazione degli ecosistemi ancora sani che domani saranno malati per le cause di autodistruzione che ho menzionato. Seconda priorità è ripristinare gli ecosistemi che sono stati danneggiati. Tutto questo comporta degli investimenti. Nella fattispecie stiamo parlando di circa da 60 a 90 milioni di chilometri quadrati da conservare. Di cui un terzo sono da ripristinare. Per la sola conservazione ci vogliono $300 al letto, all'ettaro. Quindi un conto che equivale a circa tra i 2 e i 4 trilioni. Quindi vuol dire un conto all'intorno del 2-3% del PIL mondiale. Vuol dire che per ogni dollaro che io vado a spendere, ogni euro che vado a spendere, compreso il sacchetto della spesa, so che 2 centesimi devono andare per quella roba lì. Come si fa? Non è un problema se pago l'IVA al 22%, potrò pagare anche 2%, magari abbasso l'IVA al 20% e rialloco 2% sull'ambiente. Questo è un tema fiscale, politico, è un tema di modello di business, è un tema finanziario, ma anche un tema, per ritornare al modello di business, in cui sì, se investo nella rigenerazione degli ecosistemi devo anche avere un ritorno. Ed è qui la chiave di riuscire a capire, ma io come tiro fuori poi soldi? Allora, prendiamo un esempio. Io faccio caffè, quindi lo produco in agricoltura rigenerativa, nutro il suolo, nutro il microbiota del suolo. Quindi stiamo parlando di una quantità infinita di microrganismi, e già questo è biodiversità. Facendo questo Posso avere maggiori difese naturali del suolo, uso meno agrochimica, ho meno inquinamento, ho meno emissioni, mantengo la produttività come ho detto prima. Quindi, ma se in aggiunta a questo ci metto accanto al mio ettaro di terreno coltivato un ettaro di terreno lasciato a riserva naturale, quella riserva naturale produrrà una montagna di servizi ecosistemici a beneficio di quello coltivato. Acqua in primis, piuttosto che assorbimento dell'inquinamento, piuttosto che altri servizi, abbassamento della temperatura, ombreggiatura, eccetera eccetera. Quindi nell'agricoltura il fatto di riuscire a conservare, rigenerare l'ambiente ti viene relativamente facile. Cambieranno i campi però, non avrai più queste distese di centinaia di chilometri di monocultura senza manco un albero. Saranno campi diversi, multicultura, integrati con, con anche delle riserve naturali. Però si può fare, si può fare. Questo dobbiamo anche cambiare la nostra nutrizione, però, perché noi maniamo sbagliato da due punti di vista. Primo, maniamo per divertirci e non per nutrirci, il che non è tanto compatibile con l'ambiente. Secondo, e anche perché ci fa male alla salute, secondo, mangiamo assolutamente troppe proteine animali che ci fanno male alla Allora diminuisci, certamente non a zero, le proteine animali, per la produzione delle quali tu spendi il 70% degli input agronomici, e le sostituisci con una dieta molto più diversificata di proteine vegetali. Perché il paradosso è che in tutto questo il 50% delle calorie consumate nel mondo vengono solamente da parte di 3 piante, quando ci sono migliaia e migliaia di piante edibili. Questi movimenti sono già in corso, sta già avvenendo in maniera strisciante, così un po' perché uno l'ha capito, perché i giovani sono più sensibili, eccetera eccetera. Questo è solo un esempio, ma facciamo un esempio adesso di un esempio di un'industria che non utilizza prodotti della biosfera. Andiamo a vedere, che ne so io, l'acciaieria. Ok, l'acciaieria, hard to abate, dovrà utilizzare combustibili per la sua energia. E se questo combustibile fosse magari biogas? E se per ottenere biogas fai decomposizione della biomassa per produrre biogas, quindi già di per sé è a zero emissioni, ma io quella biomassa prima di decomporla devo averla prodotta. Allora ecco che magari la ciaieria potrebbe dire, aspetta che mi compro qualche centinaia di ettari di terreni degradati, li rivegeto, e con la rivegetazione c'ho due conti: un conto di quella roba che rimane lì che è a beneficio dell'ambiente, che produrrà servizi ecosistemici, sequestro di carbonio, biodiversità, acqua, ombra, e la parte di scarto che questa rivegetazione produrrà attraverso la potatura, la defogliazione, eccetera, la uso per fare il mio biogas. Ah, interessante! Questi sono modelli rigenerativi e noi racconteremo queste cose dal punto di vista teorico, di come le abbiamo studiate sui libri, che è un approccio sistemico e non riduzionistico, con degli esempi concreti di chi già lo sta facendo.
Questo accadrà, lo dico perché ho di fronte a me un fiume in piena che io vi invito tra l'altro a vivere dal vivo come sto facendo io ora in questo momento. Lo ricordo ancora una volta: a Milano il 27 e il 28 di novembre, prima Crédit Agricole Le Village in zona Porta Romana e poi Triennale. Sono due luoghi che noi conosciamo e frequentiamo spesso e volentieri per affrontare alcune delle enormi sfide di cui abbiamo parlato in questa puntata. Voglio chiudere solo con un'ultima, con un'ultima domanda, perché abbiamo in qualche modo fotografato le grandi sfide. Alcune un po' spaventano, devo dire. Ma Andrea Illy è ottimista?
Sono ottimista perché tutto questo avviene da solo. Ce la facciamo, perché la dinamica dei sistemi complessi ti porta nella direzione giusta. Se tu guardi la teoria delle catastrofi, si dice che cos'è? I sistemi complessi a fronte di un attrattore, che può essere una buca anche, non è detto che l'attrattore sia molto attrattivo, può essere una terribile minaccia, come nel nostro caso una minaccia esistenziale della sopravvivenza della specie al cambiamento climatico. A fronte di un attrattore il sistema ha prima un aumento della volatilità, quindi casino a tutto spiano, esattamente quello che sta succedendo nella nostra società contemporanea, a tutti i livelli economici, finanziari, politici, sociali, ambientali, industriali, tutto quello che vuoi. Ma poi c'è una cosiddetta biforcazione, che è un salto quantico. Tu ti trovi a centinaia di chilometri di distanza dal punto di partenza, e questa biforcazione può andare o verso la catastrofe o verso la salvezza. Ecco, verso la catastrofe noi, la nostra società, la nostra economia ha messo un numero importante di barriere protettive. Quindi mi verrebbe da essere molto ottimista sul fatto che noi ci andiamo, ci andiamo verso la salvezza. E proprio le parole con le quali ha esordito, ci sono arrivato lentamente e poi molto, come dire, repentinamente. Succede così perché tutto viaggia nelle dinamiche dei sistemi con le power laws. Cos'hanno le leggi di potenza? È che a un certo punto raggiunti un punto critico che si chiama tipping point, Quando hai raggiunto quella massa critica che è del tipping point, si scatena una valanga e viene giù tutto. Io prevedo che questo succederà nel corso dei prossimi 20 anni, perché sono migliaia e migliaia e migliaia e migliaia di curve di esperienza quella che stiamo attraversando. Non solo l'energia, l'agricoltura di cui abbiamo parlato, ma l'urbanistica, intelligenza artificiale. Lei non mi ha fatto una domanda, ma sarò costretto a rispondergli da solo.
Ha cercato di tenerla fuori per un attimo, invece potrebbe essere una soluzione. Ci aggrava la situazione?
È una delle risorse chiave, perché semplicemente se l'intelligenza è la capacità di risolvere i problemi e il progresso sono i problemi già risolti, allora aumentando il numero dei chip, che poi chip diventano equiparabili ai neuroni umani, andiamo verso l'era della singolarità in cui ci saranno più chip di neuroni umani, aumentiamo a dismisura la nostra capacità di risolvere problemi. Compresi quelli da noi stessi creati. Ma c'è di più, non è solo una capacità di calcolo, neuroni, chip, ma noi abbiamo il limite di non saper gestire la complessità per quei limiti fisici, neurofisiologici di cui abbiamo parlato. L'intelligenza artificiale no, perché spazzola tutto e tira su tutto da quello che è lo scibile della conoscenza che sta in rete, e quindi ci aiuta molto bene anche a presentarci in maniera organica un problema complesso in maniera che tu lo possa capire. Quindi è uno strumento di una potenza inaudita perché ci aiuta a ottimizzare i processi e quindi essere più circolari che mai, a sfruttare molte meno risorse, limitare l'inquinamento, prevenire anche i danni ambientali prima che si manifestino. E per di più ci aiuta sul problem solving perché è capace di prevedere e e identificare le cause dei problemi meglio della matematica convenzionale. Poi uno non sa perché oggi le previsioni del tempo più affidabili non sono più fatte dai modelli matematici, ma dall'intelligenza artificiale generativa. Non hanno ancora capito bene perché sono più affidabili. Magari non le rendono pubbliche queste previsioni e cercano di migliorare i modelli convenzionali con i risultati dell'intelligenza artificiale. Fatto sta che è più performante.
Quindi ci salverà l'intelligenza, che sia artificiale o no, ma la risposta ai grandi problemi tant'è arriverà, arriverà dal pensiero, da un pensiero sempre più elaborato e sempre più in grado di far fronte a queste enormi, gigantesche, gigantesche sfide che abbiamo di fronte.
Ma ci saranno cambiamenti geopolitici. Oggi i paesi più poveri sono quelli che hanno meno soldi, ma che paradossalmente hanno più boschi. Se il capitale naturale sarà almeno altrettanto importante di quello finanziario, La geopolitica mondiale cambierà perché quelli che hanno molti, molti boschi saranno almeno altrettanto importanti di quelli che hanno molti soldi. Cambieranno tante, tante, tante, tante cose, prima piano e poi in maniera dirompente, come ha detto lei. Questa è la mia visione, sono super ottimista. Magari non ci sarò più quando il cambiamento sarà definitivo, perché non è roba di qualche decennio. Qua ci vuole almeno un secolo, però accadrà, sta accadendo, sta già accadendo.
Non potevo chiederti meglio, a proposito di circolarità, di chiudere l'episodio riprendendo, diciamo, il nostro claim con cui introduciamo tutte le nostre puntate. Grazie mille, Andrea Illy, per averci fatto fare questo viaggio insieme. E grazie anche a— un sogno, un sogno, un sogno complesso, ma un sogno.
Tutti i sogni sono complessi.
E grazie anche alla vostra fondazione per averci dato l'opportunità di fare questo episodio. Ancora volta l'appuntamento a fine mese qua a Milano per il vostro forum. Grazie mille.
Grazie a lei.
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