METANOEITE: per l'estate cambia mente e sposta il Nous.

Poet Laura Marongiu discusses her summer collection Metanoeite with philosopher Federico Levy. The title means a radical mind-change; the poems explore death, rebirth, and the cemetery of old world-views. She reads "Amica estate," which uses cherries and childhood memory to ask whether God wants to die.
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Eccoci qua, la diretta è cominciata e buonasera a tutte e a tutti, ben ritrovate su Stream Sofia e grazie per essere qui con noi questa sera. Ho il piacere di ospitare nuovamente Laura Marongiu. Ciao Laura!
Ciao, grazie a te, grazie a tutti, buonasera!
Che è filosofa, consulente filosofica, teologa, teologa in formazione, membro attivo della nostra comunità filosofica su Vivere Filosofare. E Laura, sei anche tantissime altre cose, questo è proprio solo un modo per introdurti rapidamente, poi integrerai come vuoi naturalmente, ma poi in particolar modo per noi questa sera sei autrice di una raccolta di poesie che attraverseremo insieme. Intanto ci salutano i nostri affezionatissimi ascoltatori e ci fa molto piacere. E quindi grazie, grazie per essere qui. E Laura, adesso chi già ha seguito, ancora arrivano tanti saluti, grazie, grazie mille a tutti per essere qui. E ha composto 4 raccolte di poesia, ciascuna di queste legata a una particolare stagione dell'anno. Abbiamo già esplorato insieme la raccolta dal titolo È nebbia negli occhi di Dio, che è raccolta d'inverno, e a marzo di quest'anno abbiamo avuto il piacere di ospitare Laura e di parlare del suo Buone Notizie, una raccolta di poesie della primavera che viveva da un punto di vista filosofico esistenziale un po' la cifra della primavera, la nascita, il nuovo inizio, le buone notizie. E ricordo, cioè, ci siamo divertiti parecchio a vedere come tutte le sue bellissime poesie che, come anche oggi scopriremo insieme Hanno, devo dire, veramente la grandissima capacità di tenere insieme un senso della vitalità, ma al tempo stesso lo sguardo lucido anche sulle zone d'ombra dell'esistenza, e riesce a tenere queste due cose insieme. In questo Laura sei veramente straordinaria. Però ecco, ci eravamo un po' divertiti nel vedere magari che c'erano quelle poesie più tormentate, dire in che senso è una buona notizia, ecco. E siccome invece è stata davvero una buona notizia e questi mesi sono stati anche insieme abbiamo fatto belle esperienze con la palestra filosofica che continuerà anche d'estate, poi magari verso la fine di questa diretta vi diremo qualcosa a riguardo. Comunque sono stati effettivamente dei mesi propizi, ma adesso che siamo al 23 giugno, è cominciata l'estate da poco e ci occupiamo di una nuova stagione. Intanto, ah, se no rischio di dimenticarmi, chiunque si fosse perso invece le dirette precedenti appunto su raccolte sono naturalmente recuperabili sul nostro canale YouTube. E quindi allora, siccome abbiamo scelto di dare una cadenza di apertura stagionale con queste, con le raccolte di poesie di Laura, appunto è il tempo dell'estate, tocca alla raccolta di poesie dell'estate. E il titolo di questa raccolta, il libro che vogliamo proporvi all'attenzione questa sera è Metanoeite, una raccolta, il titolo della raccolta di Laura dedicata appunto all'estate. Allora leggo dalla quarta di copertina che Metanoeite è tra filosofia, teologia e poesia per un mutamento esistenziale, un invito sottile a cambiare mente Spostare il nous, abbandonarsi a prospettive sempre nuove. Allora, cominciamo da qui, allora da due domande di apertura intrecciate tra loro. Laura, non fare questa espressione preoccupata, non saranno domande difficili. Per favore ascoltatori, elaborate domande difficili perché così noi ci divertiamo. Ad attraversarle filosoficamente. Sapete, chi segue già il nostro canale lo sa, a noi piace così anche attraversare, giocare un po' con le categorie, sempre con serietà naturalmente, perché sono categorie serie, ma prendendole anche un po' in leggerezza, categorie filosofiche, esistenziali, categorie teologiche. Ecco, in questo veramente Laura è una poetessa straordinaria. Allora, prima domanda: che cosa significa Meta Noéite? Perché hai scelto di intitolare così questa raccolta? E magari, seconda domanda, se voglio agganciare le due domande insieme, vedrai tu come rispondere: per quale motivo associ proprio all'estate, a questa stagione, la prospettiva del cambiamento?
Ok, allora sì, "Metanoete" effettivamente è un titolo un po' strano, anche poco fruibile, buttato un po' là, sembra, ma in realtà è la parola che più mi ricordava l'invito a una conversione radicale. Quindi è un termine, sì, che ricorre nei Vangeli, si sente in Marco, si sente in Matteo, però estendendo il concetto è proprio l'invito a cambiare mentalità, a iniziare a vivere proprio in modo diverso e a vedere il mondo da prospettive nuove, quindi a spostarsi, in un certo senso a rinascere ogni volta. E in estate si fa un po' questo, nel senso in estate c'è il sole alto a picco che ci fa proprio vedere con evidenza un po' disarmante tutte quelle che sono le nostre dinamiche, ce le mostra alla luce del sole, ci fa scoprire pronti, pronti per lasciar cadere quelle che non servono più, che poi lasceremo andare durante l'autunno, e questa è una prossima puntata. Però è proprio un momento in cui ci mettiamo in direzione anche nel cammino, si fanno delle scelte, si usa molta lucidità, cioè è un momento di chiarezza interiore. Mi piace anche pensarla così, di preparazione alla resa in un certo modo. Quindi la luce cosa ci porta? La luce estiva ci porta consapevolezza, ci porta una trasformazione profonda proprio perché porta chiarezza all'interno. E però ci fa scoprire che non si illuminano poi nuove certezze, ma che cosa è sbocciato in primavera poi alla fine? L'estate ce lo mette proprio davanti con chiarezza. Sono sbocciate nuove domande, siamo sempre là. Quindi domande sì che danno una direzione di ricerca, danno direzione di profondità, però ci tengono così, no, in affanno, come chi sa che non c'è risposta ma non per questo può smettere di cercare. Quindi continua a costruire, continua a creare, continua a scoprire, non può smettere di abitare la domanda. E quindi è questo un po' l'estate, e questa raccolta è proprio un invito al mutamento esistenziale, a cambiare prospettiva, nell'ottica in cui la nostra vita, scandita poi dalle stagioni, ce lo richiede filosoficamente ed esistenzialmente, perché poi le due cose non si possono separare. Quindi c'è qualcosa in questi cambiamenti che poi ha anche un sapore di ontologico, cioè ci fa percepire ogni mutamento un po' come nuova morte, nuova vita, come degli assoluti relativi che però quando se ne vanno ci spogliano un po' l'anima, che è poi quello che succede inevitabilmente in autunno. E qui la poesia ci aiuta perché può incarnare un po' un altro linguaggio, un linguaggio altro, che possa dare parole a questa ricerca filosofica, spirituale, che possa dare respiro a questo mutamento esistenziale profondo. E quindi Metanoia è un po' questo, no? L'invito a morire a se stessi, a cambiare un po' il punto di osservazione, a spostarsi. E quando ci si sposta si nota che quello che prima era al centro, quello che prima era il focus, diventa orizzonte. Qualcosa che era ai margini, come dicono i fenomenologi, qualcosa che era nell'inattuale viene messo a fuoco. E quindi è un po' questo, c'è la prima poesia che proprio è omonima rispetto al titolo, Metanoia, che ci sintetizza un po' questo concetto, dice: morire un po', cambiare idea, rinascere. È un po' questo quello che il testo invita a fare.
Morire un po', cambiare idea e rinascere. Allora, c'è il tema della morte, un tema presente nella tua, in questa raccolta molto nelle raccolte che già abbiamo un po' attraversato, comunque sempre presente, ma è proprio letta anche in chiave, potremmo dire, anche metaforica, o meglio, in chiave metaforico-esistenziale, cioè non per modo di dire, è una categoria dell'esistenza. In questo forse vedo, almeno mi arriva un echeggiare come heideggeriano dell'essere per la morte. Ma tutte le volte che noi pensiamo alla morte, La pensiamo, anche se la pensiamo come una categoria, come dire, non necessariamente appunto negativa, no? L'essere per la morte di Heidegger era una caratteristica, è una caratteristica per la filosofia fondamentale che ci apre alla nostra autenticità, perché solamente nell'avere consapevolezza, nell'aver presente il nostro essere per la morte, che riusciamo a tematizzare la nostra esistenza come nostra, come propria, come progetto esistenziale autentico. Quindi la morte ha un valore esistenziale, indipendentemente dalla morte fattuale, proprio come possibilità per noi. Ma l'aspetto interessante delle tue poesie è che non necessariamente, come per esempio questa che hai adesso citato, Meta Noete, è morire un po', cambiare idea, rinascere. Cioè, nel senso, la categoria della morte non va nemmeno letta nella categoria dell'estrema finitudine. Un po' come dire, noi in realtà la morte è sempre con noi, possiamo sempre un po' morire ogni giorno, ma questa apre ha la possibilità, è anche un morire per un rinascere, cioè ogni rinascita è una morte e ogni morte è una rinascita, cioè questa cosa tanto mi apre a una circolarità. Buonasera a altri che si stanno unendo, ad esempio tra chi adesso sta seguendo, perché poi a noi piace anche aprire al dialogo con i nostri con i nostri ascoltatori, dice: "La morte è trasformazione, senza fine non può esserci rinascita", stanno osservando su, non so se tu riesci Laura a vedere i commenti.
Sì, sì, Beatrice, sì l'ho vista.
Ok, ok, quindi è trasformazione senza fine, non può esserci rinascita. Allora, siccome poi a noi piace proprio attraversare il libro leggendo, commentando le poesie, con quale altra Laura, se c'è un'altra poesia con cui che avresti piacere insomma di iniziare insieme questo. Poi naturalmente quando vuoi puoi anche spiegarci un aspetto, ecco, sennò rischiavo anche di dimenticarmi questo aspetto fondamentale: la struttura di questa raccolta divisa in due parti. Abbiamo da un lato AT, ancora Terra, e NT, non torna. Quindi è divisa in due parti, AT e NT. E allora ti chiederei intanto magari due parole su questo e poi anche sull'espressione che in quarta di copertina dicevi, sul cambiare mente, spostare il nous. Ecco, non so se magari potremmo anche partire da qui e poi eventualmente riprendere con l'analisi della prima parte a questo punto.
Allora, per quanto riguarda la struttura, sì, la scansione ricorda e cita un pochino il testo biblico, quindi AT come sigla dell'Antico Testamento, NT del Nuovo Testamento, però in realtà poi si articolano con parole diverse, quindi AT diventa ancora terra, nel senso che dà la percezione di un ritorno, di un trovarsi nuovamente qui, cioè di un riapprodare alla terra, però in modo nuovo, cioè il non torna indica che qualcosa è cambiato, che non è davvero un tornare, non è semplicemente un tornare, e che qualcosa non torna più. Non funziona più con le stesse dinamiche di un tempo. Siamo sulla Terra ma con un modo nuovo di abitare noi stessi e il mondo. Ci sarebbe da chiedersi se questo comporti che poi la Terra su cui siamo sia la stessa oppure no, ma questo così. Sì, sicuramente il cambiare luce, il cambiare prospettiva è dato anche, origina anche da un motore molto forte che spesso è un motore negativo, poi lo vedremo nella prima parte. Però ecco, Quello su cui si apre un po' il Metanoiae, questo testo, lo dico in una poesia, dice: "Cimitero di vecchie visioni del mondo che non calzano più", no? Quindi è proprio questo, a volte noi lo scegliamo deliberatamente di spostare il nous, di cambiare prospettiva e di spostarci, a volte siamo proprio indotti da un qualcosa che non funziona più, non torna più, e quindi questo riapprodare alla terra è sempre nuovo, è sempre diverso.
Infatti, e quindi allora, da questo punto di vista, ecco, come tu notavi in questa poesia, riposa cimitero di vecchie visioni del mondo. Allora, questa è una bella, bella categoria, anche quella di visione del mondo. È una categoria per noi molto filosofica, perché una filosofia propone una visione del mondo, è anche molto esistenziale. Ognuno di noi ha una visione del mondo, anzi, diciamo, in maniera forse anche più radicale, e mi mi sembra che nelle tue poesie questo concetto ci sia, sia molto presente. Non è che solo noi abbiamo una visione del mondo, noi siamo una visione del mondo, siamo come dire visioni del mondo che camminano, cioè, e la visione del mondo è qualcosa che ci permea da dentro, nelle nostre emozioni, nelle nostre azioni, non è soltanto quella filosofia di vita che noi pensiamo come nostra concezione, anche naturalmente, ma è proprio legata al modo in cui noi viviamo giorno per giorno le azioni della nostra vita, il modo in cui noi ci regoliamo con le relazioni, la nostra scala di priorità, che è una cosa su cui in Vivere e Filosofare, questa comunità filosofica, ci interroghiamo anche su queste categorie: la priorità, la libertà. Ma in generale tutto questo ci interroga da dentro. Allora è interessante perché qui parliamo anche di cimiteri delle vecchie visioni del mondo che non calzano più. Allora, da questo punto di vista, l'estate, che uno dice: ma come? L'estate uno pensa all'ombrellone, pensa il caldo. Anzi, anzi, a proposito di caldo, tu che rapporto c'hai col caldo? Ne abbiamo già parlato.
È una domanda da cui tu conosci la risposta. Io adoro il caldo, quel caldo affoso, torrido, che ti leva il respiro. Ci sono 38 gradi a Firenze, io dormo col piumone.
Ecco, perfetto, dormi col piumone. Scoop su Vivere e Filosofare: Laura dorme d'estate a 38 gradi Federico il Piumone, adesso scatenatevi in chat per favore con domande.
È facile l'associazione tra il caldo e il cimitero in questo senso.
Viene facile, sì, viene facile il suo proprio.
No, però mi piace anche tanto la luce, le giornate molto lunghe, il sole effettivamente è una cosa bella dove per carità sotto al sole si sta bene, però ci vuole anche tanto coraggio per tenere gli occhi aperti, no, così tanto tempo in una giornata, così tanto a lungo. Effettivamente poi il sole illumina spesso quello che non funziona più, quello che non ci parla più allo stesso modo. Quindi queste visioni del mondo, no, che, che di cui ci svestiamo come se fossero abiti, però come hai detto tu, meno accidentali di quello che si spera, no? Perché effettivamente a volte ci identifichiamo tantissimo con la nostra visione del mondo e lasciarla andare ogni volta ha proprio quel sapore del lutto. Ecco perché il cimitero. Però questa luce che ci impone chiarezza, che ci prepara all'autunno, che ci lascia cadere, è sempre nell'ottica del rinnovare. Quindi anche qui questo cimitero di vecchie visioni del mondo rimangono comunque dentro di noi. Sì, non calzano più, ma ci abitano, siamo ancora quelle. E in questa poesia si dice: cimitero di vecchie visioni del mondo che non calzano più, al di là dell'aldilà è terra. Quindi anche ricordarsi che siamo qui comunque, nel nostro smontarci e rimontarci continuamente, oltre al nostro elevarci, perché poi si bisogna salire anche tanto, è tutto un movimento di salire e scendere per disfarci delle visioni del mondo e ricostruirle, però siamo qui, è terra, su quella terra di cui parla anche un po' il titoletto della prima parte, quindi ancora terra, sempre in modo nuovo, sempre in modo diverso, ma terra.
Al di là dell'aldilà è terra, è meravigliosa questa, sarebbe da farci una meditazione filosofica insieme veramente, perché è molto molto potente. Ti piace poi, ecco, lavorare, mi sembra anche nei tuoi poesie che ci sia come una consapevolezza dialettica nel linguaggio, proprio della— tu abiti in maniera dialettica e poetica, cioè crei una sorta di poesia dialettica con il linguaggio. E quindi questa la trovo—
quella è un po' la mia postura, nel senso è un po' inevitabile, quindi è il linguaggio che esce, esce così, esce un po', sì, effettivamente dialettico. Anche questo, al di là dell'Al di là è terra, sembra una roba buttata là per un gioco di parole, ma in realtà—
No, no, invece no, apposta. Per te, tipo, ecco, questo al di là dell'aldilà e terra, per te questa che esperienza, che cosa significa per te?
Ha un legame forte per me con quella che è la concezione della dimensione spirituale, no? Quindi noi che siamo proiettati verso l'aldilà, ma oltre quella dimensione spirituale cosa c'è? C'è riportare tutta quella roba là a terra. E quindi proprio fare incarnare questa dimensione dello spirito. Ed è lì, oltre l'aldilà, che cosa c'è? C'è un ritorno alla terra, un ritorno che si porta tutta quella spiritualità e la fa vivere nella terra. Perché poi la sfida forte è quella, no? Quella cosa che tiene un po' unite la terra e il cielo è quella che sono uno specchio dell'altro. Quindi è tutto in un punto. A volte mi piace dire: noi si scava, poi si sale, si sale, poi si scava, e poi è tutto in un punto, sta tutto nello stesso punto. È un po' in quel punto che è al di là dell'aldilà.
Ecco, intanto nel frattempo c'è Giacomo De Vita 92 che è scatenato tra i commenti, non so se vedi, ci sta scrivendo, ha fatto riferimento alla Sardegna, poi la terra più che il paradiso, che sì sì, è con noi, è con noi, Maria, molto attiva e dinamica. Cristina, ecco, sì, e noi felici che tu ti sia collegata con noi.
Sì, è sempre un regalo.
Ecco, sì, ecco, allora, è interessante perché appunto come se il tentativo anche della tua poetica sia quello di scardinare delle dicotomie: spirito-materia, alto-basso, verticale-orizzontale, non lo so, ecco, varie categorie vita-morte, cioè categorie che effettivamente per noi, noi tendiamo, gli esseri umani tendono ad avere un pensiero dicotomico, è da lì che anche la dialettica è un modo attraverso il pensiero di superare le dicotomie del pensiero, del pensiero concettuale, analitico, ma riesci effettivamente, quando dico poesia dialettica, perché chiunque magari con la dialettica uno ha in mente, potrebbe avere in mente Platone, potrebbe avere in mente Hegel, non dei poeti in sé, dei filosofi, Ecco, riesci a condensare in maniera poetica, come dire, il distillato dei processi, dei processi filosofici che uno potrebbe eventualmente immaginare. Quindi ecco, questo al di là dell'aldilà è terra, ed è terra in questo senso. Quindi c'è anche una concezione della spiritualità. Domanda per tutti gli ascoltatori: riusciamo, sì, no, forse, chissà, ognuno per sé, domanda per noi, riusciamo a mettere a terra la nostra spiritualità? E che cos'è per noi la spiritualità? Scatenatevi! Mentre vi scatenate, noi leggiamo la prossima poesia. Laura, da che, da dove vogliamo andare? Vai, guida, suggerisci la prossima lettura.
Eh, in un'ottica, diciamo, di lasciare un po' quelle che sono le nostre certezze, passo brevemente da questa piccola poesia che ha creato si chiama "Creato" e inizia così, dice: "A un passo dall'eterno, fuor di certezza, inizia la vita. L'uomo esiste davvero?" Quindi termina con la domanda: "L'uomo esiste davvero?" Ok, quindi diciamo fuor di certezza dobbiamo riuscire a starci, non è una roba per niente semplice, però spesso è proprio fuor di certezza che inizia la vita. E ci si accorge anche di essere a un passo dall'eterno. Poi se l'esistenza umana riesca davvero a stare là, ad abitare là, questa è una scommessa che lasciamo aperta e che purtroppo, ahimè, per ora, per ora proprio a livello di eco, ma secondo me presto non sarà più così, però per ora questo riuscire ad andare fuori di certezza passa dal negativo. Diciamo che passa da quel motore che a volte, sempre più spesso, si identifica nel dolore, che noi impariamo a trasformare in maniera alchemica. Spero che presto riusciremo a devolvere anche nella gioia, il che vuol dire non solo nella gioia, però anche piano piano. Questo è un augurio.
È un bell'augurio, un bell'augurio di integrare la gioia come strumento di elevazione spirituale. E anche se effettivamente di solito uno dice la via del motore dell'evoluzione passa dal dolore, e E io penso al momento, forse per l'essere umano di questo tempo, il dolore sia crucio per tutti noi, croce per tutti noi, ma anche il percorso che rende possibile una certa evoluzione. Ma su questo mi vengono in mente le parole di un altro membro, un'altra scrittrice di Vivere e Filosofare, Francesca Guercio, che in un suo romanzo scrive: dal dolore ho imparato molto, dalla gioia ho imparato meglio. Ecco, qui ci sarebbe da effettivamente riflettere, no? Cioè dal dolore si impara molto, nel senso che poi certe esperienze solo quando le ha "traveled", quando uno dice "solo quando ci sono passato, perciò quando ho vissuto sulla mia pelle certe esperienze ho veramente capito, quindi ho imparato molto", ma dalla gioia ho imparato meglio. È interessante su questo, mi sembra che anche la tua poetica appunto sia anche un invito in questo senso. Imparare anche attraverso la gioia. Allora, intanto Giacomo continua, se voglia anche dire qualcosa. Per lui la spiritualità è il nodo fra il nulla e il niente. Qui non so se voglia anche tu di dire qualcosa. Poi mi ricollega al fatto che non sappiamo chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando. E chi lo sa? E non sappiamo Non lo sappiamo e chissà. No, poi allora anche qui non lo sappiamo, diciamo ci sono momenti, forse fasi della vita in cui queste domande ci parlano in tanti modi, no? Certo se noi pretendessimo risposte definitive forse finiremmo delusi, ma in realtà proprio il senso di queste domande, questi concetti classici effettivamente come anche Giacomo qua osserva, cioè non sappiamo chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando, in realtà possono essere per noi come il motore di una risposta aperta al senso della domanda. Cioè anche qui c'è veramente una differenza, cioè noi siamo un po' abituati a pensare che quando c'è la risposta è risposta e quando c'è la domanda è domanda, ma noi in realtà le domande che ci abitano hanno in sé già il nucleo di una possibile risposta e ogni nostra risposta, dietro ogni risposta in realtà si cela il senso di una domanda. Allora, e questo potrebbe essere effettivamente è il senso della ricerca, cioè del senso della ricerca anche filosofica, altrimenti ci si paralizza o nel dogmatismo della risposta che ormai è quella, no? E allora non si cerca più, oppure anche nella paralisi della domanda che in qualche modo ci disorienta senza darci direzione. Invece, non so, su questo Laura che dici? Che ci vuoi dire?
Anche la tua risposta che fa sempre riferimento secondo me a quello che ne abbiamo parlato tanto in Vivere e Filosofare, la dimensione un po' della coincidenza degli opposti. È sempre una cosa difficile da esprimere, e in questo sono anche un po' i tentativi un po' così della poesia per me, però effettivamente quando si va nella dimensione spirituale si apre a questa coincidenza oppositorum. Ed effettivamente quando anche lui dice, ora la ritrovo, la spiritualità è il nodo fra il nulla e il niente, Noi siamo molto abituati a queste parole così assolute, così— e quando si ha il coraggio di entrarci dentro, anche al niente, che effettivamente è disarmante e destabilizzante tante volte, ma quando si ha il coraggio di entrarci dentro si vede la coincidenza tra il nulla e il tutto. E quindi poi riuscire a portarlo a terra è interessante, però ecco, noi ragioniamo molto in maniera dicotomica, abbiamo detto prima, ragioniamo molto anche dividendo, mettendoci tra domande e risposte, quando in realtà è funzionale razionale, a volte il ragionamento, ma quanto le cose coincidono poi profondamente davvero. E quindi è interessante provare anche a restituire questa sensazione di coincidenza.
E infatti Giacomo adesso scrive: il niente è anche il tutto. E infatti ci si ritrova su questo. Interessante questa categoria del niente che comunque nelle poesie di Laura è presente, perché che è anche una categoria ontologica, cioè il niente non è necessariamente, non equivale necessariamente al non essere radicale parmenideo, il niente vuol dire il non ente, cioè qui si apre il tema della differenza ontologica tra l'essere, la domanda sull'essere e la domanda sull'essere dell'ente, sull'essere degli enti, ammesso poi che l'ente sia ciò che noi vediamo, la penna che ho davanti a me, il computer, tutti noi insomma, no, il fenomeno, queste sono le manifestazioni degli enti, ma la domanda sul niente quando apre al tutto, al tutto dell'essere, però chiaramente da un punto di vista esistenziale è un'altra cosa, l'esperienza del niente può anche essere esperienza di angoscia, ma non necessariamente è un'angoscia che paralizza, è quell'angoscia di cui parla anche Heidegger, che non è semplicemente diciamo il disturbo d'ansia generalizzato insomma, cioè quell'angoscia costitutiva dell'essere umano che è anche un qualcosa di creativo, cioè se non ci fosse il niente, tutto fosse soltanto ente, questo tutto come potrebbe ospitare qualcosa come l'elemento poetico, creativo e quindi anche l'elemento poetico? Scommetto, domanda per Laura ma per chiunque si diletta di poesia, magari tra chi ci ascolta. Se nel fare poesia fai esperienza del niente nel momento in cui tu la stai creando.
È un pochino lo impone, nel senso che c'è voluto coraggio e fiducia nel lasciare spazio, ma è proprio nel momento in cui uno lascia spazio al niente che arriva la poesia in qualche modo a imporsi forte. Quindi sono due cose che si richiamano profondamente, la poesia e la dimensione del nulla.
Ecco, nel frattempo, nel frattempo Beatrice scrive: il dolore è indispensabile per dare valore al resto dei sentimenti, e che il dolore, il distacco da noi, ci permette di vivere i sentimenti che non sono nostri, sono condivisi con il tutto. Allora, a tal proposito, Laura, pensavo, ecco, proprio in considerazione di questa cosa che sta, che ha scritto Beatrice, forse potremmo, potremmo procedere con una bella poesia che ha che tra quelle che un po' abbiamo selezionato, Metamorfosi, che dici?
Sì, volentieri, leggi te, leggo io.
Allora, leggo io, pagina 20, Metamorfosi, allora catarsi, inizia così: catarsi passa solo dal tragico, nel dolore vibra e liberati. Allora questo liberati ti chiedo è proprio L'invito a, diciamo, è l'invito che richiama Catarsi dell'inizio. Sì, infatti, quindi Catarsi è il processo, Liberati a un certo punto è l'istanza che tu rivolgi al lettore. Interessante, inizi col concetto e vai con l'invito all'azione, vero? C'è come un processo in questa poesia.
Ecco, ricorda un po' quella che è la tragedia greca classica e tutta la funzione catartica che poteva avere nella società. Però poi davvero nel dolore, in un'altra poesia dico "è solo attraverso la direzione", perché proprio quello, cioè vibrare nel dolore vuol dire attraversarlo, vuol dire restarci, e poi arriva una liberazione. Quindi poi a un certo punto liberati attraversandolo.
E quindi ci vuole anche tanto coraggio.
Ci vuole, ci vuole, però è un momento, rispondendo a te Federico, Un momento, questo è un momento, che non vuol dire che sia il solo modo per— la catarsi greca sembrava passare solo dal tragico, nel senso che era sempre la tragedia greca inscenata quella più catartica, permetteva anche la proiezione e tutto quello che ci hanno sempre spiegato intorno a questo spettacolo. E poi non era uno spettacolo teatrale e basta, cioè era proprio una cosa sociale, una cosa politica, coinvolgeva proprio la vita delle persone, della comunità. E ad oggi sembra che questa potenza del negativo, il motore hegeliano, ci ricordano quello che innesca il movimento dialettico, che sì, sia solo destabilizzante, solo doloroso, ma questo quando si ha, quando si allontani da se stessi, quando si allontani quel distacco un po' anestetico, non quello buono di cui parla Beatrice, che ho capito quello a cui si riferisce Beatrice, ma quel distacco un po' che ha l'odore dell'anestesia, a cui oggi un po' si tende, comporta poi la necessità di uno scossone forte, di un contatto radicale profondo che spesso è doloroso. Quando ci si impara ad ascoltare, a stare con se stessi, allora sì che si impara anche proprio dalle cose più leggere e chissà anche dalla gioia.
Quindi la gioia è anche, però appunto allora in questo chissà c'è da chiedersi, tornando al tema di prima, se appunto la gioia può essere intesa come il primo momento oppure inevitabilmente deve essere intesa come la possibilità eventuale dell'esito, cioè chi impara dalla gioia o magari quello che, ecco, potremmo immaginare questo anche, di un'evoluzione dell'umanità tale per cui anche se il dolore continua a essere necessario per apprendere una maggiore evoluzione umana ci permette, come dire, di apprendere da dosi omeopatiche di dolore? Cioè, è veramente necessario, in altri termini, prenderlo proprio, prendere proprio, come dire, il tram sui denti, per dirla come a volte sento dire da altri filosofi pratici di YouTube, tipo Rick Duferre, che usa spesso questa espressione, il tram sui denti, che rende bene l'idea effettivamente. Ecco, è veramente necessario questo tram, oppure riusciamo affinare la nostra capacità di apprendere cogliendo il significato di un dolore che magari non è— cioè noi possiamo farci veramente saggi in questo senso, imparare da quei piccoli dolori che magari nella loro essenza ti direbbero la stessa cosa del grande dolore che però te lo sta urlando addosso insomma, no? E altrimenti, ecco, forse la nostra sordità che rende da un certo punto di vista necessario poi attraversare esperienze estremamente dolorose. Allora qui lo spirito filosofico significa anche la capacità di affinare proprio il nostro contatto con la vita. Cioè per noi la filosofia, anche su Vivere e Filosofare, non è un esercizio, cioè è anche un esercizio che ci porta a immaginare una vita diversa da quella che abbiamo, è bellissimo questo movimento diciamo utopico della filosofia, che è molto concreto perché ci permette di attivare l'immaginazione creativa. Ma cerchiamo di evitare l'evasione dalla vita, cioè questi sono movimenti importanti che ci permettono poi di ripensare il nostro rapporto con la vita. Allora da questo punto di vista, siccome stiamo parlando d'estate, e qui sarebbe interessante capire allora quindi l'estate che ci azzecca, ecco vai, portatene l'ombrellone, un po' di esercizi, competenze filosofiche. A ombrellone oppure in montagna. E quindi questo è. Allora, allora, allora, poi cos'altro vogliamo, vogliamo, dove vogliamo andare? Sono le, ah beh, ok, sono già passate le 6:30, vogliamo passare alla seconda parte del del nostro, della nostra, la seconda parte ricordo che si intitola NT, non torna. Allora, quindi prima abbiamo parlato di qualcosa che sia ancora terra e forse siamo riusciti a capire un po' meglio che cosa intende Laura con questo, unendo quindi filosofia, esistenza e anche tematiche di natura teologica. Non torna, perché cosa vuol dire non torna? Quindi ripercorriamo un attimo questo concetto. Perfetto.
Ok, allora qui siamo proprio alla seconda parte vera e propria di questo cammino, proprio del processo. Quindi perché si è attivato anche questo processo? Perché ci siamo accorti che effettivamente qualcosa non torna. Quindi è l'attrito a volte, no, che fa partire il meccanismo. È un attrito che è fatto di dubbio, che è fatto di ricerca, e questa ricerca ci chiede di andare veramente a fondo, no? E quindi quando qualcosa non torna si innesca, si attiva questa filosofia che proprio prende vita e diventa un po' una postura di vita. E qui diciamo non torna, non torna è il principio ma non torna è anche la fine di questo percorso, cioè noi ci siamo riapprodati su questa terra ma non siamo semplicemente tornati, non è stato semplicemente un ritorno. A volte c'è una poesia in questa raccolta che ricorda come a volte il viaggio sia un esodo senza però l'idea del ritorno a casa, come se il ritorno a casa fosse solo funzionale per non impazzire, però sappiamo profondamente che siamo in esodo a volte senza l'idea di un ritorno. Quindi questo è più di un ritorno, non è semplicemente un tornare indietro. E qui si apre una dimensione forte, un po' quella del senso. Diciamo la seconda parte, dopo il ritmo della prima parte che è tutto un cambiare prospettiva. Allora abbiamo l'Appeso, abbiamo l'Eremita, abbiamo tutti quei cambi, quegli spostamenti, quello scoprire nuove facoltà, si cita l'intuizione, cioè è molto veloce la prima parte, molto molto veloce. La seconda va giù, cioè comincia proprio a scavare un po' e quindi la dimensione del senso è pregnante e abitare la domanda e la ricerca intorno al senso chiede anche di andare molto a fondo. Quindi il senso lo troviamo, lo costruiamo, lo creiamo, Lo raggiungiamo elevandoci? Possiamo vivere senza la categoria del senso? Stiamo molto intorno a questa cosa. Quindi il senso che cos'è? Un presupposto arbitrario? Ma quando lo sentiamo, c'è una poesia che dice: "L'hanno trovato il senso, è nel sole, nella terra, in te", no? Quindi lo percepiamo in maniera disarmante a volte e non è una notizia da prima pagina, perché sì, letteralmente sconvolge, però poi ti accorgi che è familiare. Allora forse è un trafiletto piccolino piccolino. E quindi siamo tanto lì, cioè la seconda parte sta tanto intorno a questa fame di senso.
E lì c'è la poesia meravigliosa, si intitola Centralino, è fantastica, è veramente anche molto ironica. Centralino inizi così: hai fame di senso, espressione tra l'altro molto interessante, anche molto frankliana, non so chi conosce Viktor Emil Frankl, il filosofo e psichiatra, psicoterapeuta austriaco, no, autore della Terza Scuola di Vienna, che infatti poneva come grande problema dell'uomo di questo tempo il fatto magari di non avere, anche in un mondo in cui non hai più forse quella fame materiale di qualcosa, o comunque tutto ciò di cui hai bisogno. Poi in realtà viviamo adesso in un'epoca di fortissima scarsità anche da questo punto di vista, però indipendentemente da questo, l'uomo del 21° secolo, potremmo dire, del XX secolo per lui e del XXI per noi, è un uomo, un essere umano che ha fame di senso, ma che ha fame di senso in un modo profondamente radicale, perché è l'essere umano che vive nell'epoca del nichilismo, e del nichilismo che non è necessariamente il nichilismo attivo nichiano, non è quel nichilismo che fa ad esempio della categoria del niente un'esperienza di creazione. E quindi anche di contatto con la vita magari su base di un linguaggio nuovo, di categorie nuove, di idee nuove, di azioni nuove. Quel nichilismo invece che semmai nasce da, adesso mi viene in mente anche Sartre, dalla nausea della presenza di un tutto su cui però non c'è più l'umano. Allora qui su Centralino però su questa cosa giochi tantissimo perché si intitola così e inizia appunto: hai fame di senso? Allora chiama il numero verde, tra parentesi come speranza, e muori in attesa. Certo che Laura, ecco, diciamo, ecco, anche qui la prendiamo, diciamo, metaforicamente, ecco, diciamo questa cosa. E va bene, nel frattempo si è scatenata anche Lisa. Va beh, ma intanto rispondi un attimino a questo, poi vediamo Lisa come—
Allora, Lisa mi fa sempre paura, però è partita, è partita, Lisa è partita.
Giacomo, non ho capito, ci ha mandato nel frattempo una faccina strana, ma vabbè, ok. Esplicita, Giacomo, per favore, dai, ci stiamo divertendo. Questa è una live molto dinamica, molto dialettica, ci piace. Vai, Laura.
Mi fa ridere che hai riletto Centralino, perché io non le rileggo quasi mai, cioè devo dire, io le scrivo e poi le tengo molto chiuse. E questa la ricordo, cioè ricordo proprio che era un momento ironico, ma anche un po' forte, e dopo che l'ho scritta ho proprio riso, cioè proprio quella liberazione di cui parlavamo prima. Dopo che ho scritto un proprio riso, perché effettivamente è così. Noi siamo nel 21° secolo, esattamente come hai detto te, affamati di senso in maniera radicale, profonda, esistenziale, fino veramente a toccare l'essere, quindi fino a essere essenziale. E chiamare un numero verde, un verde speranza, no? E morire in attesa è a volte, no, quell'atteggiamento di dire: sì, ma io lo cerco il senso, speriamo che ci sia, no? Quell'impotenza che dice vabbè, io mi attacco a un numero, aspettiamo una risposta e nel frattempo si sa come sono i centralini, no? In attesa si può anche morire. E però questo è un po'—
Questa esperienza diciamo di molti di noi, questi amati centralini di compagnie che forniscono servizi di telecomunicazioni per esempio.
Esatto. E in quell'attesa però ne va della nostra vita, cioè in quell'atteggiamento di attesa e speranza noi a volte con magari con una musichetta che ci distrae non ci accorgiamo che ne va della vita e quindi poi si muore davvero nell'attesa. E quindi sì, era molto ironica, però effettivamente era un bel momento quando ho scritto questa poesia.
Bello, bello. E infatti ecco, poi dopo sono fatti da momenti chi scrive le poesie, poi dopo magari ripercorre in questo modo il processo creativo. Allora, dove— ah beh, allora qua ce ne sarebbe anche un'altra ipotesi, però nel frattempo non so se vuoi rispondere a Lisa, vedere qualcosa.
Io non voglio mai rispondere a Lisa, fammi vedere cosa mi dice Lisa. L'Appeso, l'Eremita. Cara Laura, non penserai di averli buttati lì così. Vai, vai, dimmi qualcosa.
Dimmi qualcosa.
Mamma mia. Allora, sì, allora tornerei su questi due concetti. Più brevemente possibile, nel senso tra le varie posture che si attraversano, qui si possono richiamare tante figure, ci sono gli archetipi junghiani, ci sono tante cose, però ecco diciamo nel cambio di prospettiva che spesso e volentieri è proprio deliberatamente scelta e ci vuole tanta forza per sceglierla, sono anche tentativi di uscire da quella che è la Weltanschauung, quello che abbiamo detto, la nostra visione del mondo, sono quei tentativi di morire un po' che si scontrano però con quello che a volte è un istinto alla sopravvivenza, anche delle nostre visioni del mondo stesse, anche dell'ego che ci si identifica, e che però ti fanno approdare sempre a nuove domande, a connessioni sempre più ampie, continuamente, continuamente. E l'Appeso, la leggo velocemente proprio su questo cambio di prospettiva, dice: "Corde consunte solo per riuscire a guardare il mondo da lì. Sollevati cadavere, rinasce il sguardo, ballerino in equilibrio." Scelto, non costretto. Trasforma, muori e sorgi ancora. Quindi l'idea dell'Appeso, che se noi pensiamo all'immagine dell'Appeso, è legato da un piede a testa all'ingiù. Quindi è proprio un mutamento di prospettiva dove la nostra testa, la nostra corona, accarezza la terra e da lì si vede il cielo, ma siamo anche nel posto più vicino possibile alla terra. Quindi è un cambio di prospettiva che richiede sì coraggio, ma anche una vera volontà, perché non è costretto ad assumere quella postura. E da lì si collega anche l'Eremita, che recita: "Dentro, percorri e scava, impara a salutarti". Quindi imparare a guardarsi dentro, a scavare, ma anche a salutarsi per lasciarsi un po' e riscoprirsi nuovi. E questi cambi di prospettiva Sono radicali, sono profondi. Io non ti dico più niente, Lisa.
No, invece contentissima e mi pare di capire anche apprezzato, insomma, i riferimenti con cui nutri noi che ti ascoltiamo e hai nutrito le tue poesie. Ma allora, tornando invece al tema dell'estate, ok, cioè nel senso siamo nell'estate, ma tornando proprio nell'estate quella, quella proprio dei sapori di sale, sapori di mare, insomma, quella lì, no, da quella di Gino Paoli, no, No, a parte gli scherzi, perché mi metto a fare queste cose? Io faccio queste, devo dire queste cose? Vabbè, non lo so, lo capirò, lo capirò, farò uno scandaglio interiore o capirò insomma. E no, poesia molto bella, In Progress, fantastica, secondo me una genialata assoluta di come inizia e come si svolge, veramente molto carina nella sua anche semplicità diciamo semantica, ma arriva dritta. È così, e la posso leggere, Laura, questa? Allora, in progress. Voglio andare, voglio andare coi pensieri dove non si tocca. Figli di una bugia, padri di una promessa vuota. Ironia, coincidenza di opposti. E qua torna il tema della concienza opposta. Il più improbabile dei mondi possibili. Statistica? Punto di domanda. Ma fammi il piacere. Ma qua me l'avrei fatto. Momento che qua, ma fammi il piacere, ci mancava solo, ma fammi il piacere, non so, capra, ed era subito Vittorio Sgarbi insomma. Però no, invece no, però giocando e scherzando, per me, voglio andare coi pensieri dove non si tocca, è molto bella questa immagine perché dicevo prima sembra appunto Sapore di Sale eccetera, Cioè la nostra esperienza poi della spiaggia, così, cioè che noi quando facciamo il bagno magari c'è chi, che rapporto uno può avere col nuotare, però pensiamolo metaforicamente naturalmente, no? Col muoversi, dove tocchi con l'acqua, dove si tocca, dove non si tocca, e allora capiamo che noi facciamo cose coi nostri pensieri, perché facciamo attraverso i nostri pensieri esperienza della nostra coscienza. Ma questo, Laura, che ci dici di questa poesia? Anche questa idea: figli di una bugia e padri di una promessa. Questa mi incuriosisce assai.
No, effettivamente hai trovato una poesia molto estiva, cioè d'estate davvero, perché l'idea del dove non si tocca è proprio quella sensazione dove i piedi a un certo punto non hanno più la terra sotto e c'è quel momento di vuoto, e i pensieri ci sanno accompagnare fino a là. Quindi a volte le persone vedono la filosofia come una cosa così disincarnata, in realtà è proprio vita, quindi ti portano fino a dove non si tocca, poi c'è da tuffarsi, poi c'è da nuotare. Quindi a volte sì, è vero, ci si riscopre figli di bugie, no? E a volte anche padri di promesse, nel senso in cui ci crediamo in quello che pensiamo lì per lì come certezze, e poi quando finisce la terra ci accorgiamo che, ah, ok, ora c'è da andare con la testa sotto, no?
Allora, una categoria filosofica importantissima è quella del fondamento, la ricerca del fondamento, che per i nostri standard appunto estivi di questa, del fondamento significa del fondale, cioè siamo alla ricerca del nostro fondale, ma riusciamo a stare nell'acqua Quando ci manca il fondale, quando non appunto quel momento in cui manca e noi che facciamo? Chi sa nuotare non è che annega, invece appunto Giacomo dice dove rischi di annegare, no? Appunto, no? Dove appunto, esatto, è quella, è quella la metafora, è proprio così.
Senza fondale si rischia, cioè abbiamo la percezione del rischio di annegare, poi in realtà si impara a nuotare, quella classica cosa del chi ti buttano in piscina nuoti o affoghi, no? Però è così. È anche vero che quando notiamo, gestiamo le nostre energie consapevoli che c'è un fondamento, quindi anche questo è interessante, il rapporto col fondamento effettivamente dialoga anche tanto con la promessa, con la bugia, con queste immagini forti molto anche unilaterali, però a volte quando si cerca un fondamento il rischio è proprio anche quello dell'unilateralità e quindi ci stavano queste parole secondo me.
Altra poesia molto bella su questa, secondo me, e ci stiamo avvicinando verso la conclusione della nostra diretta, si intitola così: È ingenuo. È molto bella anche questa. Ingenuo dice: da ieri guardo il mare, no vabbè, da ieri guardo il mare senza i miei occhi. Manca qualcosa. Allora qui è interessante perché poi fai un uso della punteggiatura qui, quindi lavori solamente attraverso il verso. Quindi allora sarebbe da scrivere, ma insomma appunto la poesia, ma vi invitiamo naturalmente ad acquistare il libro e a partecipare con noi anche a meditazioni filosofiche dove con alcune di queste poesie lavoreremo effettivamente. La ripeto un attimo per chi ci ascolta: Ingenuo è il titolo, poi dice: da ieri, a capo, guardo il mare, a capo, senza i miei occhi, a capo, manca qualcosa, allora la do— e poi prosegue: filosofo poeta, naufrago comunque. E qui la categoria appunto dell'annegare torna in auge, ma anche in una maniera narrativa. Il naufrago non è soltanto colui che annega, anzi, che non annega, in realtà il naufrago non annega, ritrova terra dopo un grande peregrinare, no? Abbiamo tante figure anche narrative affettive che ci fanno pensare il naufrago in un certo modo. Ma la domanda a te è questa: qui io qui potrei leggere la poesia in un doppio senso, potrei dire vabbè, da ieri guardo il mare senza i miei occhi, punto, e poi dopo manca qualcosa. Oppure da ieri guardo il mare senza i miei occhi, però manca qualcosa. Allora ecco, ti lascio un po' a—
infatti gli manca proprio la punteggiatura per questa doppia lettura, perché da un lato quando cambiamo occhi, perché poi come abbiamo detto c'è cambiare la propria visione del mondo, vuol dire proprio cambiare occhi a un certo punto, quello che ho davanti non è più neanche lo stesso mare e quindi "Da ieri guardo il mare senza i miei occhi, manca qualcosa", cioè c'è qualcosa che non riconosco più. Dall'altra parte ci può essere un "Da ieri guardo il mare senza i miei occhi, manca qualcosa", cioè Cioè, senza me che lo guardo, senza il mio sguardo, cos'è quel mare? E quindi la lettura è aperta, volutamente aperta.
Ed è interessante, forse per entrambe le possibilità, cioè a me almeno avviene questa poesia, proprio che sembra quasi un esercizio esistenziale. Cioè, l'esercizio esistenziale è questo, cioè noi potremmo guardare il mare, cioè ancora pensiamo quest'estate è sempre molto marittima, ok? Poi magari quest'anno faremo per par condicio anche la diretta sulla montagna, no vabbè adesso a parte gli scherzi. Però l'esperienza del guardare il mare è un'esperienza di chi appunto va al mare o anche chi naviga magari, no? E ha la fortuna anche di farsi belle navigate magari in barca, può fare. Da ieri, intanto da ieri, quindi uno ha esperienza di questo, guardo il mare "Senza i miei occhi". Da un certo punto di vista sembra un invito a guardare il mare senza i soliti occhi, cioè guardare il mare come non è mai stato visto prima. Quindi io da ieri guardo il mare mettendo da parte i miei paraocchi, diciamo così, senza i miei occhi e senza anche di quegli occhi che a un certo punto diventano i nostri paraocchi. Guardo il mare senza i miei occhi, manca qualcosa e questo manca qualcosa in realtà apre a qualcos'altro, Quindi questo doppio livello è da un lato questo, quindi facciamo esercizio, i filosofi lo chiamano epoché, sospensione del giudizio. Un fenomenologo direbbe: ma noi l'abbiamo mai visto il mare? No, non abbiamo mai visto il mare per come si dà veramente. Noi abbiamo magari, se abbiamo già di nostro l'idea del mare e ce la immaginiamo, adesso ce l'abbiamo tutti davanti, magari una certa fotografia del mare: oh che bello il mare, no? E invece chi osserva veramente il mare osserva sempre qualcosa che ci spiazza in continuazione. Se noi osserviamo qualcosa senza i nostri occhi ci arriva quella cosa lì per come potrebbe essere ai nostri occhi che però sono diventati ricettivi, cioè sono occhi che si sono aperti a ogni visione. Invece, al tempo stesso, invece, da ieri guardo il mare senza i miei occhi, manca qualcosa, senza i miei occhi manca qualcosa significa anche senza? Invece me che posso anche dare un senso, un significato a questa esperienza. Quindi se io guardo il mare che guardano tutti, è il mare della cartolina, è il mare del chiedere a ChatGPT «mi dai una fotografia del mare» e ti dà 10 fotografie del mare, più o meno che più o meno parlano sempre sulle stesse cose, perché ChatGPT ha imparato che magari il mare può essere disegnato in un certo modo, è meccanizzato, Ecco, allora questo per noi potrebbe essere interessante come esercizio, magari per la spia, così almeno abbiamo rovinato la domenica del mare a tutti, non tu Laura, io, ti abbiamo rovinato, a posto.
E c'è anche una terza lettura per rovinarla ulteriormente, cioè l'idea che guardo il mare senza i miei occhi può anche, e qui me la prendo ogni tanto con Kant nelle mie poesie, ma sempre con molta reverenza, Però è il dire: ma senza i miei occhi chi presuppone che ci sia un mare in sé? La cosa in sé a volte sembra un presupposto, un pregiudizio. Dall'altra parte però il mare ti dà la sensazione forte che qualcosa in sé ci sia, perché arriva con tale moto dirompente che ti dà l'idea di quell'immenso che c'è a prescindere dagli occhi. Quindi si può giocare anche sulla categoria di cose in sé, di sì, sì, sì, sì.
La lettura post-Kantiana di questa poesia, molto bella, molto bello. Allora Laura, io mi sembra che ci stiamo un po' avvicinando direi alla fine, abbiamo pochi minuti rimasti. Se ci sono anche ulteriori considerazioni, domande da chi ci sta seguendo, sono ovviamente molto, molto ben accette. Nel frattempo, non so, Laura, c'è un'ultima poesia, qualcosa qualcosa che ti piacerebbe in particolare insomma condividere questa sera fra le varie, perché qua non è facile scegliere, non è stato facile.
Me ne è venuta in mente una grazie a Beatrice in realtà, che parlava di, ora riprendo il commento, condivisione con tutto e con il tutto, no? È proprio attraverso secondo me questo movimento di continua rinascita, morte e rinascita, che approdiamo a un'intersoggettività, cioè quando davvero ci colleghiamo al tutto, allora lì l'intersoggettività si fa autentica. E qui avevo una poesia, ma la cito perché mi ricorda un po' che quando si pensa di essere in una dimensione di incomunicabilità, che a volte capita di sentirsi chiusi quasi come monadi, nell'impossibilità di comunicare un'esperienza, In realtà, e qui gioco con la parola soli, cioè quando ci si sente soli, in realtà soli qui può voler dire isolati, dall'altra parte il plurale di sole, no? Quindi si può dire che un sole quando irradia, quindi coi suoi raggi, in qualche modo non si comunichi, in qualche modo noi non lo sentiamo veramente, e quindi la poesia recita così, dice: pesca in te ma non smettere di guardare fuori, di coltivare fiori, è sarcastico, condividiamo solitudini. Non ho i tuoi passi nei miei piedi, né quei tramonti rossi, eppure sento. E questo, quei tramonti rossi, era un po' estivo, però è proprio questo, no? Noi stiamo dentro di noi, lavoriamo tanto dentro di noi, dall'altra parte non smettiamo di guardarci fuori, di coltivare fiori, che sembra una banalità, ma è proprio quello che a volte la terra ci chiama a fare, no? A coltivare. A prenderci cura anche del fuori. E quindi è vero, è sarcastico, sembra di condividere solitudini, sembra di essere in questa dimensione, poi nel 21° secolo tutti atomi, no, chiusi. In realtà, anche se non ho i tuoi passi nei piedi, anche se non vedo il mare con i tuoi occhi, non vedo quei tramonti con i tuoi occhi, nonostante ciò sento.
Su questo mi viene in mente un testo su cui abbiamo fatto meditazione filosofica ultimamente, che mi ha ricordato il tema dei dei fiori su cui ci siamo soffermati. Te la ricordi quella? "Il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante". Questa frase conosciuta, famosa, che si incontra è "questa rosa". Su questa rosa noi ci siamo proprio, come dire, no, l'abbiamo proprio attraversata in tutti i modi, tutti insieme con chi ha partecipato alle sessioni di meditazione filosofica. È bella, me l'hai fatta venire in mente con questa poesia dei fiori. Bellissimo gioco di parole sul concetto di solitudine. Solitudine, che è farsi sole, bellissimo. Solitudine, essere con sé come un sole, come soli, che noi condividiamo i nostri, le nostre solitudini, cioè condividiamoci come dei soli. Ora, tutto questo parlare poi sembra molto, no, da un certo punto di vista intimista, in un'epoca in cui c'è questo, questa grande attenzione all'individualità, sembra quasi un individualismo. Invece il paradosso è che mi sembra questa un'epoca dove proprio l'individuo individuo essere stato messo in discussione, essere stato messo all'angolo. Chiaramente se tu consideri l'individuo come un consumatore, no, è chiaro che ce n'è per tutti i gusti, per spendere soldi, per consumare, a livello culturale anche, cioè non è che acquistare compulsivamente libri piuttosto che magliette, voglio dire, è sempre una sorta di consumo, no, magari certo un po' più elaborato e magari stimolante, però non è comunque un processo della solitudine, La vera solitudine è il processo dove ognuno di noi scopre il sole che gli raggia dentro. Allora, quale stagione migliore dell'estate per scoprire questo? Intanto Giacomo scrive una cosa interessante.
Mi è venuta in mente una poesia, quindi gli risponderei con una poesia, però prima lo leggo. Pensa che i pesci quando saltano fuori dall'acqua lasciano il cielo del mare e fanno un tuffo nello spazio. E mi ha fatto proprio rivenire in mente una poesia che si chiama "Dove si incontrano le rette parallele", perché a me questa cosa delle rette parallele che non si incontrano mai mi faceva troppa angoscia quando ero piccola. E effettivamente per me si incontrano le rette parallele a un certo punto. E infatti la poesia recita così, dice: cielo e mare sono solo specchi, un circolo perfetto, che lato abiti oggi? Apeiron sia, perché poi alla fine, cioè, vabbè, ci sta il finale filosofico, ci sta, però è proprio quello che penso suggerisca il commento di Giacomo.
Ecco, sì, apeiron, no, il famosissimo, famosissima espressione del frammento di Anassimandro, quindi che ha senza di limiti in questo senso, no, senza il limite, cioè l'indeterminato, Ciò che però non è un indeterminato così senza costrutto, è l'indeterminato di essere riuscito veramente a unire, aver recuperato la visione dell'intero. Allora appunto cielo e mare sono due, si compenetrano, si compenetrano.
In questo senso, abiti oggi, perché a volte noi pensiamo di poterne vivere uno solo, in realtà che lato abiti oggi?
Senti, io andrei in conclusione con l'ultima poesia che hai intitolato Amica estate. Io andrei a concludere su questo, a meno che non ci sia anche qualcos'altro, però questa anche mi sembra molto carina. Ti va di leggerla?
Concludiamo con questa, però prima ne devo leggere una per la Lisa.
Ah, ok, una per la Lisa. Lisa, sei ancora con noi? Sei ancora qua?
Tu mi hai letto le domande, questa è la richiesta che non ha avuto risposta, ma adesso è ufficiale, di fare un bel corso su Master e Heart, quindi io gliela leggo. E si intitola proprio "Oggi, Meister Eckhart" e recita così: "Qui è crollato tutto, finalmente. Si apre l'orizzonte. Trovati e abbandonati. Addio, a Dio, oltre Dio. Mi sei trasparente? Prova." Invito ufficiale per la Lisa.
Lisa, adesso ci parlerai di Meister Eckhart, ti sto mandando l'invito per entrare in diretta in questo questo istante, così impari. Oggi, ah sì, sì, Lisa ha risposto: ho già detto di sì. E beh, sì, sì, sì, sì, aveva già, era già stata sollecitata in questo senso. Grazie, grazie. Pronta? Guarda, Lisa, non lo dire due volte che ti facciamo entrare in diretta. Si può fare? E no, guarda, più che altro per, per dare un po' di respiro agli altri nostri ascoltatori. Ma, ma la facciamo, faremo un seminario su Maestereka. Ormai, cioè, il dado è tratto. Magari lo facciamo verso l'autunno, però ok.
Grazie. Dopo questa parentesi con i compiti obbligatori per Lisa, che non ce la fa con i suoi seminari, vivrei dei suoi seminari, si va in conclusione, si leggo Amica estate, e proprio sì, molto estiva, quindi ci sta bene per concludere, e parla così, recita così: Brevità, come la vita, come mettersi ciliegie tra le orecchie e ridere senza sapere perché. Buona novella: Dio vuole morire. E qui è Nietzsche che torna sempre perché non se ne può fare a meno. Però sicuramente brevità perché l'estate sembra sempre troppo breve, soprattutto per chi ama il caldo.
Brevità perché l'estate dura sempre troppo poco? Questo è, ok, anche nonostante il piumone e tutto con cui dormiamo parliamo pure d'amiche estate. Eh sì, brevità come la vita, come mettersi ciliegie tra le orecchie. Che cosa significa per te questa cosa?
Per me è proprio l'infanzia. Io con mia nonna staccavamo, cioè staccavo, io avevo un ciliegio che non faceva le ciliegie, mia nonna andava al supermercato, comprava le ciliegie, le metteva sull'albero, così, bellissima, e poi ce le mettevamo tra le orecchie. Quella per me la spensieratezza dell'estate, il ridere senza sapere perché. Quindi è sia un'immagine dell'infanzia, ma anche un'immagine della leggerezza che a volte porta l'estate. In tutta questa consapevolezza, in tutto questo vedere chiaramente, avere il coraggio di tenere gli occhi aperti, c'è anche però tanta leggerezza nell'estate. E che poi è anche la buona novella del Dio che vuole morire, perché il Dio che vuole morire è tanto forte, tanto pesante, sembra una consapevolezza di cui dobbiamo veramente prima o poi fare i conti, però è anche una bella notizia, dà anche libertà, dà anche leggerezza.
Proprio così. Io che dire, io ti ringrazio, ringrazio tutti per averci fatto compagnia fin qui, aver partecipato in maniera così attiva e partecipe insieme con noi. È stato veramente molto, molto bello, molto divertente. Io ti ringrazio Laura, le tue poesie sono veramente molto belle. Rimetto il il testo, ecco, in sovraimpressione. Questo è una delle 4 raccolte. Ricordo che le altre 2 dedicate all'inverno e alla primavera le abbiamo già presentate. Poi in autunno toccherà invece, faremo, chiuderemo diciamo il cerchio. E poi, e poi come eterno ritorno dell'uguale continueremo ad libitum a fare presentazioni sulle raccolte di Laura, perché veramente talmente divertenti, talmente divertenti insieme, talmente profonde le poesie, che vale veramente veramente la pena di farlo. E io darei a tutti appuntamento alla presentazione che faremo giovedì, dopodomani, alle 6:30, sempre sul nostro canale YouTube di Luce Tra Gli Scogli, altra diretta dove parleremo della meditazione filosofica, che è una pratica di gruppo che proponiamo su Vivere e Filosofare, uno dei nostri laboratori della Palestra Filosofica. La Palestra Filosofica ha lo scopo, diciamo così, di aiutare, accompagnare le persone in contesti di gruppo a esercitare le proprie competenze filosofiche, quindi come dire esercitarsi proprio a filosofare, a partire da diverse modalità. Capiremo quindi in che consiste la meditazione filosofica e Luce tra gli scogli è un ciclo di meditazioni filosofiche, perché forse voi speravate di esservi liberati di noi dicendo facciamo la presentazione del libro e buona estate a tutti. No, naturalmente accompagniamo per tutta estate, chi vuole ovviamente, che ha questo senso come noi, che ha voglia di attraversare filosoficamente l'estate. E il ciclo sarà dedicato alla chiarezza interiore, proprio su questo, su questo tema. Allora parleremo in generale del senso di questo ciclo, del perché di questo titolo, di come funziona la meditazione filosofica. E niente, io vi ringrazio. C'è Cristina intanto che commenta, bellissimo, meraviglioso: lavora con le ciliegie tra i capelli e la poesia nella poesia. E con questo, l'ho detto, Cristina, è un regalo, figlia, è sempre un regalo. Io veramente, quindi poesia nella poesia, è stato questo incontro per noi. Grazie a voi, grazie a Laura, a tutti. Grazie per le ciliegie. Grazie Federico.
E per il ciclo sulla chiarezza interiore è molto, molto interessante l'idea. È vero, ora è il momento di stare con gli occhi aperti, di essere onesti verso se stessi, e non è sempre facile, però Sotto il sole ci si sente sempre meglio, primo, e secondo di poi, se non altro, ci si avvicina a se stessi. Quindi queste meditazioni offrono questa possibilità. Secondo me sarà un bel ciclo, sarà proprio bello, molto estivo.
Assolutamente sì, grazie ancora. Allora, per chi vuole, ci vediamo giovedì alle 6, sempre qua su Stream Sofia. Un grande abbraccio a tutti e grazie, alla prossima. Buona vita filosofica a tutti. Ciao ciao ciao!
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