La democrazia e i suoi no sense (ZeitGeist)

Federico Levy examines what democracy actually means today, questioning whether voting has become empty ritual that mainly legitimizes elites. He argues citizens need real engagement and what he calls "existential sovereignty" to make citizenship authentic, not just symbolic.
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Zeitgeist, uno sguardo filosofico sull'attualità. Ci sono questioni filosofiche che fanno parte integrante della nostra vita politica, questioni sottese che chiedono di essere interrogate, abitate con il pensiero e la prassi. E l'elaborazione di queste questioni è parte integrante di Zeitgeist e benvenuti a questa nuova puntata del nostro podcast. E fanno parte integrante della sua filosofia di fondo che in queste e altre puntate a esse dedicate cerchiamo quindi di enucleare, rendere esplicita e condividere con gli ascoltatori la filosofia, diciamo così, la filosofia di Zeitgeist.. E nella puntata di oggi cominciamo col parlare di un argomento così. Gli abbiamo dato questo titolo: il no sense della democrazia. Un titolo che può apparire un po', diciamo, lo è provocatorio, ma con questa formula in realtà ci teniamo a dire subito: non intendiamo dire che la democrazia non ha senso. Cioè, in questo noi non siamo antidemocratici, almeno non ancora, perlomeno. Chi lo sa, nessuno può mai sapere, però sempre il pensiero è sempre in evoluzione. Non ci diamo però diciamo che per quello che possiamo dire, anzi, magari Zeitgeist è un progetto che proprio nasce in realtà per amore della democrazia. Ok, questo giusto per dire no sense della democrazia in che senso, e anzi la puntata di oggi proprio contestualizzerà questo. Diciamo una cosa comunque, perché abbiamo scelto questo titolo: amore per la democrazia diciamo nemmeno può significare la sua idolatria critica, diciamo così, ecco, questo no. Mai come in questo periodo la "democrazia" viene invocata da tutte le parti, spesso anche come mezzo per giustificare politiche internazionali militari oppure geopolitiche che in loro stesse non hanno in realtà molto a che fare con la democrazia. Cominciamo dunque dal capire più a fondo il nesso, diciamo, che intanto c'è tra Due aspetti centrali: democrazia e cittadinanza. Capiremo poi dopo meglio in che senso e perché ci occupiamo proprio di cittadinanza. Già, potremmo dire tanto la democrazia se interessa a qualcuno interessa ai cittadini di una democrazia, no? Ai membri di una democrazia. Allora, partiamo proprio da qui e la domanda che in qualche modo ci è a un certo punto venuta in mente era proprio questa: che cosa ci è genericamente richiesto in sé magari senza alcun obbligo, però che cosa ci è richiesto in quanto cittadini di una democrazia? Questa è la domanda con cui vorrei cominciare anche a cominciare a esporre perché parliamo qua, abbiamo scelto di parlare del no sense della democrazia. Allora, punto primo: rispettare la Costituzione e le leggi. Questo è sicuramente qualcosa che ci viene richiesto, su questo c'è anche un obbligo, queste sono fonti del diritto. E possono avere loro, la Costituzione e le leggi, il loro stesso contenuto democratico, no? Cioè, come dire, incarnare, come dire, essere espressione, sostanza di una democrazia, no? Una buona Costituzione, delle buone leggi. Ok, benissimo, assolutamente sì. Comunque non è di questo che vogliamo, non è su questo che ci vogliamo concentrare, no? Abbiamo detto sul tasso di democrazia delle leggi. Per fare questo bisogna entrare nel merito proprio della Costituzione e delle leggi, o di qualunque altra fonte del diritto uno sta considerando. Ma qui noi ci concentriamo su che cosa è richiesto ai cittadini in una democrazia, ai cittadini in una democrazia. Allora, rispettare la Costituzione e le leggi, infatti, non dice in sé niente sulla Costituzione e le leggi in sé, dice del rispetto dovuto. Quindi è un obbligo, diciamo, di natura politico-morale, di etica pubblica. 2) Tenersi informati, un'altra cosa, sicuramente su cui adesso poi torneremo naturalmente. 3) Partecipare alle elezioni che si svolgono nella misura in cui si svolgono periodicamente e senza intimidazioni o brogli, diciamo, partecipare a delle elezioni comunque che hanno un minimo di senso democratico. 4) Dare il proprio contributo alla vita collettiva attraverso il lavoro e altre attività socialmente utili. Pure questo è qualcosa che viene richiesto in una democrazia. Allora uno potrebbe dire: che cos'è che fa alla fine di una democrazia una democrazia? Questi aspetti, queste cose. Al di là poi quindi della questione dei diritti, ma per un cittadino, abitare in una democrazia, che cosa gli è richiesto al cittadino? Queste cose qua. Allora questo è il no sense di cui vogliamo parlare oggi. Perché? Cerchiamo di capirlo meglio. Andiamo avanti ancora un po'. In realtà, dice, se ciò che viene chiesto fosse semplicemente questo, allora non è necessario che sia davvero un sistema democratico a chiederlo. Infatti, se ci pensate bene, queste aspettative sono in qualche modo presenti anche in altri sistemi politici. Appunto, rispettare le leggi in sé, il rispetto delle leggi, forse che c'è un sistema politico che non chiede questo? Pure dare il proprio contributo alla vita collettiva, stessa cosa. Tenersi informati, forse che non era, diciamo, una necessità conoscere gli editti del re, per esempio. Anche il tenersi informati non è che sapere se si era o meno in guerra, per esempio. Conoscere come si stavano svolgendo i commerci e le carestie, cioè tenersi informati era importante. Quindi, come dire, basta conoscere un po' di storia per capire quanto sia riduttivo un po' questo criterio. L'altro, abbiamo detto, invece, questo adesso abbiamo bisogno di un po' per riflettere su quest'altro criterio: partecipare alle elezioni. Uno dice: "Beh, però scusa, partecipare alle elezioni se non è questa la cifra quintessenza di una democrazia?" Allora, diciamo, anche qui ci sono delle ragioni che ci spingono a nutrire un po' di scetticismo in tal senso, cioè di scetticismo nel senso proprio per cui stiamo parlando adesso qua, non di scetticismo verso le elezioni, scetticismo circa la elemento centrale, fondamentale, che rende questo una democrazia per i cittadini, anche da un punto di vista proprio politico ed esistenziale. Allora, intanto ragioniamo in questi termini: una massa di persone mette la X su un foglio di carta vidimato, sceglie tra diverse opzioni e la maggioranza decide. Ok, questa è la struttura formale, potremmo dire. Forse sto semplificando troppo, non lo so, ma proprio come struttura, è la struttura di che cos'è un'elezione. Naturalmente le elezioni esistevano anche prima però che esistessero i sistemi democratici come come li conosciamo adesso. E non è nemmeno necessario che tornare necessariamente alla democrazia ateniese, per esempio, no, che sia una democrazia strutturale le elezioni. Cioè, ci sono, è pieno anche, no, ma anche proprio di sistemi. Nemmeno parliamo delle cosiddette democrature, diciamo, no. I politologi che cosa chiamano democrature? Quei sistemi in cui il sistema, quei sistemi politici in cui il funzionamento delle elezioni è tuttora vigente, che però come dire, in quel caso ormai democrature, cioè sono in realtà sistemi formalmente democratici ma nella sostanza hanno perso in realtà l'elemento della democrazia anche, e questa cosa si riflette nelle elezioni con elezioni un po' forzate o comunque svuotate di significato politico, e ok, va bene, ci sta. Quindi allora pensiamo in questo caso al sistema delle elezioni vigente nelle democrazie attuali, oppure, quindi ci concentriamo su questo, oppure va detto anche che giusto per fare un po' di storia istituzionale o di filosofia delle istituzioni politiche, potremmo anche fare riferimento a quei sistemi politici, ordinamenti, a quegli stati, per esempio il Vaticano, dove comunque un sistema di elezione, per quanto particolare, è comunque in piedi. Quindi diciamo non è in sé elezioni uguale democrazia, né in un senso proprio, perché lo Stato del Vaticano non è una democrazia, in alcun modo si può definire tale, né in un senso più indiretto, cioè riconoscendo appunto nella dittatura una degenerazione della democrazia. Quindi anche in quel caso uno può avere ancora in piedi un sistema, diciamo, di elezione formalmente democratico, ma non esprime più una democrazia nella sostanza. Insomma, questo è, diciamo, potremmo considerarlo effettivamente parte del nostro ragionamento. Ma solo fino a un certo punto, proprio perché, diciamo, potremmo considerare queste delle eccezioni che non ci riguardano. Proprio perché uno dice: vabbè, ma noi— vero che quindi, è vero che quindi non si può parlare solo di elezioni come di un'esperienza in se stessa sempre comunque democratica, ma è anche vero che questi esempi non parlano di noi. Allora concentriamoci proprio sull'individuare, diciamo, il no sense in ciò che ci riguarda. Quindi nel sistema delle elezioni attuale, così viene vissuto nelle democrazie attuali. Allora, di sicuro, in questo senso, il sistema delle elezioni in sé stesso costituisce effettivamente una grande novità da un punto di vista storico, nell'idea naturalmente del soffragio universale. Questo non va mai dimenticato e non va nemmeno sottovalutato, perché costituisce effettivamente una novità, un'esperienza storica che, se osserviamo, diciamo, Non dico proprio la storia dell'umanità nel senso di Homo sapiens, ma anche solo la storia delle civiltà del Mediterraneo, capite che si tratta praticamente dell'altro ieri, quindi non è una cosa da sottovalutare in sé. Ma qual è la questione? Questa è dirimente secondo, diciamo, la filosofia di Zeitgeist in qualche modo. Qual è il suo significato politico ed esistenziale? È qui che noi non dobbiamo mai smettere di tenere la barra su questo tipo di domanda qua. Il fatto che sia universale il suffragio, che valore ha quindi per colui che partecipa, colei che partecipa? Dipende, dipende. Qualcuno potrebbe dire: dipende soprattutto dagli effetti concreti che l'esercizio del voto ha per la vita delle persone. Su questo, questa è un'obiezione interessante, perché forse mi verrebbe da dire, adesso riflettendoci un po', Sì e no, che è vero sì ma solamente in parte. In che senso? Perché dico questo? Perché sì e no? Perché sicuramente è vero, altroché, che ci sono state nella storia, per esempio, dei referendum che hanno cambiato la vita del paese ed epoche storiche in cui votare un partito anziché un altro significava non solamente modificare la composizione del Parlamento, ma esprimersi in merito a un progetto di paese, a una visione del mondo. È ok, ma tutto questo Concretamente, ma per concreto intendo proprio il concreto del, diciamo, del che me ne viene, ma non che me ne viene del voto di scambio, ovviamente, cioè non nel senso che mi viene a me e quindi prendi soldi per quelle, quella è corruzione e c'è poco da discutere su questo. No, che cosa me ne viene nel senso che effetti concreti ha proprio per la mia vita giorno per giorno. Magari il referendum per alcuni degli elettori l'ha avuti, per altri magari non ha avuto proprio effetti concreti per la propria vita, però per la vita un po' collettiva, della vita collettiva, oppure nel caso anche delle visioni del mondo. Cosa c'è di così concreto nelle visioni del mondo? Dipende da come una visione del mondo magari modifica una legge, quanto una legge effettivamente ha, genere effetti nel paese. Ma il problema non è solamente questo. Quindi dicevo prima, sì e no, non è solamente una questione di concretezza materiale della vita giorno per giorno, perché potremmo dire, in effetti, quando partecipi a un'elezione, eleggi i tuoi rappresentanti, poi diciamo la tua vita il giorno, il giorno dopo, ma anche diciamo i mesi, gli anni dopo, Sostanzialmente molto spesso scorre avanti senza che tu riesca precisamente a collegare l'esercizio del voto che avevi fatto 2 anni prima con i titoli in prima pagina dei giornali. Magari nel frattempo sono avvenute cose che e come sanno avute effetti concreti, per esempio una pandemia. E ma diciamo la presenza, la realtà di quella pandemia in sé è indipendente dal tuo voto che hai fatto prima. Certo, magari hai eletto un governo, se è andata come volevi tu c'è il tuo governo, c'è l'altro governo, però comunque il governo si muove a partire, crea politiche che non dipendono strettamente dal proprio programma elettorale, cioè non c'è un collegamento. Quindi è una delega che sostanzialmente dice c'è un'élite che a un certo punto decide, decide, cioè sono dei rappresentanti che decidono a un certo punto rispetto anche al governo della contingenza, di ciò che può avvenire, di cataclismi o di guerre o di situazioni di crisi, oppure di situazioni semplicemente non prevedibili, diciamo così. O magari uno potresti, uno potrebbe provare a collegarlo semmai alle decisioni elettorali che fra due anni. Quindi tu diciamo intanto voti, ma poi in realtà dov'è che si vede il vero esercizio democratico? Non tanto nelle elezioni che tu fai guardandola al passato, ma al futuro. Quindi tu elettore hai potere nel decidere di valutare come un governo durante una legislatura si comporta e quindi dopo dare un giudizio ex post, no? E ma anche qui diciamo sì, ma questo collegamento è un po' vago. Perché se tutto sta a vedere se ti ricordi quello che è successo in 5 anni di governo, 5 anni sono tanti, sono lunghi, sono complessi, se ti ricordi e se magari non ti fai nemmeno troppo imbambolare, diciamo così, dalla campagna elettorale degli ultimi 10 giorni prima del voto e tendenzialmente gli studi demoscopici dicono che poi quelli sono i giorni veramente, gli ultimi mesi sono determinanti per la scelta dell'elettorato. Quindi allora in che senso il futuro? Sembra a un certo punto come dire che l'esercizio del voto veda una grande partecipazione in un momento contingente che ha, sì, degli effetti storici complessivi, ma non c'è un legame diretto tra la tua scelta elettorale e poi quello che effettivamente succede nel paese. Non è così chiaro, non è così forte, non è così diretto. Quindi, quindi, qual è il problema qua? Dobbiamo prenderla ancora più alla larga per riuscire a mettere a fuoco veramente il significato della democrazia in un senso concreto. Allora, prendiamola più alla larga. Un tempo questo gesto, e questo è un altro argomento che ha una sua ragion d'essere, aveva un grande valore simbolico. Ho visto per esempio documentari sulle donne italiane del '46, giusto adesso per fare un esempio, la vigilia della loro prima partecipazione elettorale. Per loro aveva un enorme valore simbolico, ho visto proprio, glielo vedevi anche negli occhi, nell'espressione, è stato veramente emozionante vedere quel documentario, sentire anche la testimonianza storica di chi poi racconta di quelle emozioni. Ecco, la partecipazione elettorale può sicuramente avere un grande valore simbolico, altroché. Un grande valore simbolico che non è privo poi di una sua concretezza, cioè il simbolico dice anche del tuo modo di stare nel mondo, di sentirti, crea un legame di appartenenza, cioè non è qualcosa da sottovalutare. Non è che il simbolico così non conta, conta, è come in politica, ok? E poi, come dicevamo, comunque anche un aspetto, un aspetto concreto. Però qua il problema qual è? Che non si tratta adesso di fare lezioni di storia, non si tratta di vedere come di richiamarsi a quell'elemento simbolico così importante, perché le donne veramente, e in generale insomma, la conquista del suffragio universale ha significato per le donne, per tutte le classi subalterne, la possibilità effettivamente di partecipare e quindi aveva un significato storico enorme, di portata epocale. Osserviamo la storia, cioè, la conquista del suffragio universale è l'altro ieri, anzi nemmeno l'altro ieri, è 2 minuti fa vista dal punto di vista della storia di Homo sapiens, è l'altro ieri vista dal punto di vista della storia delle civiltà del Mediterraneo. Ok, quindi allora è qualcosa veramente da un punto di vista storico enorme, ma qui non si tratta di fare le lezioni di storia. Si tratta di riflettere sull'oggi. E oggi non sembra che questo valore simbolico sia ancora così tanto vivo, almeno per la maggioranza degli italiani. E questo è un pochino, mi sento di dire, sotto gli occhi di tutti ormai, anzi è proprio vox populi. Anzi, quasi mi verrebbe voglia di mettere in discussione questa cosa, perché quando c'è troppa vox populi mi arriva anche il sospetto, però devo dire, ad oggi non riesco a mettere in discussione questa vox populi qua, questo luogo comune, perché ormai la democrazia non viene più percepita come qualcosa di importante, almeno per la maggioranza degli italiani. Poi ci sarà qualcuno, per cui questo partecipare a queste elezioni assume anche un significato molto importante e questa cosa assolutamente va rispettata, ci mancherebbe, ma noi stiamo cercando di fare un riferimento, un ragionamento complessivo sul senso della democrazia. Allora, la percezione sempre più diffusa è che in fondo alle elezioni si tratta di scegliere tra opzioni politiche sempre più indistinguibili e ciò contribuisce a togliere senso a questo gesto. E questo è il problema, inutile girarci intorno. Perché scegliere, diciamo, se l'esito complessivo poi alla fine in fondo è sempre lo stesso? Perché scegliere se poi alla fine i governi fanno quello che vogliono indipendentemente dagli orientamenti che tu gli hai dato o dagli orientamenti che esprime l'elettorato, magari che è possibile anche al presente fare le fotografie non solo alle elezioni ma con le indagini demoscopiche capire un po' il mood del paese, il sentiment, diciamo. Così, per dirla all'inglese. Allora, dobbiamo forse continuare a dare valore simbolico a un gesto per cui non sentiamo più appartenenza emotiva? Siamo, come dire, obbligati a farlo? Però attenzione, allora, che senso ha veramente dire che dobbiamo partecipare alle elezioni per rispetto alla storia? Oppure per tradizione? Per abitudine? Peggio ancora, per schema e riflesso? Cioè proprio nemmeno ci pensiamo, si va a votare perché si va a votare, punto. Oppure per paura, per paura dell'alternativa? Beh, insomma, quanto a lungo potrà andare avanti un rito collettivo basato unicamente sull'abitudine, la paura, lo schema riflesso oppure semplicemente l'idolatria della storia in quanto tale, no? Ecco, quanto a lungo potrà durare? No, la strada deve trovarsi altrove. Pure perché nemmeno avrebbe senso tirar fuori un altro argomento che è: è importante continuare a votare perché questo dà il senso di comunità. Ma anche qui ci sono delle obiezioni da fare. Innanzitutto una un po' antropologica: in altre culture ci sono modi, uno potrebbe dire, altrettanto efficaci, forse anche più efficaci, di vivere il senso di comunità. Se fosse solo questo, se l'obiettivo è solamente tenere insieme il senso di comunità, e quindi diciamo avesse come obiettivo semplicemente questo elemento di legame emotivo e psicologico legato un po' alla vita dei gruppi, ora non ci sarebbe ora un gran valore nel voler preservare proprio questo senso di comunità anziché un altro, anzi al contrario, al contrario perché se democrazia significa partecipare alle elezioni e se le elezioni sono sostanzialmente un rito e niente più che serve a tenere insieme la comunità allora a maggior ragione la democrazia dovrebbe essere qualcosa da superare proprio perché, abbiamo detto prima, uno strumento che sembra aver esaurito la sua carica simbolica di legame sociale. Quindi ovviamente questo che potrebbe sembrare un argomento a favore di una certa idea delle elezioni come l'elemento cruciale fondamentale per riflettere sul significato intrinseco della democrazia in realtà si potrebbe ritorcere contro. E quindi, diciamo così, proprio nel suo valore psicologico che le elezioni hanno perso la loro presenza nella società. Cioè, semmai l'unico effetto concreto che ancora sembra più, diciamo, l'unico effetto concreto delle elezioni sembra più legato all'esigenza che hanno appunto le élite, diciamo così, di organizzarsi bene in termini di marketing politico. Uso adesso questo termine élite, insomma, per cogliere un po' il senso, insomma, del problema, no? Allora, altro motivo, ultimo motivo per le elezioni, per pensare che le elezioni— no, io non è questo un discorso, questo non è un discorso contrario a che le elezioni così continuino a fare. Il discorso è: non sono questi, non è questo realmente a dare la sostanza della democrazia. Altro motivo, appunto, il potere, che uno potrebbe dire: beh, però attenzione, perché il potere secolare oggi ha bisogno di legittimità. Le elezioni forniscono legittimità a chi esercita il potere, servono a legittimare. Le elezioni sono un modo per rinnovare la carica simbolica del potere in un'epoca in cui ogni legittimità trascendente, Dio, la dinastia familiare e così via, sono venuti meno. Quindi interessante tesi, potremmo dire, dal taglio storico-metafisico questa. Una tesi senza dubbio interessante e significativa, vediamola ancora meglio. Vediamola ancora meglio. Potremmo dire in tal senso: la democrazia è ciò che di meglio è rimasto, per tenere un po' insieme la questione del governo, la questione del governo, della legittimità del potere, diciamo così, teoria della sovranità proprio, ciò che di meglio è rimasto dalle ceneri delle antiche teologie monarchie, cioè di fronte allo sgretolarsi della legittimità del potere l'ultimo baluardo rimasto quella del popolo. Viviamo d'altronde nell'epoca, potremmo dire, no, post-nichiana della morte di Dio, nell'epoca dei re rimasti senza testa. E allora, a maggior ragione in questa epoca che ha segnato l'avvento di una nuova classe sociale egemone, cioè la borghesia, serve una qualche forma di potere esercitato da qualcuno in grado di dare questa legittimità. Ed è appunto la borghesia. E quindi la borghesia riflette un certo tipo di democrazia. La democrazia quella anche che nell'Ottocento era la democrazia dei notabili, dove non tutti, non c'era un suffragio universale, ma c'era un suffragio comunque limitato ma allargato. E poi potremmo dire ulteriore evoluzione di questo è stato includere, dopo la stagione delle grandi guerre, il popolo, le masse che in qualche modo premevano. Abbiamo fatto, visto anche, no, la stagione dei totalitarismi. Queste sono cose che conosciamo dai libri di storia, non sono relativamente semplici. Ecco, quindi serviva, serve una, quindi il popolo è rimasto l'unica fonte sostanziale di formale legittimità del potere, di esercizio del potere. Allora, anche qui il problema non risiede tanto nel fare la lezione di storia, come se possiamo ancora pensare di andare avanti con, nel giustificare il presente sulla base della sua, di quanto è stato necessario nel passato fare un certo tipo di passaggio. Viviamo un'epoca di crisi, questa cosa la dobbiamo ricordare, viviamo in un'epoca di crisi. Che cosa significa crisi? Significa che tutto ciò che non ha la capacità di tenere, di resistere al cambiamento, cambierà, verrà spazzata via. E la democrazia, diciamo, non se la sta passando proprio bene bene. Quindi questo non può essere, diciamo, anche l'argomento per cui rimane Questo, cioè qualcuno— eppure una qualche forma di legittimità del potere la dobbiamo dare, può essere molto pericolosa, perché se troviamo un'altra forma di legittimità, per esempio il potere tecnocratico, si parla di tecnofeudalesimo, ci sono tesi di questo tipo su Zeitgeist, approfondiremo anche queste tesi di chi già adesso analizza l'inesistenza della democrazia a partire da un certo punto di vista, non è necessario adesso per noi, per la filosofia di Zeitgeist, pianista vedere questo, ma comunque lo approfondiremo. Quindi la questione non sta qui, anzi mettiamola in altri termini: se le elezioni sono solo questo, cioè la legittimità per il potere di poter governare, visto che appunto è caduta via il criterio teologico, è caduto via il criterio dinastico e un criterio ci vuole, allora tutto questo fornisce diciamo un alibi a delle élite di esercitare il proprio potere sulle masse. Allora la democrazia è un inganno in questo senso. Allora infatti diverse ideologie politiche antisistema penso che sarebbero d'accordo con questa visione del mondo, infatti boicottano lo strumento delle elezioni come scelta politica. Quindi attenzione perché pure questo argomento che in qualche modo vuole avanzare ancora la questione della democrazia in termini di necessità, è necessario necessario questo sistema perché non ci sono alternative, rischia di essere anche questo un argomento molto scivoloso e anche molto pericoloso per la democrazia. Non sufficientemente forte per difendere la democrazia, per dare un motivo per i cittadini di continuare a difendere la democrazia. Tutti questi argomenti che abbiamo analizzato, a cui abbiamo dedicato tanto tempo, sono stati pensati per portarci a questo punto qua, cioè dire attenzione perché questi argomenti consueti, il modo più superficiale di vedere le cose, non ci porta una vera difesa della democrazia, una vera comprensione del significato intrinseco, del valore inestimabile della democrazia. Non è qui, non è qui. Tanto è così che se andiamo a vedere poi il comportamento, diciamo, del paese reale, per dirla con una formula un po', diciamo, abusata, ma che rende il senso, in quanti oggi non vanno a votare come gesto di protesta, proprio per manifestare contestare questa cosa e facciamo ancora finta che non sia così? Possiamo anche pensare che la non partecipazione politica sia anche solo il risultato dell'ignavia, le persone che se ne fregano. Sì, certo che se ne fregano, ma da dove viene questa ignavia? Non viene forse da una percezione di inutilità, questa ignavia? E quindi il problema è l'ignavia o l'inutilità? La percezione di inutilità? E qui cominciamo a entrare nel vivo della faccenda. Ora, sappiamo bene che cosa c'è scritto nel primo articolo della Costituzione: "La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". La sovranità appartiene al popolo. Ora, uno potrebbe dire: "Ma non lo potevi leggere fin da subito, il primo articolo della Costituzione?" Avrei anche potuto leggerlo prima, all'inizio di questa puntata, ma era necessario intanto prima sgombrare il campo da tutta una serie di luoghi comuni, di sovrastrutture, di narrazioni che ancora in molti, molti di noi si fanno per in qualche modo continuare a pensare che la democrazia ha ancora un senso, oppure se il senso è— se la democrazia in crisi è comunque in qualche modo necessaria al sistema. Andava sgombrato questo. E adesso veniamo alla Costituzione, una Costituzione che però, attenzione, non è che siccome è scritta nell'articolo 1, è scritto questo, vuol dire che è realmente così. C'è una differenza fondamentale, i costituzionalisti lo insegnano, tra costituzione formale, che dove c'è scritto questo, e costituzione materiale, diciamo quella reale, dove la costituzione più o meno diventa esercizio concreto. Quindi allora, dove vogliamo arrivare qua? Cerchiamo di mettere a fuoco questa cosa: il senso intrinseco della democrazia, o la democrazia ha ancora senso, un senso intrinseco, insostituibile se e nella misura in cui i cittadini sono interessati a mantenere e a preservare il senso della propria sovranità condivisa. Questo è l'elemento centrale. Penso che poi tutto sommato ancora qui risieda il nucleo centrale appunto del rapporto tra democrazia e cittadinanza. Certo, Si tratta di elaborare questo primo articolo della Costituzione perché chiaramente detto così suona carino ma non dice poi così tanto, almeno non a sufficienza da dare appunto un senso a noi in questa epoca, un senso a noi in questa epoca di partecipare alle elezioni, di credere in processi come quello delle elezioni o comunque credere intanto nella democrazia. Ed è qui appunto che si incontra Zeitgeist e in senso generale, se volete, anche il progetto di vivere, filosofare. Diciamolo così, in un modo un po' tranchant, e poi naturalmente lo svilupperemo meglio nelle prossime puntate. La questione fondamentale ruota attorno al tema quindi della possibilità concreta di un'autentica sovranità politica che riparta, si riscatti e ritrovi la sua ragion d'essere a partire da una messa al centro della sovranità esistenziale. Oibo, qua veramente stiamo parlando di questo, di sovranità esistenziale. Cosa c'entra adesso la sovranità esistenziale? Che cos'è la sovranità esistenziale? Cosa c'entra con la politica, con le elezioni? Ok, ok, ok, adesso non possiamo parlare adesso di tutto subito, tutto insieme in una sola puntata. Diciamo così, per concludere: non si dà democrazia senza cittadini, e penso che su questo possiamo essere più o meno tutti d'accordo, ma Il punto è questo: non si dà un autentico cittadino, non si è veramente, pienamente cittadini se non si è liberi. Ma può dirsi libero qualcuno che non è dentro e fuori di sé effettivamente, concretamente libero? Non soltanto, diciamo così, sulla carta, cosa che per carità comunque è importante ed è importante preservare, naturalmente, nei diritti formali, ma nella realtà della vita di tutti i giorni, se questa libertà non è esperienza vissuta, una libertà dentro e fuori di sé, cioè una libertà effettivamente di un soggetto capace di decidere, capace di determinarsi, un soggetto quindi che è in una certa misura sovrano, sovrano. Allora questo sì che costituisce un salto incomparabile da un punto di vista proprio qualitativo, un salto logico, un salto della civiltà globale. Non è solamente questione di mettere una X su un pezzo di carta. Se non c'è più il sovrano, ma allora siamo tutti sovrani, allora attenzione, o cominciamo a trovare la via affinché tutti noi siamo sovrani, o sennò quando uno si dice se i sovrani lo sono tutti allora non lo è nessuno, il rischio di questo non lo è nessuno non è più quello per cui nessuno quindi esprime un potere preponderante sugli altri, è quello proprio per cui non è più sovrano nessuno, ed è quello a cui un pochino, secondo me, stiamo assistendo, dove alla fine nemmeno più i governi hanno realmente potere, non si capisce più dove sta il potere. Ma per capire in che senso questo, cioè che cosa c'entra tutto questo col tema della sovranità esistenziale, E con il tema della filosofia vi do appuntamento alla prossima puntata di Zeitgeist. Nel frattempo, come sempre, buona vita filosofica a tutti. Ciao ciao ciao.
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