Cosa possiamo ancora amare della democrazia reale?

In this monologue, Federico Levy examines the contemporary crisis of democracy by distinguishing between the imperfect, institutionalized form of democracy that exists today and an ideal of "democrazia reale" – a living, project‑based practice of shared sovereignty. He argues that the existential meaning of citizenship is the point where the political (laws, institutions, elections) meets the personal (individual agency, self‑determination). Democracy, he claims, is not a static inheritance but an ongoing project exemplified by the Italian Constitution, which continuously translates constitutional principles (freedom, equality, dignity) into concrete institutions such as public schools and health care. Central to his thesis is the notion of "sovranità condivisa": sovereignty belongs to the whole people, not to representatives, and therefore cannot be truly delegated. The speaker critiques the reduction of democratic participation to mere voting or passive spectatorship, warning that delegating all power to politicians turns citizens into subjects rather than sovereigns. He highlights the decay of intermediate bodies—political parties, trade unions, associations—that historically mediated between individuals and the state, and calls for their renewal as a collective, grassroots effort. Ultimately, Levy urges each citizen to reclaim personal sovereignty, exercise it in everyday decisions, and engage collectively to revitalize democracy, even when institutions appear dysfunctional. The talk ends with a reminder that the heart of democracy is the sovereign citizen, whose conscious, responsible action can keep the democratic project alive.
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Zeitgeist, uno sguardo filosofico sull'attualità. Eccoci qua, ben ritrovati a una nuova puntata di Zeitgeist. Proseguiamo il nostro ciclo di puntate dedicate, invece che direttamente all'attualità, alla filosofia in qualche modo implicita nell'idea, nel progetto di Zeitgeist. Nella puntata precedente, che se non avete ancora ascoltato vi invito assolutamente ad ascoltare per riuscire a collocare le riflessioni di questa puntata in un contesto, diciamo, di maggior e facile comprensibilità, nella puntata precedente dicevo ci siamo concentrati non tanto sulla crisi della democrazia, che naturalmente è abbastanza sotto gli occhi di tutti, se ne parla tanto, se ne può parlare a partire da diversi punti di vista, non soltanto filosofico, ma anche sociologico, antropologico, politologico in generale. Quindi sicuramente è un tema importante per Zeitgeist, ma non tanto di questo noi ci siamo concentrati quanto piuttosto sulla percezione, potremmo dire, di smarrimento circa il senso della democrazia, che è parte naturalmente di questa crisi anche storica, istituzionale, politica, ma in qualche modo pone l'accento, la dimensione del senso della democrazia, più che altro su come la democrazia appare ai nostri occhi, quindi direttamente affronta una questione, potremmo dire, tra il politico e l'esistenziale. Ora, entrambe queste cose naturalmente sono questioni filosofiche, ma la seconda, appunto, assume una rilevanza specificamente esistenziale proprio da qui, da questa domanda fondamentale: dov'è che la democrazia incontra l'esistenziale, cominciamo la puntata di oggi. E l'idea che vi proponiamo alla riflessione è che la democrazia incontra l'esistenziale innanzitutto a partire dal tema della cittadinanza. E appunto, che cosa vuol dire dunque essere cittadini in una democrazia se, come abbiamo visto, tutta una serie di cliché su questo aspetto possono facilmente essere messi in secondo piano e e questi cliché appunto li abbiamo visti prima nella puntata precedente e li abbiamo analizzati e in qualche modo ne abbiamo visto anche i limiti. Quindi il senso della democrazia viene, potremmo dire appunto per sintetizzare un po' quanto detto in precedenza, generalmente viene un po' ricondotto a una serie di argomentazioni di cui abbiamo rilevato i limiti. Argomentazioni di natura pragmatica, di natura storica, simbolica, sembrano non reggere in realtà l'esperienza consistenza sempre più condivisa di una avvertita inconsistenza di fatto delle democrazie. I meccanismi certamente sono, diciamo, ancora in piedi, ma sempre meno persone ci credono veramente. Ecco quindi il territorio fondamentale. Che cosa resta della fiducia e del valore esistenziale della democrazia? Quindi non tanto come valore tradizionale, per noi la democrazia non è una conquista, è piuttosto qualcosa che ereditiamo dalle generazioni passate. Non tanto quindi in quanto valore tradizionale, ma proprio come esperienza reale. Non come ricordo, non come onore ai caduti per la democrazia, ma come qualcosa che effettivamente assume un senso per noi nel qui ed ora, nell'oggi della nostra vita. Quotidiana. Se i cittadini non amano davvero la democrazia, la relazione, diciamo così, un po' come se fosse un matrimonio, inevitabilmente va in crisi. Magari il sistema non crolla immediatamente e infatti, per portare avanti la nostra analogia, ci sono tantissime famiglie in cui le cose non vanno, doveppure non avviene una crisi, un crollo, un divorzio conclamato, eppure in qualche modo il sistema, il legame, il legame democratico si svuota da dentro. La domanda filosofico-esistenziale pertanto è la seguente: che cosa amare oggi della democrazia reale? Le elezioni? I partiti? Le maratone Mentana? Che cosa? I referendum? Cosa? C'è anche solo L'imbarazzo che avverto nel porre così, nel verbalizzare il senso di queste domande, forse un po' il senso di smarrimento che si potrebbe provare di fronte effettivamente al constatare che di fronte a queste parole uno non avverte effettivamente alcun trasporto, anzi al contrario, piuttosto un senso magari di ripulsa. Ora, la difficoltà in generale a trovare una risposta, una risposta cristallina, una risposta solida, indica tutta la pericolosità della situazione attuale. Questa situazione è senz'altro in sé delicata e pericolosa per chiunque ami la democrazia. Bene perciò, bene perciò parlarne, bene parlarne in questo senso, in questo modo radicale, in questo modo che effettivamente ci indica davanti a tutti che il re della democrazia è nudo. È pericoloso quindi non tanto ammettere questo, piuttosto ancora il continuare, e ancora si è tanti, la stragrande maggioranza fa finta di non vedere. E chi vede magari si volta dall'altra parte e lascia perdere la domanda. Quindi mi rivolgo pertanto a tutti coloro che almeno in teoria diciamo amano l'idea della democrazia, al di là poi della delusione che magari verso la democrazia attuale stanno provando. Ecco, rivolgendomi a tutti coloro mi chiedo: ci è veramente chiaro? Io mi metto In questo gruppo ci è veramente chiaro che cosa effettivamente noi stiamo amando quando pensiamo a questa parola: democrazia. Ora potremmo dire: la democrazia, quando funziona e nella misura in cui funziona, porta diritti, porta giustizia, porta libertà, porta eguaglianza. Porta dignità, porta partecipazione e autodeterminazione, porta, diciamo questo, sovranità condivisa. Ecco innanzitutto che cosa porta la democrazia reale, una democrazia così reale da essere ancora più reale della democrazia attuale. Permettetemi un piccolo movimento platonico: reale e attuale non sono esattamente la stessa cosa. Una democrazia che non è una vera democrazia non è una democrazia reale, né piuttosto il simulacro, l'ombra cavernosa di questo sistema politico. Ecco, noi intanto diciamo questo: noi amiamo la democrazia reale. Che differenze ci sono quindi tra la democrazia attuale, cioè il sistema in cui ci troviamo a vivere che chiamiamo democrazia, a torto o a ragione, parzialmente a torto e parzialmente a ragione naturalmente, e quella reale? Democrazia reale che se quindi è reale ed è quindi vera democrazia, autentica democrazia, è tutta insieme, tutta quanta tale? Chiediamocelo insieme. Il punto in ogni caso che intanto vorrei evidenziare è questo: la democrazia reale è sempre innanzitutto un progetto. Come? Un esempio storico ce l'abbiamo ed è molto vicino a noi: la Costituzione italiana. La Costituzione italiana è innanzitutto un progetto. Ma che tipo di progetto è la democrazia reale? Garantire le cose prime evidenziate, per esempio la libertà, l'uguaglianza, i diritti, la dignità? Senz'altro, senz'altro. Ma questi, attenzione, quando poi pensiamo all'attualizzazione della democrazia dovremmo piuttosto dire che tutte queste cose, la libertà, l'uguaglianza, i diritti, la dignità, sono anche in buona buona parte dei punti di arrivo, non tanto dei punti di partenza. Sono direzioni verso cui la democrazia cerca di darsi scopi. In che senso? Allora, storicamente la democrazia inizia chiaramente con alcuni atti e istituzioni ben precisi. In Italia il referendum istituzionale, poi la redazione, promulgazione della Costituzione, Il funzionamento, poi la messa in funzionamento delle istituzioni fondamentali e poi progressivamente la realizzazione sotto forma di leggi degli articoli della Costituzione, sempre un processo in fieri, e poi naturalmente anche la creazione di alcuni istituti sociali fondamentali, per esempio la scuola pubblica, la sanità pubblica, che realizzano in forma evidentemente perfezionabile la democrazia italiana così come pensata nella Costituzione. Ma appunto la libertà, l'uguaglianza, la giustizia e la partecipazione sono punti di partenza nella sfera del diritto, cioè come articoli della Costituzione, ma nella sfera della vita sono sempre anche punti di arrivo. E la cosa, a questo punto, interessante, anche se già interessante questa relazione tra diritto e vita, ma la cosa che in questo momento ci preme sottolineare è che questo discorso, se nella misura in cui può avere un qualche senso— e naturalmente dentro Vivere e Filosofare si può discutere di tutto, anche della filosofia di Zeitgeist, anzi cominciamo proprio da questa, mettiamola più in discussione più di tutte— allora intanto finché questo discorso cerca di dire qualcosa dico: questo discorso vale per tutto questo e a maggior ragione per la democrazia stessa. Cioè, se essa è innanzitutto sovranità condivisa— la sovranità appartiene al popolo, sovranità condivisa, e ci torneremo su questo concetto— ma intanto, se questa è innanzitutto sovranità condivisa, possiamo davvero, veramente, veramente dirci sovrani allo stato attuale delle cose? Io direi decisamente no. Ti no. Se non, diciamo, in una maniera molto minima, imperfetta, approssimativa, talmente approssimativa che a un certo punto quasi finisce per evaporare, però. Un po' come magari diremmo oggi che esiste una buona scuola. Certo, la scuola è in piedi, ma come sta in piedi? È veramente la nostra scuola una scuola? La scuola pubblica? Veramente? Questo non significa smantellare la scuola, ma magari siamo chiamati in quest'epoca a ripensarla, e chissà quante altre istituzioni sono da ripensare. Ecco, questo soltanto come a titolo di esempio per capire l'idea che possiamo avere della democrazia attuale. Quindi ciò significa appunto che la democrazia intanto, soprattutto, in ogni caso è un progetto, e le monarchie non sono così. E se esistono, già compiutamente in presenza di un re, di una dinastia, di un potere che si esercita su un territorio e che si tramanda di generazione in generazione. Lo stesso poi si può dire anche di uno stato in generale. Lo stato democratico, la democrazia, uno stato più o meno democratico, a un certo punto può esistere per il diritto internazionale, può esistere perché ci sono certe condizioni che la politologia ha studiato per dire: beh, effettivamente questo è uno stato. Oppure ci sono gli stati falliti, stati che non riescono più a essere stati. Ecco, lo stato a un certo punto c'è oppure non c'è, ma questo non si può dire se non in senso minimale per una democrazia. Cioè, la democrazia è sempre per definizione perfezionabile. Non è mai considerabile nello stato attuale perfetta, è sempre perfezionabile, quindi è sempre progetto. Quindi intanto, diciamo noi qua in Zeitgeist, quando diciamo che amiamo la democrazia, intendiamo primariamente che la amiamo come progetto di realizzazione di un'autentica sovranità condivisa. Che tenda poi magari sempre di più verso la libertà di tutti, l'uguaglianza, la dignità, la giustizia, eccetera eccetera, tutti i valori che noi poi sentiamo di accompagnare alla nostra idea di democrazia. Ok, ma avanziamo ancora, non abbiamo finito qui per la puntata di oggi, non ancora. Allora, dicevamo che il concetto cardine della democrazia è quello appunto della sovranità condivisa. Una parte di questa sovranità viene naturalmente, lo sappiamo, delegata, perché non è possibile che ogni cittadino faccia anche il parlamentare ogni giorno, il legislatore, oltre al proprio lavoro. Allora, per questo si chiama la nostra appunto democrazia rappresentativa. Ma qui c'è un distinguo da fare. Il rischio qua e di commettere un riduzionismo. Siccome la nostra è una democrazia rappresentativa, pensiamo perciò che l'esercizio della sovranità condivisa possa limitarsi, e sottolineo limitarsi, a cedere i nostri poteri ai rappresentanti legislatori, di governo, eccetera eccetera. E questo è un errore purtroppo maggioritario, è veramente la communis opinio che cede alla forza della ricerca della verità. Questo è un vero errore, quello di pensare che alla fine l'esercizio della nostra sovranità si limiti sostanzialmente a delegare ad altri, perché equivale un po' sostanzialmente a non fare alcun esercizio di questa sovranità. Se a un certo punto sì, il sovrano sei tu, ma poi alla fine fai fare tutto agli altri, In che senso tu sei ancora il sovrano? Non lo so, me lo chiedo, non mi sembra un gran sovrano. Quindi attenzione, dobbiamo pensarla bene questa idea della democrazia rappresentativa. La sovranità appartiene al popolo, attenzione, appartiene al popolo sempre e comunque. La sovranità non viene ceduta, la sovranità non viene mai ceduta ai rappresentanti. Il popolo è sempre l'unico sovrano. Ma chi è il popolo? Siamo noi il popolo, siamo noi i sovrani in questione. Il popolo come entità è il titolare aggregato, diciamo così, un macro soggetto titolare aggregato di una sovranità che comunque appartiene a tutti e quindi a ciascuno di noi, e quindi comunque anche a nessuno in senso privilegiato, a differenza della monarchia, dove a un certo punto il re è quello lì, non è un altro. È lì la differenza. Quindi appartiene a tutti e a nessuno la sovranità. Ma attenzione, se la sovranità appartiene a tutti, vuol dire che appartiene dunque anche a te che in questo momento stai ascoltando questa puntata di Zeitgeist. Ecco, fissiamo questa consapevolezza: la democrazia è veramente tale quando incrocia quindi il politico e l'esistenziale. Incrocia il politico dei popoli, delle leggi, delle costituzioni e l'esistenziale di me che sto parlando, di te che stai ascoltando. La sovranità ci riguarda quando il tema dei diritti, delle leggi, delle elezioni, della partecipazione politica incontra quello dell'esercizio esistenziale della propria sovranità. Solamente a questa condizione la democrazia può rinnovarsi. Solamente in questa regione politico-esistenziale la democrazia può apparire una forma di sistema politico preferibile per definizione e inevitabilmente in maniera assoluta alla più illuminata delle dittature. Preferibile per essenza e in quanto tale anche quando non tutta funziona alla perfezione, anzi quando potremmo dire quasi niente sta funzionando. Altro che perfezione. E ciò nonostante la democrazia può continuare ad apparire Il sistema preferibile proprio in virtù di questa visione della sovranità, che si porta dietro come conseguenza, però solo come conseguenza, la questione dei diritti e dei valori. A questo punto si pone la domanda delle domande: che cosa significa per un cittadino essere sovrano e dunque esercitare la propria sovranità in una democrazia? Beh, puntini di domanda. Votare o non votare? Leggere i giornali oppure no? Ascoltare Zeitgeist oppure no? Ovviamente no, non ascoltatelo. Seguire le leggi oppure fare disobbedienza civile? Pagare o non pagare le tasse? Fare o non fare la guerra? Tutte questioni naturalmente importantissime, ma tutte comunque presuppongono una condizione di base: che il cittadino in questione sia sovrano. Che cosa significa quindi questo? Il cittadino sovrano, possiamo dire, non ha sudditi esterni in una democrazia, non esercita un comando sugli altri, e proprio perché la sovranità in una democrazia è di tutti e quindi anche non è di nessuno in senso privilegiato, come dicevamo prima, Quindi nessuno esercita su qualcun altro. Piuttosto la sovranità innanzitutto si vede, si mette alla prova, vive quando la si esercita su se stessi. Allì sì, allì sì che si può essere sovrani, altroché se si può essere sovrani. E poi anche come sovrani noi abbiamo, ognuno di noi, un raggio d'azione entro il quale può esercitare un certo potere, nel senso del del poter fare, nel senso del poter decidere, nel senso di determinare e ha dei margini di responsabilità a vari livelli. Questo ovviamente non avviene senza disparità: il potere politico del Presidente del Consiglio è ben più ampio di quello del cittadino comune, ma agli occhi della democrazia, attenzione, tutto questo, questa disparità è semplicemente irrilevante. E quindi dovrebbe esserlo anche ai nostri stessi occhi. La sovranità appartiene al popolo e non c'è scritto che appartiene un po' di più al presidente del Consiglio in carica piuttosto che alla casalinga di Voghera. Quando ci si accontenta di fare il cittadino telespettatore, che cosa si sta facendo? Si sta facendo il suddito, anche se si vive in una democrazia. Stai lì, guardi, giri canale. Ti fai due o tre opinioni superficiali e raffazzonate? Ma è un sovrano questo? Quando deleghi l'esercizio ad altri di quei poteri che ti appartengono direttamente, ti stai comportando anche in questo caso da suddito e non da sovrano. Quando si ignorano le leggi, quando si ignora il funzionamento delle istituzioni, quindi proprio non si ha idea di come, cosa e processi che pure ci riguardano o le grandi questioni del nostro tempo che non si conoscono, non si sanno pensare, non si sanno problematizzare, non riusciamo ad abitare e non si fa nulla, soprattutto questo, non si fa nulla per sopperire a questa ignoranza che comunque in una qualche misura ognuno di noi ha perché questa realtà è talmente complessa che sfugge a ognuno di noi, ma nemmeno provare a colmare almeno di un po' la nostra ignoranza, ecco in questi casi si sta facendo il suddito e non il sovrano, e quindi in qualche modo si sta facendo morire un pezzettino della democrazia. La democrazia naturalmente vive nel collettivo anche, quindi un ottimo strumento per prendere decisioni collettivamente, diciamo così, ma a patto che a prendere le decisioni, a discutere, a confrontarsi, siano cittadini sovrani, ognuno ciascuno ognuno singolarmente alla ricerca del bene comune, altrimenti se la democrazia perde di vista la dimensione della singolarità, dove la democrazia vive veramente, la democrazia diventa quella degenerazione che era già stata individuata dai filosofi antichi con il nome di o'clockrazia, governo della massa, dittatura della maggioranza amorfa. Ed è la fine. La degenerazione terminale della democrazia che fa ripetere, come secondo la teoria ciclica delle forme di governo di Polibio, poi una nuova forma di tirannide. Attenzione qui. Chiediamoci dunque, chiediamocelo noi: dove posso esercitare il mio potere? In quali ambiti? In quali modi? Osserva il perimetro della tua esistenza, osserva anche le azioni politiche che puoi compiere, osserva il livello delle tue conoscenze in materie importanti per partecipare attivamente alla vita democratica e troverai, come tutti, possibilità e limiti. E attenzione, anche i sovrani dell'Ancien Régime avevano possibilità e limiti, anche nell'epoca degli assolutismi. E come se avevano limiti! Il fatto che ci sentiamo impotenti in questa fase storica così critica è però indice che il popolo sovrano ha perso quote veramente molto rilevanti della propria sovranità, soprattutto dentro di sé, come dimensione della propria coscienza. Ed è anche ora, almeno da questo punto di vista, di riprendercela. Questa sovranità. E qui già sento anche le voci della storia, le voci di chi ha vissuto un'epoca molto diversa da quella che stiamo vivendo adesso, delle voci molto importanti. Sono quelle che dicono che riprendersi la propria sovranità significa innanzitutto riprendere l'idea di un'autentica azione collettiva attraverso le forme della partecipazione politica che l'attuale democrazia storica conosce: i partiti, per esempio, i sindacati, le associazioni. I partiti sono diventati regioni di cattivo esercizio della sovranità. I sindacati poi troppo spesso abdicano alla loro funzione. Inizia un'epoca in cui, se vogliamo davvero dare una chance alle istituzioni democratiche, dovremmo trovare il modo di rinnovare questi che sono chiamati cosiddetti, ma insomma, con termine proprio, enti intermedi, ovvero quei luoghi sociali, istituzionali, associativi, quei luoghi di mediazione e partecipazione che stanno tra il cittadino nella sua singolarità e le istituzioni del potere. C'è molta strada tra il singolo e le istituzioni, le macro istituzioni del potere, quindi ci vuole qualcosa che leghi questi due mondi. Assolutamente giusto, assolutamente corretto. Ovviamente questo processo di rinnovamento degli enti intermedi, che parte cruciale anche del processo del rinnovamento della democrazia attuale, questo processo riguarda tutti, ma riguarda tutti a un livello tale per cui nessun cittadino preso singolarmente è in grado di fare una rivoluzione del genere, proprio perché deve essere una rivoluzione collettiva. Ed è proprio di fronte alla difficoltà percepita di attuare una rivoluzione che dia l'infa vitale agli enti intermedi, ai partiti e sindacati, proprio avvertendo questa difficoltà, questa rivoluzione collettiva che in qualche modo il popolo non riesce più a fare. Quello che si avverte, ciò che avvertono in particolare coloro che vengono da una certa stagione storica molto diversa da questa, è un senso di impotenza. Ne abbiamo anche parlato in varie occasioni già in Vivere e Filosofare, proprio concretamente con persone filosofando insieme. Allora, qui si rischia di incappare in un possibile fraintendimento, o comunque potremmo dire un anacronismo. Cioè, forse nel passato, nell'epoca in cui i partiti e sindacati vivevano la loro stagione migliore, si era un po'— era un po' finita nello sfondo la questione esistenziale della democrazia, proprio perché comunque gli enti intermedi funzionavano, e quindi in una certa misura si avvertiva meno questo vuoto. Ma in realtà, pur nell'importanza indubbia degli enti intermedi per una democrazia, quello che noi vorremmo dire è che agli occhi della democrazia reale, quella che noi stiamo in qualche modo dipingendo con il pensiero insieme oggi, questa democrazia reale vive anche senza gli enti intermedi, o comunque può vivere anche in una condizione di forte crisi degli enti intermedi. Quindi da un punto di vista della democrazia reale non c'è ragione di cedere al senso di impotenza, non più di tanto, non oltremisura, non oltre la misura che comunque ci compete in quanto sovrani, ciascuno di noi singolarmente in questa democrazia. Ecco che incontriamo il nucleo veramente vitale della democrazia che è appunto il cittadino sovrano. È in questa regione che la democrazia riassume senso, valore, indipendentemente dalle circostanze in questa regione che la democrazia ha una chance per riprendersi le istituzioni. Qual è il cuore pulsante di una democrazia quindi? Beh, sei tu, sono io, siamo tutti noi, ciascuno sovrano in ciò che gli compete, tutti noi collegialmente in relazione allo Stato e alla nostra comunità politica che in ultima istanza è il mondo intero. Ed è dunque nel tentativo di esercitare realmente, concretamente, consapevolmente la propria singolare sovranità che si incontra contra l'esercizio politico della filosofia. Ma di questo alla prossima puntata. Buona vita filosofica a tutti!
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