BUONE NOTIZIE - La primavera come poesia filosofica

Philosopher Laura discusses her poetry collection Buone notizie, exploring spring as rebirth after confronting winter's darkness. She recites the closing poem "Osa sorgere" and weaves theology and Bergson's philosophy to show how the absolute becomes seeds and earth, grounding lived experience in the material world.
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Eccoci, dovremmo— sì, eccoci, siamo in diretta. Grazie a tutti per essere qui, per essere collegati a questo incontro insieme, in compagnia di Laura, che ringrazio per essere qui di nuovo. Ho il piacere di ospitare Laura, che è filosofa e consulente filosofica, teologa in formazione, tante cose, tante belle cose. Ecco anche Lisa che ci saluta: ciao ragazzi! Ok, benissimo, quindi mi fa piacere che ci sono persone collegate che danno segni. Come sempre potete anche interloquire con noi in diretta e commentare, fare domande, dare considerazioni. Insomma, il nostro è lo spirito di una community comunità filosofica che vive sempre nel dialogo, usa la tecnologia, come dire, per bypassare le barriere di spazio e tempo, diciamo, oltre, ora non esageriamo coi viaggi metafisici, sempre comunque in questa dimensione pseudo-euclidea ci troviamo ad operare, però diciamo che possiamo, anche se oggi con la nostra Laura affronteremo tanti temi interessanti e perché? Perché questo, perché autrice di una raccolta di poesie, oggi parliamo di questo, come dire, in cammino tra tre direttrici: filosofia, teologia e vita. Laura, che dici? Sei pronta per questa chiacchierata insieme su queste tre direttrici? Pronta?
Grazie a te, grazie a tutti, partiamo, partiamo!
Il titolo della raccolta è "Buone notizie", che mostriamo qua, eccolo qui, buone notizie ed è un omaggio alla primavera. L'ultima volta che abbiamo ospitato Laura in questo canale di Stream Sofia l'abbiamo fatto presentando un'altra sua raccolta che era invece dedicata all'inverno dal titolo È nebbia negli occhi di Dio. Chiunque sia interessato a fare un viaggio, diciamo, a ritroso oppure già in avanti per l'inverno prossimo può anche andarsi a vedere il video che comunque abbiamo nel canale ed è a disposizione. Per così dire, diciamo, ci stiamo divertendo a esplorare la dimensione appunto stagionale della filosofia, oppure potremmo anche dire la dimensione filosofica delle stagioni. E in effetti, come scrivi all'inizio del libro, questa raccolta, come dire, quell'anno è un po' quadriforme, vero Laura? Cioè, anzi, dici tetramorfo, e al tempo stesso uno. E quando hai parlato del tetramorfo, vabbè, uno potrebbe pensare al tetrafarmaco in una certa misura, a me invece è venuto in mente perché ho fatto recentemente lezione di Empedocle sulle quattro radici, no, i quattro principi primordiali, forse perché effettivamente sono quattro principi che danno la vita e oggi parleremo molto di vita. Nel frattempo anche Beatrice ti fa i complimenti dicendo che gli piacciono molto le tue poesie perché naturalmente questi sono testi facilmente reperibili su Amazon e quindi potete come dire, anche far proprie queste poesie, io mi sento di dire da lettore di queste poesie, proprio accompagnando lo spirito delle varie stagioni. Per questo abbiamo anche scelto di presentare questo libro in questi giorni che ormai insomma a pochi giorni dall'inizio della primavera e di dare questa scansione, diciamo, quindi le quattro stagioni che non sono soltanto, per carità, una pizza buonissima, ma perché è così buona la pizza quattro stagioni? Perché è bello alla fine l'anno, no, con la sua dimensione esistenziale e metafisica. Allora, tu scrivi questo all'inizio, bellissima anche questa frase, io sarei per partire un po' da qui: siamo sorpresi, dici, come bambini perché la primavera è arrivata anche quest'anno. Ora il libro è uscito, se non erro, l'anno scorso, vero Laura?
Sì, sì, sì.
Ok, e quindi allora magari uno, io ti chiederei, ma questa primavera ti sta sorprendendo anche nel 2026?
A me la primavera sorprende ogni anno. Penso che sia davvero solo con sorpresa che si può accogliere la primavera, perché noi speriamo, sappiamo che arriverà, però l'aspettiamo, ne siamo certi, eppure tutte le volte che arriva è pura meraviglia, ci scuote proprio l'anima, è una sorta di terremoto che si apre davanti al mondo e dentro il mondo. È quel momento di farsi risvegliare. Si rimane a bocca aperta, non è ancora il tempo di capire. Noi si guarda ma non si vede ancora, si coglie ma non siamo ancora ad analizzare, si intuisce, non si riflette. Quindi sembra ancora quella parte puntuale del tauma, dello stupore, dello sgomento filosofico, anche angosciante a volte, che ci mette davanti la forza della natura, che è in ogni cosa, in tutte le stagioni. In verità, però in primavera ancora sosta un pochino, si ferma un attimo prima di spingere alla ricerca razionale, al bisogno di comprendere il senso, l'essenza delle cose, un gocciolino prima di metterci in moto verso le domande. Quindi la primavera è questa parentesi senza respiro, con gli occhi spalancati sulla meraviglia, è tutta in quell'attimo prima della ricerca, prima dell'azione del pensiero. E buone notizie, perché le buone notizie le porta la primavera, cioè arriva senza chiedere il permesso, ci porta fiori, ci porta colori, irrompe, non si fa neanche capire. Infatti all'inizio siamo proprio meravigliati e grati, non possiamo essere altro che questo, non cerchiamo ancora di spiegarla, lei si impone. E poi sì, sarà l'estate che metterà in luce tutte le dinamiche che sono fiorite, ma questo lo vediamo nel prossimo testo magari.
Sì, assolutamente. A proposito di testo, infatti molto molto bello è questo della primavera quando dici "lo senti, sei in punto di vita". Bellissima questa espressione, ed è effettivamente intitolata proprio "primavera", essere in punto di vita. Ma volevo anche dire una cosa, Laura, oltre a questo aspetto, la scansione di questo testo è molto interessante secondo me, cioè il modo in cui in generale organizzi le poesie. Intanto sono 4 parti, le 4 parti sono queste, si intitolano in questo modo: secondo me, Da qui, secondo me da dentro, secondo loro da terra e secondo nessuno dall'alto. E ho trovato molto interessante questo aspetto perché, diciamo, anche per far sentire in una certa misura la dimensione filosofica esistenziale della ricerca poetica che fai e indagare un po' lo spirito della primavera, ma questa struttura mi aveva intanto molto incuriosito, l'idea di fondo che ci fosse, come dire, la scelta anche di organizzare questi titoli secondo una modalità spaziale, cioè il "Da qui", "Da dentro", "Da terra", "Dall'alto", l'ho trovato molto interessante, ma per esempio la prima parte, la prima raccolta di poesie all'interno del libro, "Secondo me da qui" già suscita una certa curiosità, perché uno potrebbe dire, uno potrebbe aver accostato il "Da dentro" al "Secondo me", "Secondo me da dentro", no, magari intuitivamente, dico anche superficialmente, "Secondo me da dentro", quello che sento io, e c'è il secondo me da qui e il secondo te da dentro. Allora, questo ho trovato molto interessante. Non so se hai voglia di dire qualcosa, insomma, su questo aspetto.
In realtà, prima di fare l'indice, io avevo già previsto una scansione in 4 parti, perché ho scritto Buone Notizie mentre stavo studiando i sinottici e il Nuovo Testamento. Infatti la struttura quadripartita ricalca un po' quella successione dei 4 Vangeli. Il primo capitolo doveva essere appunto il primo evangelista nell'ordine canonico, che non quello cronologico, quindi Matteo, dove quindi l'uomo, la genealogia umana di Gesù, quindi la prospettiva proprio da qui, da quello che siamo, dall'uomo. E già l'idea era questa. Poi nel secondo capitolo si legge un po' tra le righe anche delle prime poesie, la voce che grida nel deserto che ci ritrae Marco. Il terzo capitolo esordisce un po' col sacrificio come il Vangelo di Luca, e l'ultimo invece guarda dall'alto come uno sguardo di un'aquila, no? E allude un po' a Giovanni. E alla fine dell'indice avevo messo "secondo Dio" come ultimo sguardo dall'alto. In realtà poi ho cancellato, ho scritto "secondo nessuno" e così è rimasto. Su "secondo me" che mi hai fatto notare, è così, perché "secondo me" è proprio la prospettiva del "qui", perché ha un "che" che lo fa sembrare quasi puntuale, solipsistico, ma in realtà è composito, perché "qui" C'è tutto ed è un po' il percorso che fa tutto il testo. Noi si parte da qui e si arriva qui, quindi era proprio l'inizio, il principio, il primo passo doveva essere quello e racchiude un po' tutte le direzioni. Il vero da dentro per me è la prospettiva del secondo te, perché spesso è nel tu che noi riusciamo a vedere quello che ci agita dentro, no? È grazie allo sguardo dell'altro e sull'altro che è un tu che noi iniziamo a guardare dentro di noi. E sono specchi molto impegnativi, secondo loro un po' da terra, perché insomma è l'ambiente, è fatto dagli altri, è fatto del secondo loro. E infine poi, staccandosi da tutte queste prospettive circoscritte, staccandosi nel senso di eliminando l'identificazione con ogni singola prospettiva, integrandole tutte, si guadagna quello sguardo dall'alto. E come dicevo prima, sembrava un po' lo sguardo di Dio all'inizio, però poi è diventato inevitabilmente il secondo nessuno. E lo descriverei così, è secondo nessuno, perché è uno sguardo che sa al sapore dell'indifferenza, però è molto lontano dall'indifferenza, se lo si abita non si confonde più, non si rischia di entrare in confusione. È molto vasto, abbraccia proprio tutto, il tutto e il nulla, quindi diciamo si disidentifica dall'ego e finalmente tu ti fai nessuno e quando ti rendi nessuno partendo da qui, qui è proprio il punto d'inizio e il punto di chiusura del cerchio, del compimento e mi verrebbe da dire è tutto qui, che è una gran bella notizia il fatto che sia tutto qui, non sempre l'ho vissuta come una bella notizia il "è tutto qui", Ma adesso riesco proprio a vedere che è una gran bella notizia.
Che bello così, e che c'è qualcosa anche di liberatorio forse, no, in questo tipo di percorso filosofico volto a questa particolare forma che mi ricorda un po' il processo di annichilimento. Abbiamo partecipato recentemente con l'attività di Vivere e Filosofare al seminario di Lisa De Luca su Margherita Porete, il percorso, no, Lo specchio delle anime semplici, che ringrazio ancora perché ci sta seguendo in questa diretta. Anzi Lisa, se ti va anche di eventualmente eventualmente interloquire con noi con un commento o qualcosa, oppure guarda che ti mando il link, vieni, chiacchieriamo tutti insieme, allarghiamo il salotto filosofico, si può fare. Però sì, mi viene in mente questo, cioè il percorso allora per cui questo nessuno non è il nichilismo, come dire, quello disperante di un nulla che non approda niente, che anzi riempie di angoscia. È un nessuno che ha una sua pienezza d'essere.
Assolutamente.
Ecco, allora, da questo punto di vista mi viene in mente una delle poesie che proponi su cui noi insistiamo naturalmente su questo aspetto essendo una comunità filosofica sull'idea di filosofia, vedo a pagina 13 proponi mi pare, ecco, una bellissima poesia sulla filosofia che si intitola però "Cammina". È molto bella questa cosa, cioè cammina, filosofia, due punti, tensione verso te stesso, passando dal cielo, passando dall'abisso. Ecco, quindi c'è secondo te una relazione tra un certo modo di intendere la filosofia, e in questo senso che modo è secondo te, o comunque come per te la filosofia è diventata, ti ha portato, diciamo, ti ha portata all'esperienza di scrivere proprio questa poesia, e se e che legame con l'abisso c'è a questo punto?
Bene, io direi proprio che la filosofia, l'abbiamo intesa anche un po' lo scorso incontro, però insistiamo tanto in questa immagine perché penso sia centrale, proprio una filosofia in cammino. Come cammino? Cioè, la filosofia, se non è un percorso esistenziale e totalizzante, non è proprio filosofia. Quindi è vero, è veramente totalizzante, non ti permette di fuggire da te in nessun modo. Quindi l'abisso è un po' la prima cosa che si incontra quando non ci si permette di fuggire da se stessi. Si inizia proprio a partire dall'abisso. Quanto può calarsi in sé l'uomo, quanto riesce a non nascondersi davanti a sé, a quello che anche non ama di sé, che può non piacergli di sé, che può davvero indurlo alla fuga. Ma la filosofia ti inchioda lì e ti fa continuare a camminare, a scavare. E proprio inizialmente il percorso, anche in questo libro si vede, è quello di scendere nell'abisso per poi riacquisire quella totalità di cui parlavamo prima.
Da questo punto di vista, allora, riprendendo l'idea della primavera, magari si potrebbe dire che non vi è primavera e dunque non vi è rinascita senza comprensione dell'abisso. E in questo senso potremmo intendere abisso come un inverno interiore. È corretta forse questo? È solo un gioco di parole o secondo te c'è, può esserci qualcosa?
È centratissimo, e mi ricollego anche alla poesia che citavi prima dell'essere in punto di vita, no? È quello, cioè dopo un inverno dove davvero ci si è messi a nudo, si pensa di essere in punto di morte. No, no, siamo in punto di vita, però non dobbiamo dimenticare che l'inverno è necessario, come tutte le stagioni. Cioè l'abisso va attraversato e bisogna farsi attraversare dall'abisso. È un po' come il seme, no, che deve andare in profondità nella terra prima di germogliare. E fiorire è prima di tutto oggetto di contemplazione e meraviglia, quindi quel motore che dicevamo prima che muove ogni ricerca filosofica ed esistenziale insieme. Quindi ci si deve abbandonare all'abisso, l'inverno va passato, quasi a farci convincere che ci sia solo quel buio là, quel buio dell'inverno, e poi sì che irrompe la primavera e ci sorprende. E ogni anno riesce a farlo, anche se sappiamo il finale, ci sorprende ogni volta.
Mamma mia, è vero, e poi questa primavera, quanto— io personalmente sentivo, sento un grandissimo bisogno di questa primavera, non vedevo l'ora, era gennaio e già dicevo: "Oddio, quanto manca la primavera quest'anno?" Quindi ecco il senso proprio della voglia. E poi la cosa interessante appunto della raccolta "Buone notizie", che quindi uno dice necessario attraversare l'abisso, no? E uno dice: "Ah ok, e questa sarebbe in che senso una buona notizia?" Mi sono un po' divertito a leggere tutte le poesie, anche quelle un po' più abissali appunto, alcune che possono sembrare anche quasi oscure, però una buona notizia. Oddio, in che senso una buona notizia? Ecco, mi sono fatto domande da solo, vediamo un po' alcune, magari potrebbe essere interessante vedere, per esempio, no? Aspetta, allora questa poesia, allora qual è? Sono con voi mi pare, quella del, aspetta che forse non la Non la recupero adesso. La pagina, ecco questa forse, Impara a tremare. Ce l'hai davanti?
Te la leggo io, vai. Impara a tremare come fanno le gambe davanti all'amore, come fanno i denti in mezzo alla neve, fino alla fine del mondo. E questa effettivamente non sembra una buona notizia. In realtà, intanto vabbè, il titolo fa un po', cioè va unito all'ultimo verso, quindi "sono con voi fino alla fine del mondo" è la citazione della finale del Vangelo di Matteo, ma in occhio filosofico per noi è un po' il senso qui che promette la sua presenza, cioè imparare a tremare, a stare in quell'indefinito, in quell'inverno inbilico tra la categoria del senso e il lutto di una sua mancanza di possibilità che l'inverno ci sembra portare, no? Quindi questo tremare che ti fa sentire inequivocabilmente che qualcosa permane, che sia il senso, la sua ricerca, la sua reazione da parte dell'uomo. Questo è con noi in ogni tremare. Quindi di fronte alla più grande realtà che è l'amore, quindi come fanno le gambe davanti all'amore, l'uomo trema. E lo fa anche dinanzi al freddo del vuoto. Quindi l'uomo conferisce senso al mondo, e dove trema, al pensiero della sua mancanza o davanti all'immensità della sua presenza, perché poi l'amore ti inchioda a quello, all'immensità della presenza di un senso, quel tremare fa sì che riconosciamo un altro pezzettino di noi stessi. Quindi è una buona notizia perché quel tremare ti mette di fronte proprio a un altro pezzo di te.
Quindi questo è molto importante perché appunto dice di come è una buona, cioè in una certa misura il negativo che noi possiamo attraversare nella vita sta anche a noi coglierne l'elemento di buona notizia che porta con sé. La lieta novella che c'è nell'inverno interiore. Lisa sta facendo un commento, non so se tu li vedi i commenti Laura, adesso li leggo. Allora dice: mi piace tantissimo la scansione spazio-temporale, mi piacerebbe chiedere a Laura se secondo lei c'è la certezza che la primavera arrivi sempre dopo l'inverno, cioè se è in una certa misura insito nella primavera questo tipo di scansione.
Io risponderei su due termini, sia su certezza che sull'oggetto primavera. Per quanto riguarda certezza, io sono nella filosofia, quindi la certezza l'ho eliminata da tempo. C'è la speranza che arrivi la primavera. E certo, si incontra— esatto, la domanda è birichina. Adesso leggo i commenti.
Ah, ok, la domanda è birichina. Ah, birichina Lisa! Guarda, la prossima volta Lisa presentiamo i tuoi libri, dopo Laura ti fa le domande, sa?
Quindi sicuramente certezza lo eliminerei perché non ci piace. C'è il percorso in cui a un certo punto bisogna proprio abbandonarle queste certezze. C'è, mi sembra un verso in cui dico: lascia le certezze ai piccoli. Ma ci credo davvero in questa cosa?
Sì, sì, bellissimo. Lo prendiamo.
E arriva sempre dopo l'inverno. Sai, sul prima e sul dopo io ho i miei dubbi, cioè faccio una scansione temporale sapendo che poi il tempo è una dimensione davvero molto molto strana da pensare, no? Noi la pensiamo, ci fa comodo scansionare l'anno in questa maniera, notiamo una certa ciclicità e quindi ti direi spesso la primavera arriva dopo un inverno, ma la incontriamo sempre, cioè il prima e il dopo stanno nel solito punto, siamo proprio tutti lì in quello stesso identico punto. C'è una poesia, dopo forse la vediamo, in cui dico che prima del tempo si giocava a carte, no? E l'asso di briscola ce l'avevamo noi, perché poi il tempo in fondo siamo noi. Quindi non so se arrivi proprio dopo un inverno o in mezzo a un inverno o prima. La incontriamo in tante cose, siamo abituati diciamo ad aspettarla dopo l'inverno e secondo me ci lascia più sorpresi proprio quando siamo all'apice del buio, no? Quindi mi piace pensare che arrivi subito dopo, perché quando si tocca la notte più buia in assoluto, ecco lì poi ci si sorprende veramente tanto. E quindi quella è primavera dove sbocciano i sorrisi di a un certo punto, no? Perché è così, dove ti viene naturale sorridere, quindi forse bisogna proprio averlo toccato quel buio, quell'inverno, perché poi faccia la sua primavera, no?
Dove sbocciano sorrisi, là è primavera, titolo che poi i titoli che dai alle tue poesie sono, come dire, cioè proprio il suggello del processo, che si intitola Ermeneutica. Perché questo titolo? Perché quindi Dove sbocciano i sorrisi, là è primavera l'hai intitolato Ermeneutica? Che cos'è in questo senso Che significato hai dato, poetico e filosofico, all'uso di questo termine proprio per questo frammento, questa poesia?
Benissimo la domanda della Lisa, perché effettivamente è proprio questo. Io non ho la certezza che quello che ho davanti sia nella sua essenza la primavera, ma quello che me la fa interpretare come primavera è proprio lo sbocciare di un sorriso. A quel punto una realtà oggettiva non ce l'abbiamo, però la possiamo interpretare come primavera perché Se c'è una cosa che secondo me accomuna le primavere è proprio questo naturale sbocciare dei sorrisi, insomma.
Bellissimo, e questo in effetti dà il senso anche di come le scansioni della vita dello spirito, perché uno dice la vita dello spirito, no, pensa subito a Hegel e le varie fasi, no? In realtà la vita dello spirito è qualcosa di fortemente connessa alla vita. Il sorriso è un atto immanente nella vita, cioè il sorriso innanzitutto è un modo di stare interiore che subito esprime una propria che ha una sua espressività attraverso il corpo, per esempio. Allora, il corpo è un atto ermeneutico in questo senso, perché è spiritualizzato, cioè ci mettiamo la nostra essenza esistenziale dentro, in una certa misura ci attraversa, ci illumina. Però, però, scusa Laura se adesso ti rompo ancora un pochino le scatole su il concetto di buona notizia, questa bellissima— ah no, intanto una mi è piaciuta tantissimo, 29 febbraio un giorno in regalo impara a sprecare, imparare a sprecare, altra buona notizia.
Questa sì, perché io ho sempre trovato personalmente sensazionale che ogni 4 anni ci sia un giorno in regalo e quando ci pensi, no, ti fa sentire la dimensione di dono che poi è di tutti gli altri giorni dell'anno in realtà. E allora sprecare diventa davvero una parola che è un gioco, no? Perché risponde alle regole di un mondo prestazionale. Noi gli diamo un'accezione negativa allo sprecare, perché questo mondo chiede un po' che tutto dichiari la sua utilità subito, ma le cose belle in realtà difficilmente presentano come priorità caratteristiche da valutare in termini di utilità. Quindi ci si può permettere di sprecare nella nostra società qualcosa di gratuito, forse. Allora iniziare a sprecare è proprio iniziare a godere delle cose da un altro metro, cioè senza criteri che pesino il prezzo delle cose e quindi sprecare denuncia con la sua accezione negativa tutta la falsità di questa presunta negatività e quindi è stato proprio un piccolo gioco, sono proprio 3 versi, era proprio un gioco.
Bellissimo, molto carino. Un'altra, giusto per, che mi ha colpito molto sempre nel capitolo Buone notizie, scegliere, scegliere. Il tema della scelta devo dire in questo raccolta l'ho visto, insomma, è molto presente, ma questa è stata veramente geniale secondo me, perché veramente in pochissime parole riesci veramente a cogliere. Ecco, buona notizia, scegliere paura o no, la cicuta l'hai presa. Perché io l'ho chiesta.
Ancora di più, l'hai chiesta. Ancora di più, non l'hai presa, l'hai chiesta.
L'hai chiesta, l'hai chiesta, scusate.
Ancora più grave.
L'hai chiesta, è vero, ancora più che altro. Oddio, sì, infatti.
E anche se non sembra, però è davvero una buona notizia, no? Cioè, il coraggio di scegliere, pur restando con la paura, perché chi è che, cioè, insomma, penso che un po' di paura nel momento in cui si accetta, si richiede una cosa del genere, arrivi, però pur restando con la paura accanto, pur attraversandola, il coraggio di scegliere. Cioè, noi siamo potenzialmente capaci di tantissimo in tutti i sensi, e ogni volta è una scelta. E la paura non se ne va, ma il coraggio è proprio quello, no, di decidere restando con la paura accanto.
È vero, noi abbiamo un'idea dell'uomo coraggioso come dell'uomo che non ha paura. E no, l'uomo coraggioso non è l'uomo che non ce l'ha la paura. C'è poco coraggio se uno proprio non la prova. Immaginiamo una persona che semplicemente nella vita sta, e non lo so, gli si è proprio tolto, come dire, il nervo, le connessioni sinaptiche dell'ansia sono proprio semplicemente tolte, non ce le ha, non ha esperienza di, e va, vive nel mondo, è coraggioso, no, chi è che è coraggioso? Magari chi? Chi anche con la paura ci convive e sceglie, e sceglie. Ma la cosa interessante, quindi paura no, la Cicuta l'hai chiesta, perché giustamente, scusate che prima sono stato poco preciso, l'hai chiesta, questa, questa, questa cicuta. E quindi comunque stai scegliendo. Ma la cosa interessante è, ok, bene, e dove sta quindi la buona notizia qui?
La buona notizia è proprio quella, che con la paura accanto noi si sceglie sempre. E quindi è proprio un atto di coraggio, ogni atto della vita, fino a quello di chiedere la cicuta ed essere terrorizzati. Ma terrorizzati si riesce a vivere comunque, e si sceglie di vivere comunque, e non è poco.
Ecco, allora quindi la buona notizia è: nonostante tutto avrai paura, ma nonostante tutto con la tua paura vivrai, starai nell'esistenza, ci si può stare nell'esistenza, l'esistenza è, cioè la vita è anche al di là della paura. Quindi in una certa misura in realtà la Cicuta diventa per noi simbolo della possibilità di trascendere quella dimensione che ci paralizza e che ci impedisce di sbocciare in realtà, cioè di essere pienamente. Non è come dire, come un fiore che nasce appunto a partire dall'inverno, nasce quando ancora è tutto molto freddo, tutto sommato. Ecco, quindi questa è una metafora molto potente che riprende, ecco, poi riesce con queste figure a riprendere poi i topos, insomma, i luoghi della filosofia, in questo caso proprio anche in riferimento a Socrate. E una cosa anche volevo dire invece andando verso la seconda parte, della raccolta, del testo, secondo te da dentro, ecco, questo mi arriva, questo anche come una sorta di attraversamento di un topos dell'esistenzialismo, il rapporto io-mondo con uno sguardo poetico, filosofico, ma anche in questa seconda parte mi è arrivato anche un po' disincantato, una sezione addirittura dove ci sono delle tematiche non proprio prese in maniera diretta ma che implicitamente richiamano tematiche della società, anche della politica, ma anche il tema della verità, il tema dell'arte. Ora non so se per esempio, no, c'è una poesia che mi ha colpito che è questa, Doxa la sola, pagina 50, dove scrivi Doxa la sola, Doxa è termine per indicare l'opinione, no, quell'opinione che priva di un fondamento, no, possiamo dire il fondamento diciamo teoretico, la doxa è come dire sì è il possibile, quando le persone opinano e hanno diverse opinioni su qualcosa, allora tu esprimi in questo modo, dici in verità vi dico che non conosco verità se non quel che senti vero per te, che ho trovato bellissima, geniale, proprio per l'uso anche che fai delle soggettività, diciamo, grammaticali ed esistenziali. In verità ti dico che io non conosco verità se non quel che senti vero per te. Mi ha colpito molto, insomma, questa. Hai voglia di dire qualcosa su questo? Sul tuo anche rapporto con la verità da filosofa, ma non solo da filosofa, da teologa, insomma, da ricercatrice esistenziale.
Non è facile, però è bella densa come poesia in realtà. Anche questa si gioca appunto sulle soggettività ed effettivamente c'è questo complicatissimo rapporto con la verità da parte della filosofia, perché si arriva a dire: c'è? Non c'è? Esiste? È oggettiva? È soggettiva? È complicatissimo il rapporto con la verità e ogni volta ci si posiziona in maniera diversa. Questo è un po' l'esordio di questa parte dove raccolgo un po' di poesie che, come hai detto te Federico, guardano con realismo al mondo e come hai detto proprio con disincanto. Quindi l'uomo che crea tutto ciò che poi viviamo come bene, come male, no? E come dicevo prima, a volte ci spaventa quanto siamo in grado di fare e spesso è proprio in quello che ci spaventa, nell'altro, che giudichiamo nell'altro perché spesso non ce lo permettiamo, che ritroviamo il nostro da dentro, tornando a quello che mi chiedevi prima. Quindi da dentro è proprio questo, gli specchi scomodi che ci offre il tu, quanto sono spaventosi quei lati da accogliere, a volte da cogliere e da accogliere, perché è molto complicato. E lì c'è un fondo di verità, in quello che ci— che si sente vero per noi, che ci smuove, che ci— che contattiamo, c'è un fondo di verità. E proprio qui occorre ricordare all'uomo, senza dimenticare col disincanto che ci vuole, insomma, che ti raggiunge, il dolore che l'uomo riesce a produrre, ma anche bisogna metterlo davanti al fatto che lui può toccare anche vertici di bene. Cioè, ogni inverno c'è del passo alla primavera, siamo tutte le stagioni. Questa della complessità è una forma di verità. Ognuno di noi contatta una verità. L'inverno dell'altro ci fa sentire il nostro freddo proprio da dentro. Sentendolo da dentro, intercettandolo da dentro, grazie all'inverno del tu, Questo è, come dire, ti rende indifeso davanti a questo, cioè ti rende proprio una verità evidente. E questa verità evidente del tuo stesso inverno rende urgente non scordarti la primavera, perché la verità, se c'è, è sempre una complessità, che non è l'opposizione a un qualcosa di facile. No, no, complesso proprio nel senso di ricco, di Anche unione degli opposti, se vogliamo riportare dentro il nostro discorso la Lisa, quindi di coincidenza degli opposti. Lì ci sta la verità, lì la verità abita da qualche parte, e nell'altro, nel tu, qualche verità la tocchiamo. È inevitabile secondo me.
Bellissima risposta, molto articolata. Non è semplice infatti parlare della verità. Viviamo in un'epoca in cui, in cui è quasi, c'è quasi un interdetto a parlare della verità, eppure paradossalmente le persone vivono sempre poi in realtà con la verità in tasca, no? E quindi lo spirito filosofico significa anche in una certa misura invece riuscire a tornare a parlarne per fare della verità un atto di incontro con l'altro. Infatti ci sono anche dei commenti qua a tal proposito, si parla anche di resilience, tra i commenti, di resilienza. Con l'altro, quindi in una certa misura dell'idea che è anche attraverso l'altro che troviamo la possibilità, come hai detto tu appena adesso, insomma di anche trovare un rapporto meditativo con noi stessi. Però parlavamo anche del disincanto, per esempio c'è una poesia che veramente secondo me tocca una corda molto drammatica della natura umana e di questa epoca in particolare: Nessuno asciuga le tue Le tue lacrime, pagina 25, l'ho trovata molto, molto bella, e che appunto quando uno dice le buone notizie, le buone notizie non sono per forza quelle, come dire, dell'anima bella che fa finta che il mondo fuori sia diverso da quello che è, diciamo così, no? Cioè la buona notizia è la buona notizia dello sguardo lucido, non è la buona notizia di chi non guarda il mondo. E allora questa poesia, "Nessuno asciuga le tue lacrime", mi ha molto colpito. Non so, hai voglia di leggerla? La leggiamo insieme? Ok.
"Voglio la mamma", si sente gridare, "ma ci sono le bombe e le madri saltano con loro". Sì, di incanto qui ce n'è, ma nonostante questo ci sono anche tante cose universali. Cioè, "Voglio la mamma" è un po' il grido che ci accomuna tutti. C'è un fondo di verità che si tocca in questa cosa qua. E poi c'è un ritratto che è disarmante, ma è questo. Disincantato, ma...
Cioè, ecco, anche qui, no? Vedi, cioè, nella violenza, cioè, nella Ci sono le bombe e le madri saltano con loro, no? Mentre quindi si chiede "voglio la mamma", quindi cerco la protezione, la fonte della protezione salta, salta tutto. Cioè, quindi significa anche in una certa misura che la possibilità della distruzione, dell'annichilimento, in questo caso veramente distruttivo e terribile, terrificante, atroce, è una realtà dell'umano, una realtà della natura umana. Si dice disumano, no, colui che fa— e sarebbe interessante riflettere filosoficamente sul rapporto tra umano e disumano. In che senso un umano compie un atto disumano? Che categorie stiamo mettendo in atto? Ma poi, indipendentemente da questo, e forse anche qui bisogna, diciamo, ecco, qua sì, sicuramente molto, molto difficile pensare in termini di buone notizie, però diciamo così, la pratica della primavera interiore significa riuscire a realizzare una nuova primavera nonostante tutto e noi siamo figli di una primavera nata da un inverno già atroce e terribile. Quindi questo io anche lo dico sempre perché, come si dice, penso alle riflessioni di un Adorno quando dice: com'è possibile ancora parlare di etica e di morale dopo Auschwitz? Auschwitz, per esempio, no, che è dei grandi temi. Ecco, proprio perché ancora c'è stato Auschwitz, c'è stato adesso, per esempio, si sono creati i diritti umani per portare un messaggio diverso, e ciò nonostante la lettera dei diritti umani può essere calpestata senza troppi problemi, diciamo, poi con enormi problemi per l'umanità naturalmente, ma sembrerebbe con una grande superficialità. E che quindi chiede forse veramente all'umanità, cioè almeno a me ha fatto toccare con mano quanto l'inverno dell'umanità sia proprio una possibilità della storia e quindi voglio dire che come c'è stato l'inverno tra gli anni '30, se questa è un'epoca di inverno per la storia dell'umanità, non dobbiamo mai smettere di sperare nella primavera, anzi fare la primavera proprio oggi, essere primavera oggi, esserlo fino in fondo, non cedere, come dire, al freddo dell'inverno fino in fondo. Ecco, non so, ecco, questa poesia mi ha fatto pensare molto a questo. Poi non so se ce ne sono anche altre che a te va di attraversare, di leggere, di commentare.
Proprio intorno a questi temi qua mi venivano in mente 2 poesie almeno. Una è molto breve, si intitola Massaro ed è su, più o meno su questo, su questa linea e recita così molto brevemente: terra in bocca ma dal cielo non mi vedi. E anche questa me la fa cogliere, no, quella disperazione perché poi sembra la fine di ogni speranza, però è proprio quello che dicevi all'inizio, no, quel disincanto con cui bisogna guardarlo questo inverno, no. Non far finta di non vederlo, perché poi a partire da questo inverno, che è vero, a volte non ce lo siamo scelti, si nasce in un periodo profondamente invernale, ma guardare da un'altra parte non ci dà la rampa di possibilità per far iniziare il prima possibile la primavera, perché il punto di partenza può essere solo quello che c'è e quindi guardarlo in faccia è un atto anche di di riconoscimento che non si può eludere. E a tale proposito anche la poesia sull'atomica si intitola proprio Atomica e si riferisce un po', cita un po' una riflessione di Jürgen Anders, recita così: eri atto puro, motore immobile, oggi sei solo potenziale dissuasore, mobile e misero. I topi ci deridono e l'uomo non ci pensa nemmeno più. Non può reggere il peso della sua nuova creazione, cancella ogni scopo, toglie incertezza all'apocalisse, è sulla terra la fine dell'uomo. E qui mi riaggancio un po' a quello che dicevi te sul disumano, è un po' questo, no? Io ho scritto "I topici deridono" perché mi ricordavo quella frase di Einstein che dice "I topi non costruirebbero mai una trappola per topi", no? Mentre l'essere umano ha creato effettivamente con l'atomica la possibilità della fine dell'essere umano stesso. E questo atto puro, motore immobile, si riferisce un po' a un passaggio che c'è stato un po' nell'umanità, no? Quando si poneva come dissuasore quel dio che era motore immobile, gli abbiamo dato, sì, abbiamo dato paura. Pensiamo tutti i secoli prima di questo, comunque era una cosa che frenava, che imponeva una morale in qualche modo. E l'invenzione dell'atomica e quindi di oggettivare quello che era un po' il motore immobile, l'atto puro, il dio, in un oggetto che poi è mobile ed è misero perché nelle mani degli esseri umani, quindi si muove da una mano all'altra e l'uomo non ci pensa nemmeno più. Questo mi fece veramente riflettere di Anders. Noi siamo tra quelle generazioni che vivono sapendo ogni giorno che può finire tutto e non ci possiamo pensare tutto il giorno. Dobbiamo far finta che questa cosa non sia reale, altrimenti, dice Anders, la vita sarebbe insostenibile. Come ci si fa a svegliare ogni giorno sapendo che questa è la realtà? Però non possiamo neanche fuggire da questa verità, almeno per quanto riguarda la verità appunto empirica di quello che stiamo vivendo. E l'uomo non regge il peso di questa reazione, non lo può sopportare. Perché è disumano, tornando proprio a quelle categorie che avevamo citato prima. Abbiamo tolto l'incertezza all'apocalisse, se prima era una congettura, qualcuno l'attendeva, qualcuno la ipotizzava, è una sicurezza ed abita con noi. E quindi è così, è il disincanto, è da qui che si deve lavorare, questo è il nostro materiale invernale. Che ci attraversa, che attraversiamo ogni giorno. E che poi continua qui, c'è, mi ero segnata anche un'altra poesia che è "Con gli occhi al cielo" che dice: "Oh, non sia attesa del Messia che colma vuoti solo perché non riesce a salvarti da solo. Uomo creatore inesausto delle tue proprie paure, dove sei inavvissato?" Cioè in tutto questo inverno l'uomo che cerca di colmare tutto il vuoto che che non riesce ad abitare, quanto a fondo è andato, quanto ha scavato nel buio, quanto buio ha creato, quanto si è perso in questo buio. E quindi è qui che si rischia di perdersi in quel nihilismo passivo che dicevamo all'inizio, cioè lì ci si annulla. È lì che invece va trovata la spinta, e trovare la spinta dal nulla sembra difficilissimo finché si intende nulla come vuoto, ma in realtà il nulla è proprio molto pieno. È lì la sfida di riuscire a far primavera, insomma.
La capacità di fare primavera. Siamo in qualche modo, la storia ci consegna, l'essere umano si consegna nella storia la necessità di creare la nuova primavera, quasi come un movimento. Io penso un po' alla Vico, diciamo, a me piace quella filosofia della storia per cui in realtà l'essere umano si sta approssimando, però magari verso un miglioramento. Mi piacerebbe pensare questo, che però questo miglioramento è a spirale, quindi significa anche che è di evoluzione-regressione, evoluzione-regressione costante. Qua ad esempio tra i commenti c'è chi riconosce che siamo una specie feroce ma anche capace di piangere al sentire una poesia, e che proprio queste due anime sono l'umano. E ad ognuno di noi sta equilibrare quindi anche il sé, il sé come lavoro interiore per equilibrare questi aspetti. Anche ognuno di noi ha questi a questa, alla ferocia, diciamo, no? È abitato da questa. Nessuno può dirsi in questo senso creatura, diciamo così, angelicata. Sempre siamo esseri umani in una certa misura. Poi anche bisogna avere la capacità di fare le dovute differenze, diciamo così, nel senso per cui poi c'è la responsabilità individuale. I crimini contro l'umanità, per esempio, sono, predispongono una responsabilità individuale, per dire, ecco, per riprendere il tema di prima. Infatti vedremo come la storia in una certa misura sarà chiamata a ristabilire un nuovo tribunale, che probabilmente è chiamata anche a livello internazionale a ricostruire un po' ciò che è stato preso, stato distrutto. E c'è chi, sempre Beatrice, osserva che ecco della necessità di guardare l'abisso. Sì, sì, no, ma su questo lei diciamo introduce con l'avversativa, ma in realtà l'idea è questa della guardare l'abisso. Il punto è che se l'essere umano crea l'abisso, crea il buio. Mi è piaciuta questa espressione che hai usato adesso, Laura, la creazione del buio, e poi dopo questo buio però, come dire, crea te, no? Cioè, per dire, la Nichiana mente, poi l'abisso guarderà dentro di te. Che cosa significa? Attenzione a guardare, cioè, l'essere umano mi sembra, ci sembra, forse, almeno a me sembra così, che abbia per tanti anni, a tanto a lungo, giocato col fuoco, diciamo, giocato col buio, ecco, cioè sempre un po' per brama di potere, di possesso, che è già una forma di buio, sempre di più ha osato rompere ancora di più gli argini, a un certo punto gli argini adesso si stanno rompendo veramente, cioè stavano veramente crollando, ecco, e una volta che sono crollati gli argini l'acqua si prende tutto a quel punto, no? Quindi viviamo in questo senso in un'epoca molto, molto importante, però forse allora da questo punto di vista, cioè diciamo così, il mondo, ecco, è bella questa raccolta anche per questo, cioè il mondo è un pericolo, il mondo ha un elemento, il mondo, diciamo l'essere umano che fa mondo, è pericoloso. Viviamo anche in un'epoca pericolosa, ma proprio per questo è anche una prova per lo spirito, uno spirito che esiste. Un aspetto interessante che ho trovato, non so se vuoi dire qualcosa, Laura, su questo.
No, però ti dico solo appunto su questo che dice, allora ritorna appunto l'importanza di scegliere, proprio lì.
Certo, certo. Certo, e una cosa anche interessante, un'altra poesia, Menzogna, me la sono appuntata, l'arte, che dove parli dell'arte, molto interessante questo aspetto, cioè Menzogna: l'arte è satura e per questo tutto sembra vuoto. Allora dovremmo concluderne, domanda, che nemmeno l'arte, diciamo così, riesce a venirci in soccorso? Questa ricerca del reperimento di un senso?
No, diciamo che l'arte sembra in un momento difficilissimo, ma in realtà è una porta d'accesso fondamentale. Non possiamo rischiare di chiuderla sottoponendola alle logiche del mondo. Diciamo che è fuori da tutte le logiche, per fortuna, se è arte, e solo allora viene in soccorso. È un accesso, è un contatto, quando non è menzogna, cioè quando non è una provocazione mercificata e funzionale a quella stessa logica del mondo che finge di sovvertire, perché a volte è anche così che ci viene offerta. L'arte pura è così tanto umana, secondo me, da avere un po' il sapore di divino. Ecco perché ancora non ci può portare un senso preconfezionato, però ci apre uno spazio, ci apre a un senso, ci può far sentire, ci può far tremare, come dicevamo prima, e ci mette in moto. Quindi direi che è irrinunciabile, anche se attualmente è in un momento in cui effettivamente se la guardiamo con disincanto ci preoccupiamo, ma è una porta d'accesso che rimane sempre aperta.
Adesso mi viene in mente il noto saggio di Benjamin sull'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Viviamo in un'epoca in cui perfino le opere d'arte della letteratura o dell'immagine possono essere riprodotte dall'algoritmo, algoritmo, no, che fa sue le cose. Io ad esempio ho la sensazione su questo, proprio detto di primavera, che forse è proprio l'epoca in cui abbiamo creato un'altra creatura. Ecco, non è l'atomica che spazza via tutto, ma l'algoritmo è una specie di creazione, di creatura che ruba dall'essere umano e riproduce, no, laddove l'essere umano gli chiede di replicare l'umano in questa forma fittizia, non che adesso al di là, cioè, questo si aprirebbe un tema lunghissimo, io non mi sento nemmeno di essere fra i detrattori a tutti i costi di tutto, però rispetto al tema della dimensione, della percezione di qualcosa di saturo, ecco, ecco, gli algoritmi, l'internet vissuto in un certo modo, a me ad esempio dà costantemente una sensazione di qualcosa che è quasi nauseante nell'essere pieno questa pienezza nauseante, cioè questo troppo, proprio tutto troppo. Allora mi verrebbe da dire forse sempre di più, io lo avverto ma penso che forse siamo in tanti ad avvertirlo, allora proprio in questa epoca in cui tutto è troppo, la bellezza di togliere, la bellezza di fare meno, la bellezza dell'essenziale anche, del ritorno all'essenziale dove invece è solo l'umano a poterlo essere, perché poi in realtà l'algoritmo è anche molto molto prevedibile e ecco— poi nel frattempo qua sta arrivando un'altra domanda birichina, tu l'hai vista la domanda? Ok sì, andiamo oltre! No no no ma non è vero Laura, non c'è stato davvero chiesto questo, facciamo finta di niente, scusate noi siamo una comunità ci divertiamo un po', fare così chi ci ascolta magari per prima volta dicono questi sono matti, no è arrivata bellissima bellissima. Non so, Laura, vuoi dire qualcosa sull'Apocalisse in più, come Lisa ci propone? Se c'è tempo, mi piacerebbe sentire due parole di Laura sul tema dell'Apocalisse, che a me sembra capitale proprio nella sua accezione più ampia, Apocalisse come epoca, insomma.
Scomodata proprio come immagine di fine dei tempi, no? Fine di un certo tipo di tempo, in realtà. E vedo che se la ride molto sadica.
L'apocalisse di Lisa De Luca, sì sì, potremmo scrivere un nuovo capitolo di Vivere Filosofare.
No, l'apocalisse diciamo in senso molto ampio, eh, non per forza proprio quella biblica insomma, però per quanto riguarda la fine dei tempi è anche la fine di un modo, di un tempo, no? Cioè noi siamo abituati, anche in questo libro, cioè si vede molto che c'è una circolarità fra Dolore e rinascita, dove sembra sempre che sia il negativo a mettere in moto il dolore, mettere in moto, ma chissà se non si aprono tempi in cui non è necessario per forza passare dalla sofferenza per arrivare alla primavera, passare dal buio per arrivare alla luce, e ci saranno modi nuovi, diversi. Quindi la fine di un tempo dove forse abbiamo davvero raggiunto, l'abbiamo veramente spinto alle solide, no? E quindi sempre proprio per citare l'atomica di prima, ma anche questo questa nuova modalità che ci descriveva Federico Levy sul mondo di internet, che è vero, anche lì è spinto quasi alle estreme conseguenze, ci fa sentire ancora il vuoto e ci porta ancora davanti a quello che sembra una fine. E quindi forse la creazione di una modalità nuova è questa primavera, e quindi l'apocalisse non per forza in questa accezione è solo una cosa negativa, è proprio l'aver spinto, l'aver portato a compimento una modalità per trovare un passo nuovo che va esperito ancora, va allenato, va, cioè bisogna comunque mettere il primo passo, quindi si impara camminando, però a volte.
Infatti, ecco, Lisa dice: infatti l'apocalisse la sento eroica e luminosa.
Siamo d'accordo.
Ecco, a posto, si sono trovate d'accordo. No, è vero, vero, vero, però la spinta fino all'estremo della logica di un tempo apre un altro tempo. Quindi in una certa misura spinge a un atto creativo, cioè quando l'essere umano crea per sé un tempo storico di un certo tipo, e allora intesa l'Apocalisse in questo senso, l'Apocalisse è un tempo di primavera, cioè il suo elemento anche distruttivo e rivelativo è un tempo di primavera, perché? Perché la primavera è la nuova vita che sboccia, sboccia e quando sboccia la nuova vita, ecco, in un contesto. Però come dici anche tu Laura, è interessante, per quale motivo dovremmo sempre passare per il buio, per la luce? Ecco, e beh, qua si apre veramente, andiamo verso una speculazione metafisica anche sul senso dei tempi, sul senso della storia. Nell'epoca della fine della storia, ecco, la famosissima super citata frase di Francis Fukuyama: ormai siamo nella fine della storia, no? Ecco, lì quanto c'era inverno di consapevolezza in quella frase? Ecco, perché in quella percezione di fine della storia stava iniziando un'altra storia, una nuova storia. E allora nella percezione di fine dei tempi inizia un nuovo tempo. Molto interessante. Come?
No, è anche la metafora del già e non ancora, a proposito di The Aquarius, è proprio Qui è centrale, nel senso è proprio lì, la soglia è proprio lì tra il già e il non ancora. Però siamo, cioè abbiamo preparato tutto il terreno per una nuova modalità, un tempo nuovo. E tutti questi tentativi che facciamo, cioè anche tutto quello che diceva Lisa nei suoi seminari proprio della coincidenza degli opposti, che non sia quella una nuova modalità dove davvero non si debba passare dal buio alla luce, dal buio alla luce, ma stia tutto nello stesso punto. E qui torna anche la ricerca del senso, cioè quando noi abbiamo detto l'arte ci apre a qualcosa ancora, è vero, ma in quante modalità ci possiamo avvicinare al senso? Qui avevo segnato una poesia che ci dà tutte le modalità, o un po' di modalità che mi sono venute in mente, di come l'essere umano si avvicina al senso. Inizialmente lo cerca, come si cerca da una finestra, infatti il titolo è "Finestra, cornice, portale, perché inizialmente è una ricerca quella del senso, poi si comincia a creare come nell'arte, come in un dipinto, come se fosse proprio in una cornice, poi si raggiunge come attraversando un portale, come se noi ci elevassimo a una dimensione che raggiunge, contatta questo senso e quindi eccola lì la primavera, cioè ci siamo già, ci siamo già, bisogna sondare un po' di modalità nuove però ci siamo già.
E quindi questo è, io ti ringrazio anche per questa, per aver puntualizzato in questo modo una cosa che a me a volte viene sempre da dire ma che non sempre trovo le parole giuste per esprimere, per mostrare, cioè di quanto sia filosofica l'epoca che stiamo vivendo, in questo senso per come dici tu, cioè perché richiede di essere capita ma anche chiede di essere superata. Cioè, l'atto filosofico non è soltanto l'atto della contemplazione, come dire, erudita, assolutamente no, solamente la contemplazione, come dire, fine a se stessa. Secondo me la filosofia è anche un atto di creazione del senso. E allora in questo qui riusciamo effettivamente— poi con questa poesia sei riuscita magnificamente a esprimere questo aspetto, oggetto. E come anche quando fai invece in un'altra poesia, Monet, quando dici che anche l'inverno più ostinato deve cedere alla primavera, rendersi allo sbocciare dei fiori, arrendersi allo sbocciare dei fiori. Ti aspetto un caffè con Schelling, coi piedi nell'assoluto. Mettere i piedi, non la nostra, nemmeno più la testa, ci mettiamo i piedi nell'assoluto.
Sì, penso che una nuova modalità, la vedo proprio così. A sedere coi piedi nell'assoluto. E Monet mi sa molto di primavera, eh, devo dire, sarà banale, ma Monet mi sa molto di primavera. E veramente il fatto che l'uomo si scava nell'abisso ma tocca l'assoluto, e questo senso che si costruisce, che si crea, si costruisce, ma anche si intercetta, si raggiunge. Perché se no, come dico nella poesia che citavo prima, quanto regge una creazione soggettiva? È vero, nihilismo attivo, sono convinta che ci sia una componente di creazione enorme, nel senso, ma ci deve essere anche un momento di contatto, di elevazione, in cui si raggiunge questa dimensione.
Certo, certo, certo. Anche perché l'elevazione è quella che dà, come dire, è una sorgente, è come l'acqua. Cioè, la vita nella sua creazione in realtà attinge a elementi, a elementi agli elementi nutritivi, agli elementi vitali che effettivamente danno, diciamo, energia in senso lato, in senso ampio. Una cosa che stavo pensando, avviciniamoci verso la fine della nostra presentazione, però in generale non so se tu ti ritrovi, ho notato che spesso le poesie sono proprio essenziali, quasi ricerchi un essenziale, il tuo stile mi ricorda un po' quello della aiku. Non so se ti ci ritrovi un po' su questa idea dell'aiku giapponese.
Questi sono artisti perché ti danno un'immagine, ti danno un mondo in 3 versi. Magari, non aspiro a tanto, però effettivamente sono molto sintetiche, quindi un po' come forma le ricordano.
Però ad esempio, io mi permetto adesso, al di là sempre appunto dei paragoni, però mi ha ricordato ha creato, diciamo, l'haiku, la ricerca anche per te di un essenziale, però anche radicato nella sensibilità della cultura occidentale in questo senso. Per esempio, in una poesia secondo me, cioè che in questo senso appunto è un haiku capolavoro, come dire, nella creazione di una soglia proprio metafisica di ricerca, che si intitola Rovescia come la paura, pagina 90, ho trovato bellissima perché rovescia effettivamente, come dire, la domanda metafisica per per eccellenza. La domanda metafisica per eccellenza è: perché l'essere e non piuttosto il nulla? E tu la rovesci mettendo tra parentesi ciò che temi, chiusa parentesi, perché il nulla e non piuttosto l'essere? Quindi ribaltando proprio il senso di questa domanda. Mi ha colpito anche questo molto.
Sì, perché effettivamente la domanda, quella di Leibniz, è proprio: perché l'essere piuttosto che il nulla? No, ma perché noi abbiamo paura del nulla e non ci sembra invece di temere l'essere? Cioè, perché temere il nulla e non l'essere? Forse questo terrore del nulla nasconde un timore dell'essere, in realtà, un po' come quando la paura di morire ci maschera la paura di vivere, no? Cioè, il vuoto è un'occasione, è pieno di essere. La primavera fa irrompere le all'essere, spalanca le porte a questo e fa intravedere quanto quel nulla che temevamo sia un vuoto pieno, un nulla molto ricco, molto fecondo. In fondo non sono così sicura che ci sia una sostanziale differenza tra essere e nulla, sembrano due nomi che diamo alla vita, cioè due stagioni che abitiamo ma nello stesso momento.
Ecco, ecco, quindi allora c'è proprio anche il, quel ribaltamento dialettico che in realtà ci permette di di riconsiderare anche il senso stesso di questi termini, che sono in effetti i capisaldi, da Leibniz in poi, i capisaldi proprio della riflessione, della riflessione metafisica, e che ci chiama insomma a ripensare anche questi aspetti. Non lo so, guarda, le poesie sono tantissime, adesso potremmo prendere in ostaggio i nostri ascoltatori ancora per qualche ora Ecco, Lisa ci dice splendidi, allora a posto, andiamo avanti a oltranza, facciamo tutta la raccolta. No, veramente io consiglio a tutti di procurarsi questo testo, anche il precedente, Nebbia negli occhi di Dio, cioè in realtà è fatto proprio un lavoro sulle stagioni tutte e quattro. Allora noi anche avremo modo a prossima, quando insomma dalla primavera passeremo all'estate, estate, magari di, Laura, se hai piacere, di ancora fare un altro appuntamento e quindi attraversare queste stagioni con questa modalità filosofica, esistenziale e teologica e quindi questo trittico di senso, della ricerca del senso a partire da queste tre grandi direttrici e io consiglio veramente di procurarselo perché uno le attraversa, le legge, inizia a leggerle E l'avete visto, alcune sono brevi, essenziali, ma sempre, come dire, con quella capacità, con poche parole, di racchiudere in realtà un grumo di senso e di ricerca molto profonda che poi insieme si creano come un mosaico, come un mosaico speculativo ma molto esistenziale in realtà, non è mai fine a se stessa, diciamo, l'espressione, per come a me arriva, l'espressione della tua poesia. Ecco, io non so adesso se ce n'è qualcun'altra per andare a chiudere, magari un paio, scegli tu anche quelle che magari sono rimaste un po' più in ombra, che invece a quale tu senti di dire qualcosa, anche magari di un dettaglio tuo biografico, non lo so, ecco quello che ti viene.
Me ne ero segnate un pochino, una è un po' come dire, un po' il filo rosso di tutti i nostri incontri, che è la filosofia come filosofia, filosofia, ne avevamo già parlato la scorsa volta, quindi la filosofia che a volte quando io dico "faccio filosofia" pensano un po' a peregrinare tra i mondi intellegibili, molto astratta, ma in realtà è una cosa che ti interpella profondamente, quindi è una via di consapevolezza, è una via di trasformazione, di scelta, di decisione, di costruzione, di decostruzione, quindi mi ero appuntata vari poesie in cui si parlava proprio di questo, quindi una si chiamava proprio Canale e dice: "Oracolo analfabeta, se perdi le parole leggeremo il tuo volto. Se non parla del mondo non vuol dire che non sia interessante. Se non parla al mondo non vuol dire che non dica proprio a te." Perché a volte la filosofia ha questa accusa, no, di non dire niente di concreto, di reale, del mondo. In realtà forse è proprio molto diretta nell'interpellare la persona. E poi un'altra, questa è per Lalisa, perché proprio tornando a quella disidentificazione da fare rispetto all'ego, Vecchi Amici si chiama e ricorda un po' quel seminario che avevamo fatto sulla poesia, che è bellissimo, di recente e recita: rinnegati ogni tanto, passeggia per mano al tuo ego senza troppe parole. Quindi quell'idea di non porlo neanche come nemico, però di metterselo accanto perché è parte integrante. Però senza un'identificazione totalizzante in questo, no?
Così l'ego l'hai proprio massacrato, così, cioè perché almeno quando dici "io voglio distruggere l'ego", almeno l'ego si sente un po' importante, invece no, proprio "vabbè, lo sai che ti sento a meno, prendiamoci un gelato insieme", cioè finito proprio, abbiamo proprio "ciao ego, ciao ciao". No, scherzo, eh, che infatti è così, così comunque. Rinnegati ogni tanto, ma passeggia per mano al tuo ego. Molto bella, molto, molto bella.
Poi mi ero segnata Maestri proprio su questo, nonostante tutto, no, su questo che abbiamo detto. Cioè, siamo arrivati a un buio veramente evidente adesso, e quindi mi sono segnata questa perché dice: mi conduce per mano alle soglie della morte, mi lascia guardare, a imparare la lingua del niente. E io ho sempre un'insaziabile voglia di imparare. Dio ogni volta si innamora del mondo. Quindi questo è un po' la primavera che arriva, no? Nonostante tutto il buio, Dio non può fare a meno di innamorarsi del mondo così com'è.
Bellissima. E se Dio, e se Dio non può fare a meno di innamorarsi del mondo così com'è, come possiamo noi non provare a seguire Dio e innamorarci del mondo così com'è? Che inno proprio alla alla meraviglia, alla meraviglia filosofica, cioè la filosofia diventa appunto quella via filosofica attraverso il quale poi il rapporto con l'assoluto ti innerva da sotto e quindi i piedi sull'assoluto sono, come dire, quasi l'assoluto che in realtà viene dalla terra e non solo dal cielo, cioè dove cielo e terra si uniscono in una certa misura. E se cielo e terra si uniscono, che è il ciclo della vita, allora capiamo che la primavera è quella evoluzione creatrice, un po' per dirla alla Bergson, dove effettivamente l'assoluto si fa piccolo, si fa seme, si fa terra, si fa ogni cosa. E quindi è una lode, infatti, Beatrice Servevvero, è una lode bellissima. Grazie, grazie Laura, e grazie a tutti per aver seguito. Io veramente spero, ecco, se avete voglia di primavera, di attraversare filosoficamente la primavera, questo è il libro giusto.
Grazie. Io vorrei concludere con una poesia e poi vi lascio in pace. È un augurio un po' a tutti dato che tra un po' è Pasqua, siamo già nella primavera e quindi vi direi "Osa sorgere" che è a pagina 137 perché insomma a primavera si sorge, si risorge un po' tutti, diciamo la natura riprende a vivere, il sole riprende la sua corsa, noi con lui, Quindi è un invito per tutti a osare un po' sorgere e recita così: oro circola nelle vene, 3 giorni sono trascorsi da un po', sei nuovo quando vuoi, tu sei Dio che ha espresso un desiderio. Buona primavera a tutti!
Buona primavera a tutti!
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