Il giornalismo oggi: libertà, verità e democrazia. 📱

In una diretta su Vivere Filosofare, Federico Levy intervista il giornalista Stefano Lamorgese (Report, vicepresidente Amici di Roberto Morione). La conversazione parte dal recente attentato alla bomba contro il direttore di Report, Sigfrido Ranucci, per poi esplorare le condizioni attuali del giornalismo in Italia. Vengono descritti i pericoli concreti per i giornalisti (minacce, omicidi, querelle legali), il calo della libertà di stampa evidenziato dal ranking di Reporters Without Frontiers (dal 41° al 49° posto dal 2022 al 2024) e le pratiche legali di pressione (SLAPP, querela). Si discute della Costituzione (art. 21) e dei limiti legali, del ruolo del premio Amici di Roberto Morione per giovani investigatori, e della struttura del "triangolo della democrazia" (potere, informazione, opinione pubblica) citata da Ezio Mauro. Lamorgese analizza l’influenza dei grandi gruppi mediatici (Fininvest/Berlusconi) sul panorama informativo, la trasformazione digitale, la perdita di stampa cartacea, il click‑bait e la superficialità dei contenuti, e la necessità di un finanziamento pubblico per garantire un giornalismo indipendente. Il dialogo si chiude con riflessioni filosofiche sulla verità (processuale vs assoluta), l’importanza dell’educazione ai media per i giovani e un appello a rafforzare la democrazia attraverso un giornalismo serio e sostenuto.
Chapters
Eccoci qua, siamo live, Ste. Ecco, buonasera a tutti e viva! Buonasera a tutti e bentrovati su Stream Sofia, il giovanissimo canale streaming di Vivere Filosofare. E questa sera abbiamo come nostro graditissimo ospite Stefano Lamorgese da Mondavio, vero Ste, dal tuo collegamento?
Sono da casa mia a Mondavio nelle Marche.
Delle Marche, paesino originario anche mio, infatti ci siamo conosciuti anni fa insieme.
Molti anni fa.
Vero, le chiacchierate, ricordo ancora le chiacchierate nel tuo studiolo con tutti quei splendidi libri, una libreria bellissima fatta con le tue mani.
Eh sì.
E quindi veramente è particolare ritrovarsi a livello, come dire, no, così con questa mediazione digitale su vastissima scala perché vediamo le masse oceaniche che ci ascoltano questa sera.
Eh immagino. Immagino.
Molto bello, sono veramente contento. E quindi, e quindi ecco, appunto, carissimo amico Stefano, membro anche della nostra comunità filosofica e giornalista della redazione di Report e vicepresidente dell'associazione Amici di Roberto Morione, che promuove dal 2011 il premio giornalistico omonimo dedicato agli under 30 sul giornalismo d'inchiesta. Vero, Ste?
Esattamente, esattamente. Giornalismo d'inchiesta under 30, ecco, un premio che è nato alla morte di Roberto Morrione, che è stato a lungo un importantissimo giornalista del servizio pubblico della RAI. E quando lui morì prematuramente, insomma, morì a 69 anni in piena attività, decidemmo con un gruppo di amici di dar vita a questa associazione, e quindi a un premio rivolto ai più giovani. È un premio particolare, lo dico molto brevemente, perché non premiamo dei prodotti ma premiamo dei progetti. Ovvero noi apriamo il nostro bando, stiamo per aprire il bando nuovo per l'edizione 2026, esclusivamente a chi non ha compiuto ancora 30 anni, e chiediamo ai candidati di inviarci dei progetti d'inchiesta studiati, approfonditi, lavorati, per carità, però dei progetti su carta, non dei prodotti già realizzati. Ed è l'unico premio in Italia, forse in Europa, che ha scelto di premiare le idee piuttosto che già delle capacità dimostrate sul campo. Questo permette a moltissimi che non hanno mai fatto questo mestiere di avvicinarsi in termini produttivi e con gli strumenti del lavoro in mano, perché noi gli diamo anche, oltre che del denaro, 5.000 euro per ogni progetto che viene selezionato, gli diamo anche un tutoraggio tecnico, giornalistico, legale e così via. E quindi abbiamo fatto in 14 anni, quest'anno a Torino a fine ottobre abbiamo celebrato la fine della 14ª edizione, E abbiamo prodotto 57, 56 inchieste diverse, finanziate da noi, realizzate dai nostri ragazzi, li chiamiamo così, molti dei quali sono diventati giornalisti a tutti gli effetti.
A dimostrazione appunto come anche progetti di questo tipo possono promuovere il giornalismo d'inchiesta intanto anche prima, e questo in qualche modo già ci introduce all'argomento di questa serata, il giornalismo oggi nelle sue varie sfaccettature, nella, anche, forse necessità di comprendere anche da cittadini comuni, non necessariamente da giornalisti, questa è l'ottica con cui oggi facciamo la puntata, per chiunque abbia a cuore il tema della democrazia in un contesto della società complessa contemporanea che quindi ha nel giornalismo, eventualmente anche nella critica o nella crisi nelle problematiche connesse alla vita giornalistica un elemento centrale. Comunque, e io ti ringrazio veramente per essere qui, anche perché si tratta inevitabilmente, sappiamo, di un periodo non semplice per parlare di giornalismo. Sei membro della redazione di Report e praticamente questione di pochi giorni, un mese fa, l'attentato al direttore Sigfrido Ranucci. E quindi magari in questo incontro possiamo anche partire da qui e poi recuperare anche il tema poi del giornalismo d'inchiesta, perché effettivamente è nelle cronache di oggi, però in realtà si tratta proprio di una modalità di fare giornalismo, anche forse di un certo rapporto nei confronti del potere che chiede di essere compreso. E forse magari, ecco, a partire, io ti chiederei magari una tua testimonianza esistenziale della vicenda poi di allargare il discorso al filosofico. Tre paroline, diciamo, filosofiche: libertà, verità, democrazia. Sono tre paroline che hanno una pregnanza politica, sociale e anche una loro dimensione filosofica. Noi che su Vivere e Filosofare cerchiamo sempre di coniugare il filosofico e l'esistenziale, effettivamente cerchiamo non soltanto di parlare di filosofia, ma di approcciare filosoficamente i temi della società, della realtà. Dell'esistenza umana in generale. Quindi io comincerei proprio da qui, magari da questo piccolo inquadramento esistenziale, se sei d'accordo.
Questo è molto apprezzabile. Allora, perché non suoni insincero o così disfunzionale ai nostri fini, vorrei iscrivere l'episodio che ha riguardato Silfrido Ranucci, che è un collega amico Federico, quale che conosco da 35 anni, con quale cominciamo insieme a lavorare al TG3 di Sandro Guzzi nel 1991, '90-'91. Bene, vorrei iscrivere però il fenomeno, l'episodio gravissimo della bomba davanti a casa sua ad Aprilia, a Pomezia, anche dentro un contesto un po' più generale. Siamo abbiamo celebrato adesso tutti quanti in toni diversi e con motivazioni diverse il secondo anniversario del 7 ottobre 2023, che ha portato poi all'attacco israeliano a Gaza, l'Iran, Qatar, eccetera eccetera, la grande strage di Gaza. E in quel contesto specifico, in quel quadrante microscopico che è Gaza, sono stati ammazzati quasi 300 operatori dell'informazione ammazzati. Non minacciati, ammazzati. È il teatro bellico, diciamo, di— e quindi anche di lavoro giornalistico in assoluto più mortifero e letale mai registrato nella storia umana. In 2 anni, 300 colleghi, operatori, cameraman, giornalisti, cronisti, analisti, sono stati 300, più di 300 i morti, quasi tutti palestinesi, nel 99% dei casi. Perché? Perché quel teatro di guerra era chiuso a chiunque volesse generare informazione da lì. Non potevamo entrare, non ci facevano entrare. Per arrivare a Gaza, spiegare più dettagliatamente nello specifico, bisogna arrivare comunque o in Giordania e quindi in Israele attraverso un valico di frontiera, o direttamente in Israele e poi recarsi verso i valichi della striscia di Gaza. Bene, questo non era consentito, non è stato consentito, tuttora è difficilissimamente consentito agli operatori dell'informazione internazionale. Pertanto le vittime ovviamente sono state tutte palestinesi, come tutte le altre vittime che non facevano i giornalisti: medici, infermieri, professori, gente, bambini, vecchi, donne e così via. Abbiamo assistito a tutto questo. Ecco, dentro questo contesto macro, che non vado adesso ad approfondire, è successa anche questa cosa tremenda. Contro Sigfrido Ranucci, che è un giornalista che vive sotto scorta da tantissimi anni. Perché purtroppo sono tanti i giornalisti che vivono sotto scorta in Italia, non c'è soltanto lui. Perché? Perché fare questo mestiere in Italia, soprattutto se si fa giornalismo d'inchiesta, e soprattutto se si, si lo si fa senza mostrare eccessivo timore reverenziale nei confronti di ogni forma di potere, che sia quello politico, sia quello economico, che sia quello che governa i territori come fanno le mafie. Sappiamo che in Italia si rischia la vita. Potremmo citare, potremmo citare Peppino Impastato, potremmo citare Siani, potremmo citare De Mauro tanti anni prima, il fratello di Tullio De Mauro, che fu appunto una delle tante morte bianche motivate da opposizione alla mafia, o chissà. Comunque sono tutti cold case mai risolti. Quindi questo mestiere per certi aspetti pericoloso, non voglio enfatizzare questo aspetto, però sicuramente pericoloso se lo si fa secondo questi criteri. È certamente, certamente un mestiere che ti pone di fronte a delle scelte, delle scelte come quelle che facciamo al report. Sicuramente non ci fanno, non generano amici. Anzi, lo vedremo più avanti, ontologicamente il giornalista è uno che lavora in squadra ma lavora da solo, perché comunque troppi sono gli interessi che si possono andare a toccare, i piedi che si possono pestare. È molto sgradevole questo fatto, perché in fin dei conti c'è una differenza di registro abissale, abnorme, tra chi usa le immagini, le parole, i documenti anche per attaccare, magari anche malevolmente qualcuno, cosa che qualche volta facciamo, non immotivatamente, malevolmente dico, quindi con un po' di cattiveria lo facciamo, però usiamo le parole, le immagini, i documenti. Se cominci a usare le bombe stai cambiando registro e questo cambiamento di registro va perdonami Federico Levy, la tautologia, va registrato come un segnale di grave sofferenza, non solo della professione, della professione giornalistica, dell'esercizio della professione giornalistica, ma dell'intera convivenza democratica del nostro Paese. Perché non il giornalismo, ma l'informazione è un diritto, e siccome il giornalismo è la traduzione professionale in via pratica e di comunicazione dell'informazione come diritto, andare a ledere i diritti di chi fa giornalista significa ledere più genericamente i diritti a essere informati di tutti i cittadini. Poi, siccome possiamo andare in edicola, abbiamo il telecomando, abbiamo internet, possiamo sceglierci la fonte che vogliamo, possiamo anche credere di essere in grado di poter discriminare Però di fatto, se qualcuno non ci fa discriminare, mira un operatore dell'istituzione, gli spara, lo fa saltare per aria, è chiaro che siamo tutti meno liberi, no? Ora, senza andare a fare chissà quale discorso sulla vittimizzazione dei singoli, però c'è un problema di struttura qua, che è testimoniato sia dalla nostra storia più o meno recente, anzi ormai nemmeno tanto recente, anche dalle classifiche che ci pongono in posizione irriguardosa per la Repubblica nata dalla Resistenza e veramente umiliante. Il rapporto di Reporters Without Frontiers che è stato pubblicato a fine aprile del 2025 pone l'Italia al 49° posto della classifica mondiale per i tratti generici della libertà dell'esercizio della professione giornalistica. Ripeto, non è una rivendicazione di tipo meramente professionale, ma una rivendicazione professionale che si iscrive all'interno di una tutela dei diritti di tiene a essere informato.
Qua si pone in effetti sul problema della libertà, hai toccato diversi aspetti, diverse parole anche proprio del giornalismo, appunto informazione, inchiesta, stampa, cioè la libertà. Si parla libertà del giornalismo, anche c'è giornalismo e c'è giornalismo, ma anche verrebbe da dire c'è libertà e libertà. Quindi quando ad esempio si studiano e si rivendicano, perché il governo ha rivendicato, mi pare Meloni, poco prima tra l'altro dell'attentato a Ranucci. Il fatto che comunque apparentemente, poi evidentemente forse no, ecco, ne parlavamo prima, poco prima di cominciare, forse nemmeno quello, ma sembrava che comunque ci fosse negli ultimi anni un miglioramento, se non altro relativo, alla classifica stilata da Reporters Without Frontiers.
Sono 3 anni che caliamo, siamo passati dal 41° al 46° al 49° posto rispettivamente il 2022, '23, '24.
Quindi questo è comunque un calo. Ma poi la cosa interessante che a cui stavamo parlando prima, che effettivamente potrebbe essere sottolineata, è che al di là del dato aggregato della classifica dove ci collochiamo, andrebbe un po' anche analizzato nelle sue componenti, giusto?
Beh, allora, noi non possiamo dimenticare, siamo nel 2025, siamo in Italia, nella Repubblica Italiana, che ancora si regge dal punto di vista della sua, delle sue regole fondamentali su il testo della Costituzione che fu promulgata nel 1948. Quindi sono passati 52 più 25, fa 77 anni dalla Costituzione italiana. Nella Costituzione italiana c'è un articolo, l'articolo 21, che dice, recita che la libertà d'espressione di parola sono diritti inviolabili del cittadino. Allora, che vuol dire sta cosa? Io non voglio banalizzarla, però significa che tu ed io siamo liberi di parlare qui e che nessuno, nessuno ci può impedire di parlare liberamente di ciò che vogliamo, come vogliamo. Esistono dei limiti di legge perché stiamo parlando a molti, cioè stiamo parlando, siamo io e te Stiamo parlando, comunicando il nostro pensiero. Dobbiamo quindi essere rispettosi dei criteri di verità, cioè non possiamo inventarci storie che riguardano dei singoli individui, delle persone fisiche, degli altri cittadini, che non siano comprovate, che non siano aderenti almeno alla verità che siamo stati capaci di scoprire. E con questa accusa infatti di non dire la verità, anzi di camuffare la verità, che vengono portate avanti, praticate tantissime iniziative che oggi si chiamano genericamente con un anglicismo piuttosto carino, che si chiama SLAPP, ovvero una strategic lawsuit against public participation, quindi è un'azione legale contro chi esercita il diritto ad informare e alla pratica giornalistica Perché si assume l'idea, si fa propria l'idea e si porta avanti al tribunale che chi ha detto quella cosa, scritto quell'altra cosa, ha mostrato quell'altra cosa su quella persona ha detto una falsità. Bene, si chiama querela. La querela di parte è— adesso voglio, entro un po' nel tecnico, ma sono 3 nozioni. Le slap sono azioni legali contro la partecipazione, quindi l'informazione come funziona della partecipazione. Primo. Poi c'è l'articolo 120 del codice penale che riguarda il diritto di querela e che stabilisce che la persona che si sente offesa da un reato non perseguibile d'ufficio, cioè che è arrivato alle orecchie di un pubblico ministero che ha aperto un'istruttoria, che quindi fa il processo, ha il diritto di sporgere querela. Bene, io faccio un servizio su Federico Levy, che mettiamo sia un titolare di una società che fa prospezioni petrolifere e dico Federico Levy è uno che sta corrompendo l'autorità di controllo perché vuole guadagnarci sopra molti miliardi. Se lo dico senza avere dei documenti che lo comprovino posso essere condannato da Federico che dice: no, ti querelo perché mi hai offeso, hai detto il falso. Ma se poi andiamo a vedere quante di queste querele vengono sporte, portate davanti al tribunale, e immediatamente archiviate, ovvero il 99,7%, che cosa impariamo? Impariamo che la querela è uno strumento per minacciare chi fa informazione, non è uno strumento per stabilire la verità, altrimenti sarebbero tanti i condannati. Invece parliamo del caso di Report in particolare. Noi abbiamo, abbiamo accumulato negli anni querele per 1 miliardo e 200 milioni di euro. Bene, in tutta quanta la storia di Report abbiamo pagato una volta sola 35.000 euro, 33.000 euro, perché avevamo usato una fotografia senza l'autorizzazione del fotografato. Però 33.000 euro contro 1 miliardo e 200 milioni richiesti, direi che è un buon successo e una buona garanzia della nostra almeno cura professionale. Detto questo, ci sarebbe il modo per garantire a chi fa informazione di sentirsi tutelato anche dalla legge sulle querele. Basterebbe introdurre cosa che molti chiedono, l'Ordine dei giornalisti, la Federazione Nazionale della Stampa, che è il sindacato dei giornalisti, chiede da molti anni, ovvero: Federico, tu mi quereli per 5, mi chiedi 5 milioni di euro di danni, bene, se il giudice archivia o se io vengo assolto li paghi tu, che mi hai, che mi hai, o almeno ne paghi una parte proporzionale a quello che mi avevi chiesto come danno. E a quel punto fare una querela diventa costoso, perché adesso non costa niente. Faccio scrivere una lettera da avvocato, mi costa 100 euro e io ho fatto la querela. Se mi va bene, prendo i soldi da chi secondo me mi ha diffamato. Se mi va male, non prendo, non succede niente. Se invece fossi chiamato a essere corresponsabile, ovvero mi hai chiamato in giudizio, mi hai fatto giudicare, Ma hai fatto portare delle carte, ma perdi, allora tu mi hai querelato, ma hai perso e mi paghi tu. Allora, in questo caso le querele quasi scomparirebbero, ne sono certo. Allora, che vuol dire però? Questo è un altro tassello del sistema di controllo. Noi facciamo informazione, fare informazione significa anche, non soltanto, ma anche svelare gli altarini, cioè raccontare storie che stanno dietro la facciata, raccontare affari, raccontare interessi, raccontare connessioni e diciamo convergenze particolari di azione sia politica che economica. Noi lo raccontiamo, lo raccontiamo perché ci sembra che quando il cittadino è chiamato a votare debba essere informato, quando è chiamato ad agire, ad affermarsi come cittadino libero debba essere informato, perché solo da informato può essere in grado di esercitare delle scelte consapevoli. Ebbene, Se qualcuno si lamenta di questo e fa di tutto perché io non garantisco, noi non garantiamo ai cittadini di esercitare consapevolmente il proprio diritto a crearsi un'opinione, quindi infine anche a votare, vuol dire che c'è qualcosa da nascondere. Tutto qua, tutto qua. Chiaro che è sgradevole, è chiaro che non siamo simpatici a nessuno, e ci mancherebbe, è normale questo. Perché però, se non voglio dire paura non fa male, non fare paura non avere, però obiettivamente Spesso e volentieri noi ci scontriamo anche con tutta una serie di pratiche opache che rendono difficile. Faccio un esempio, guarda, faccio un esempio perché secondo me è più semplice. Se io chiedo con una richiesta pubblica di accesso agli atti a un'autorità tedesca o francese i documenti relativi a una decisione amministrativa, politica, economica, non lo so, Chiedo al sindaco di una città francese o tedesca di darmi i documenti relativi alla decisione della sua giunta, io nel giro di una settimana ho i documenti in PDF testuale che posso leggere o far leggere a un consulente, oppure leggere attraverso un OCR, quindi gli strumenti informatici di catalogazione. Se lo chiedo a un'autorità italiana, intanto devo chiederglielo 3 volte, magari anche 4, forse anche 5. Ma se lo ottengo, ottengo un PDF fotografico che non mi permette la ricerca testuale all'interno, me lo devo leggere tutto, devo fare l'OCR io e così via. Che vuol dire questo? Che c'è sprezzo nei confronti della funzione democratica esercitata da chi fa informazione, anche se la legge mi tutela, anche se la legge dice Tu Stefano Lamorgese puoi fare la richiesta di accesso agli atti, puoi chiedere a questa autorità, a questa istituzione, a questo ente di farti vedere le carte. Però intanto nessuno è tenuto a rispondere subito perché non gliene frega niente. Secondo, siccome più è opaco più ci sono possibilità di manovra, io ti do un documento il meno leggibile possibile, questa è mancanza di rispetto. Ma non di Stefano Lamorgese, di Federico Levy, di Silvio Ranucci. Mancanza di rispetto per la funzione democratica che chi fa il lavoro del giornalista esercita. Intendiamoci, non è che noi siamo esenti da colpe o esenti da responsabilità. La responsabilità è enorme, le colpe sono altrettanto grandi. Ciò non esime nessuno dallo svolgere correttamente la propria funzione.
A tal proposito, stavo pensando proprio Perché si riflette sul tema della libertà del giornalismo in tutte le sue articolazioni come elemento fondamentale poi alla fine della libertà del cittadino. Perché se il cittadino non può vivere in un contesto dove comunque il sistema dell'informazione, con tutti i suoi pro e contro, anche per carità, con tutte le cose, le critiche possibili che si può— però se il contesto non facilita, non garantisce la libertà d'azione del giornalista, di fatto chi a non essere libero non è soltanto il giornalista, sono i cittadini. Siamo noi cittadini comuni. Se io leggo un giornale di cui non riesco Riesco nemmeno di principio in qualche modo ad affidarmi, perché so che dietro il lavoro di quel giornalista c'è la capacità di una compagine di cercare la verità, di andare contro al potere, di una certa indipendenza proprio di azione, anche parziale, anche in qualche modo ovviamente uno dice, poi c'è il grande tema della verità, è chiaro, uno legge sui giornali che cosa devo pensare oggi? Ovviamente no, ci sono tutta una serie magari anche di difficoltà che mediano, diciamo, tra la realtà e la narrazione che avviene della realtà. Ma io, se io percepisco, e secondo me in questo paese c'è un tema di fiducia enorme, se io percepisco che apro un giornale, in qualche modo mi arriva prima l'odore della faziosità che proprio l'informazione che in qualche modo io cerco di reperire, C'è proprio un problema a monte del rapporto tra cittadini e giornalisti, che in realtà è minato forse da un problema di rapporto tra il mondo del giornalismo in generale, la politica, l'intellettuale, anche giuridica. Prima facevi riferimento, senza entrare adesso nelle tecnicalità che non possiamo, piuttosto Stefano, da questo punto di vista, dopo l'evento oggettivamente comunque storicamente molto rilevante, Milena Gabanelli osservava per esempio che erano almeno 30 anni che non avveniva un attentato a un giornalista di portata come quello avvenuto a Sigfrido Ranucci. Quindi qua si pone tutto un tema, diciamo, da un lato della comprensione della novità, diciamo, della, dell'emergenza del presente, che però si lega a un tema anche della ricorsività, in qualche modo, della violenza nei confronti dei giornalisti. Perché se sono 30 anni che non avviene qualcosa, contemporaneamente significa che per 30 anni questa cosa non era avvenuta, ma che 30 anni fa questa cosa anche avveniva. Quindi questo paese ancora, come dire, è come se ritornasse un problema, e forse perché si è esacerbato, mai del tutto risolto. Ecco, qui poi si aprirebbe tutta una questione storica su cui, se voglia dire qualcosa, volentieri. Prima però vorrei, se sei d'accordo, leggere, a beneficio anche di chi ci sta ascoltando, un estratto da un articolo di Repubblica che ben, secondo me, potrebbe fare, come dire, da contesto per questa nostra riflessione sul tema della democrazia Vabbè, lo leggo, lo metto, lo metto qua e lo leggiamo. Eccolo qui. Quindi dice, questo è tratto dall'articolo La Bomba: il potere del giornalismo, di articolo di Ezio Mauro, dalla Repubblica del 19 ottobre 2025. Dice: anche se non si vede a occhio nudo, c'è un sistema che governa il reciproco scambio continuo tra il palazzo e la piazza. Un sistema che consente ai cittadini di uscire dalla loro dimensione privata per affacciarsi alla sfera pubblica, dove si prendono le decisioni che riguardano la collettività. È il triangolo, il sistema formato dal potere, dall'informazione, dalla pubblica opinione. È un meccanismo che non è disciplinato da nessuna norma in sé, ma che è fondamentale per il funzionamento della democrazia, perché regola la libertà consapevole e responsabile di una società. Potremmo dire che la sua disciplina sta nella coscienza del sistema. E allora domandiamoci: a che punto è questa consapevolezza democratica oggi, in un paese in cui la minaccia alla libertà di informazione torna a esplodere con la violenza di un ordigno?
Belle parole quelle di Ezio Mauro. Tra l'altro coglie, diciamo elegantemente, il nesso che c'è tra l'esercizio della professione giornalistica e quindi, lo ripeto, la traduzione degli eventi, dei fenomeni in notizie che poi vengono diffuse, e la funzione che questo svolge, questo sistema, questo meccanismo svolge nel contribuire a creare un'opinione, l'opinione pubblica, cioè a dare sostanza ai processi che costituiscono, che poi permettono la costruzione delle opinioni. E la sostanza è esattamente quella che dice Ezio Mauro: un triangolo formato dal potere, dell'informazione, della pubblica opinione. La informazione è di fatto il veicolo, il altro lavoro che mettere in comunicazione questi due e queste altre due entità. Non a caso, nei tempi recenti, proprio la mediazione tra la realtà, che può essere un incidente stradale ma anche la finanziaria del governo, tra la realtà e la forma di processo di informazione della pubblica opinione, è bypassato molto volentieri dai politici italiani. Che preferiscono, piuttosto che sottoporsi a una sfilza di domande di giornalisti amici e nemici, vicini alle loro posizioni o lontani dalle loro posizioni, utilizzare i social, per esempio, per comunicare da uno a molti la propria verità, il proprio messaggio, indipendentemente da qualsiasi forma di mediazione che invece in una democrazia matura dovrebbe essere esercitata da chi quel mestiere lo fa, cioè da noi giornalisti. Infatti Infatti è stucchevole per me constatarlo e vederlo in tante nostre inchieste, anche di report. Il nostro collega che con la telecamera e microfono insegue un giornalista e dice: no, detto che con voi non ci parla. Ma abbiamo chiesto 3, 4, 5, 10 volte un'intervista, almeno una dichiarazione. No, con voi. E che cosa dicono? Buon lavoro. La cosa è: buon lavoro, buon lavoro, buon lavoro, buon lavoro, buon lavoro. E il nostro lavoro invece è proprio quello di fare domande. Tu mi stai dicendo buon lavoro nel momento stesso in cui mi impedisci di esercitare. La mia libertà di farlo. Detto questo, dobbiamo fare un passo indietro, perché è vero che torna a esplodere con la violenza di un ordigno, però, ed è un fatto raccapricciante che fa paura e che ha impressionato tutti noi, non solo quelli che noi, come noi, come me, che lavoriamo lì dentro, ma tutti noi che lavoriamo nell'informazione. Però non ci dimentichiamo un fatto: che la Repubblica Italiana costituisce, ha costituito in tutta la seconda metà del '900, per altri motivi anche nella prima, ma non stiamo a rispolverarli, una vera anomalia. Mi spiego meglio. A lungo in Italia c'è stato il più grande partito comunista dell'Occidente, ed è stato vero, era il partito di Togliatti, di Longo, di di Berlinguer, e poi ovviamente di Occhetto fino alla dissoluzione. In Italia c'è stato un duopolio tra cattolici e comunisti che sulla carta avrebbero dovuto essere sempre in contrasto, che invece nei decenni ha trovato una soluzione di mediazione, non solo sognando il famoso compromesso storico, ma anche recependo all'interno dell'azione di governo, benché i principali vettori fossero all'esterno della maggioranza di governo, attraverso le decisioni degli esecutivi si è compiuto un passo enorme in avanti per la conquista dei diritti, per la conquista dei diritti dei lavoratori e dei cittadini italiani. Quindi in realtà non è stato un rapporto— sì, anomalo per tanti versi rispetto a tante altre realtà europee e occidentali, però anche proficuo, anche ha portato molti frutti, buoni o cattivi, ma ha portato molti frutti. Ma quell'anomalia, che non va ristretta esclusivamente al campo della scansione e rappresentanza politica, si è poi, diciamo, riaffermata in altre forme, creando dei veri— posso dirlo— dei veri mostri dal punto di vista giuridico. Voi, non so chi ci stia ascoltando adesso, però Federico, tu ricordi che tu eri un po' giovane, ma quando nel '93-'94 si affermò per la prima volta sulla scena politica in modo esplicito il partito di Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi, e a quel tempo il Popolo della Libertà, la Casa della Libertà, non fu un fatto meramente interno ai meccanismi politici. Ma parliamo di informazione, io parlo da uno che fa per mestiere il giornalista. Avvenne per la prima volta che il proprietario editore di uno dei due principali blocchi del sistema dei media italiani, ovvero a quel tempo si chiamava Fininvest, entrasse— lui disse scese in campo— entrasse nel campo di gioco Non come uno che svolgeva una funzione esterna, come nel sistema dei media capita sempre, ma una funzione interna, principalmente politica. Quanti, quante volte negli ultimi 35 anni si è parlato di conflitto di interessi? Quante volte si è parlato di indebita sovrapposizione dagli interessi dell'imprenditore e l'interesse del politico? Viviamo ancora nella medesima situazione anche a distanza di 2 anni dalla morte di Silvio Berlusconi, perché poi alla fine il blocco è rimasto quello. Che cosa vuol dire? Che un attore dei 2 principali del sistema dei media, sia nell'intrattenimento che nell'informazione, era diventato un giocatore, quindi sovrapponendo la funzione di mediazione, quella di cui parlava Ezio Mauro, cioè uno dei 3 vertici del triangolo: potere, informazione pubblica, opinione. Era diventato anche potere politico in questo caso. Quindi è un triangolo deformato, cui 2 angoli che di fatto— noi sappiamo che ci sono delle regole di massima nella geometria euclidea, che sappiamo che meno di 3 angoli interni un triangolo non può averne, nemmeno di più non sarebbe un triangolo. Ma 3 ce ne deve avere. Bene, questo triangolo di cui parla nell'articolo del 19 ottobre, zio Mauro, di cui ha parlato Mauro nell'articolo su Repubblica, è un triangolo che gli manca un angolo, o meglio, c'ha 2 angoli, 2 angoli sovrapposti. Questa è un'anomalia non solo nella geometria euclidea, è un'anomalia in assoluto. Perché se parliamo di istituzioni, se parliamo di istituzioni, sappiamo che le istituzioni dovrebbero, nel migliore dei mondi possibili, giovarsi del controllo dell'informazione, perché se non se ne giovano, anzi lo rifuggono come capita oggi, finisce per diventare tutto opaco, non si sa più di chi è la colpa e la responsabilità. Questo diminuisce la qualità, depaupera, avvilisce la qualità della nostra vita democratica. Questo è successo già 35 anni fa, per la precisione ufficialmente nel '93, ma succedeva anche prima. Ma prima tutto sommato era, se lo ricordiamo, gli anni '80, gli anni dell'ascesa e poi del crollo del socialismo craxiano, ovvero del Partito Socialista Italiano. Che cosa accadde? Che il gruppo Fininvest, ovvero il gruppo di Berlusconi, si giovò della contiguità con il Partito Socialista e viceversa, creando un assetto anche simbolico dentro il dibattito pubblico italiano, che di fatto poi portò a vivere in una maniera tragica, tragicomica in alcuni casi, il periodo di Mani Pulite. Se ci ricordiamo della magistratura che arrestava i politici, e poi fece sbocciare questa grande anomalia del partito televisivo. Bene, siamo ancora allo stesso punto. Tanti anni sono passati, una legge specifica sul conflitto di interessi non è mai stata fatta. Tra le tante anomalie che dobbiamo, siamo costretti a registrare nel sistema dei media, nel rapporto tra i media e il potere, non ci sono purtroppo, per fortuna, soltanto le bombe gravissime, ma questo dismorfismo della struttura del nostro sistema dei media, che è veramente un unicum nel panorama dell'Europa occidentale. L'abbiamo visto recentemente, abbiamo visto recentemente, c'è stata una causa, o annunciata una causa, contro la BBC, British Broadcasting Company, cioè la TV pubblica britannica, perché affidatasi a una società esterna per la produzione di un documento di ordine giornalistico. Questo documento si è rivelato falsato, artificioso, artefatto, e ha generato una causa da parte, una minaccia di causa da parte di del presidente degli Stati Uniti. Ora torniamo alle cause temerarie. La cosa è andata in onda, sembra essere stata certificata come una cosa non correttissima. Ma dove si è mai visto che un capo di stato di un paese straniero faccia una causa civile contro la TV pubblica di una democrazia? Che vuol dire questo? Quello che diceva prima Mauro, Ezio Mauro, è una legge non scritta, è una Non c'è una formula, è un meccanismo che non è disciplinato da nessuna norma, ma che è fondamentale per il funzionamento della democrazia, ovvero tutti possiamo esagerare e Trump è abituato a esagerare quotidianamente, ma queste esagerazioni fanno anche parte del gioco, ovvero del reciproco riconoscimento tra le parti che giocano un ruolo in questa vasta partita. Che è la società dello Stato liberale. Ebbene, se il presidente di un paese straniero fa causa alla TV pubblica di un paese tra l'altro alleato, che cosa vuol dire? Vuol dire che la funzione esercitata dalla British Broadcasting Corporation, che è la BBC, la più prestigiosa TV pubblica europea, quella funzione che di solito esercita, con tante cadute, con tanti dubbi, per carità non è perfetta, nessuno Qui è perfetto, rivendica perfezione. Però di fatto quella funzione che può esercitare, che ha esercitato, che dovrebbe continuare a esercitare liberamente, viene minacciata. Il meccanismo è lo stesso delle guerrelle temerarie dell'assessore ai lavori pubblici di una provincia, di una regione o di un piccolo comune che si è fatto, scusate il francesismo, olio del culo, cioè si è fatto, si è arrabbiato perché un giornalista ha raccontato che ha fatto fare un contratto magari al nipote, a nipote o a qualcun Bene, questo aspetto che vedi congiunge panorami diversi, contesti diversi, BBC e Trump, Report e la bomba, Ezio Mauro, le sue riflessioni dimostrano secondo me che il problema messo in evidenza dalla classifica clamorosa di Reporter San Frontiero non è una questione di lana caprina, ma è una vera e propria minaccia che mina alla— non voglio evocare la bomba, però simbolicamente, metaforicamente mina tutto il tessuto sociale di convivenza sociale che di fatto si fonda sulla condivisione di alcuni principi anche non scritti e quindi fa malfunzionare tutti i soggetti chiamati ad operare all'interno.
Infatti ti ringrazio perché grazie alla sintesi che stai facendo stai effettivamente mostrando come il problema poi Adesso l'attenzione mediatica è molto legata a ciò che è avvenuto, appunto abbiamo fatto proprio la premessa sulla veramente gravità dell'evento, ma quell'evento emerge sempre in un contesto, un contesto che, in questo mi piace molto l'articolo, insomma le parole di Ezio Mauro, non si vede a occhio nudo. Bisogna esercitare in questo, mi sento di dire un attimo, pensando anche al progetto di Vivere e Filosofare, uno sguardo filosofico. Che significa in questo senso? Uno sguardo, sembrerebbe assurdo, ma metafisico, cioè la capacità di andare oltre gli eventi empirici per capire il contesto sovraempirico in cui questi eventi diventano possibili. Quindi l'evento dell'attentato Ranucci, l'evento anche di queste querele, le querele intimidatorie, viceversa mi verrebbe da dire la tendenza di un certo giornalismo al clickbait, per esempio, che è anche quello, oppure al sensazionalismo, a diciamo le due paroline, verrebbe da dire da un lato c'è la parolina querele intimidatorie e dall'altro macchina del fango, pure lì no? C'è anche un uso politico dell'informazione, che a un certo punto, magari anche prima, no, è il grande tema per cui magari di fronte anche alla possibilità effettivamente di una anomalia, di una disfunzionalità di un operatore pubblico, prima però di andare poi alla fine del processo, la verità, come dire, dei giornali sopravanza la verità processuale, intanto però produce degli effetti. Affetti verso quella personalità pubblica. Quindi è interessante perché anche l'articolo di Ezio Mauro e le tue parole, Stefano, ci fanno capire proprio appunto come il grande tema sia appunto il tema del triangolo. Cioè, il problema è che la nostra democrazia non è più equilidea. La somma degli angoli interni della nostra democrazia non fa più 180 gradi.
È un poligono improvvisamente aperto.
È un poligono aperto. Da questo punto di vista ho pensato anche— mi è capitato recentemente di parlare con un amico sui social, quindi era stato proprio così una, una si parlava appunto di opinione pubblica, di tendenza alla semplificazione, e mi ha colpito un suo commento sui social che adesso riporto sul niente, perché secondo me ben si lega al discorso che stiamo facendo. Perché lui diceva che alla fine poi il giornalismo non ha mai avuto nessuna missione civile, in realtà. Forse in qualche modo, anzi, lui addirittura diceva: guardo con tenerezza chi si indigna perché Smorinuncia la sua sacra missione civile. Non l'ha mai avuta, non c'è mai stata, è un mito. Giornali periodici, dice, telegiornali, siti di informazione hanno solo uno scopo finale: vendere copie e spazi pubblicitari. Quindi in questo senso, come dire, e questa mi ha colpito tantissimo, non ragionano in termini di servizi ma di beni. Hai bisogno di semplificazioni? Eccotene una ventina, 1 euro, grazie. E questo effettivamente la dice lunga sulla questione della democrazia oggi, no? È una sintesi efficace, forse ci dà proprio il senso.
È un po' sprezzante, però dice la verità, non è che dice una bugia. C'era una battuta una volta in ambito britannico, che forse era Orson Welles stesso che la riportava, quando gli fecero notare che era uscita una critica negativa a una sua opera su un giornale, e lui rispose citando qualcun altro di tanto tempo prima: in giornale, che è quella cosa che è stampata dietro la pubblicità. In effetti, in effetti è un po' così, voglio dire. Allora, noi viviamo nella società dell'immagine, dello spettacolo, d'accordo? Viviamo una società del mercato, tutto è merce, d'accordo? La verità stessa è una merce, a patto che chi fa il mio mestiere possa appropriarsene o raggiungerci, raggiungerla e toccarla con mano. Sappiamo che noi abbiamo per dovere professionale il tendere alla verità. Se vogliamo fare i filosofi, la verità non è né un oggetto né un fenomeno né altro. E sappiamo che se ci mettessimo in circolo tutti quanti questa parola verità, questo verum da cui la parola proviene, ci imbarazzerebbe enormemente. Perché che cos'è vero? Che cos'è vero? Quello che è vero per me o è vero per te? Ti ricordi quel bellissimo relativismo elegantissimo di Voltaire che, a proposito del concetto di bello, in una voce del Dizionario Filosofico scrisse: chiedete a un rospo, a un ranocchio, il concetto di bellezza. Per lui il toccalon, il bello vero in assoluto, sarà la gola gialla che si gonfia della sua ranocchia. E come fai a dire che dal suo punto di vista ciò non è bello? È bello, però non è bello per me, il che significa che il toccalon in termini assoluti non esiste. La verità è uguale, non esiste mai la verità. Esistono dei fatti, esistono degli attori Esistono dei fenomeni che hanno delle cause. Ecco, il giornalista che fa bene e onorevolmente il proprio mestiere fa esattamente questo: collega fenomeni, fatti, responsabilità, volontà e interessi, li mette in fila, li descrive con data, entità, nome, cognome, luogo e così via, e lì si ferma. Poi se qualcuno vuole fare una speculazione su questo e dire c'è una ragione ancora più indietro, E nessuno lo nega. Noi sappiamo che la filosofia è piena di concatenazioni causa-effetto, fino al primo motore immobile, voglio dire, fin dal pensiero classico antico. Pertanto non dobbiamo spaventarci del fatto che comunque proponiamo una lettura parziale. Il fatto che sia parziale non significa che non sia vera. Il fatto che sia almeno parzialmente vera è già un successo e un modo onorevole di comportarci e di svolgere il nostro lavoro. Però sgombriamo il campo su alcuni fenomeni. Voglio dire, è stata celebrata l'ultima udienza dell'ultimo processo per la strage di Bologna, 2 agosto 1980, nel 2025, 45 anni dopo, e sono state riconfermate le condanne dei processi precedenti, qualcun'altra è stata smussata. Di fatto però la verità processuale, la verità processuale ha dato conferma degli ultimi 15 anni, 20 anni di sentenze. Quindi a mettere la bomba sono stati Mambro e Fioravanti, a spalleggiarli sono stati i servizi deviati, e a collaborare con loro sono stati Tutta una pletora vastissima di neofascisti. Allora, questa è la verità processuale, ovvero i fatti, documenti, le testimonianze, gli incroci di date, di luoghi hanno dato questo. È la verità assoluta? No, la verità assoluta, per chi ci crede, ce l'ha solo l'Altissimo nella sua mente insondabile. Ma la verità processuale è una forma della verità, e noi come giornalisti quella raccontiamo. La verità che riusciamo comunque a toccare. È inutile dire, certo, certo, c'è l'aspetto commerciale. A volte, prima, poco prima che cominciassimo questa conversazione pubblica, ti mostravo un articolo uscito proprio oggi su un giornale sportivo di primo livello. Eccolo, eccolo, quello è Tuttosport. Dice: Conte esonerato, ora ufficiale, l'ex Juve va via, ma non solo, rivoluzione, tanti saluti anche il direttore sportivo. Siamo— la foto è quella di Antonio Conte, solo che anche quell'altro si chiama Conte. Stiamo parlando di una squadra di calcio di Serie C del Sorrento che ha licenziato il direttore sportivo Conte. Però, per fare qualche click in più, un giornale come Tuttosport, giornale juventino, giornale di Torino, di Torino, sportivo, terzo giornale sportivo d'Italia dopo Corriere dello Sport, Stadio e La Gazzetta, che primeggia ovviamente, però un giornale che vende le sue copie raggiunge raggiunge, utilizza questi mezzucci, mezzucci. Non dice una bugia, intendiamoci, c'è un Conte esonerato ed è vero che un ex Juve, ma non è Antonio Conte quello della foto e non è un ex Juve perché era il natore della Juve, ma è un altro Conte che si chiama Mirko ed è un ex Juve perché aveva giocato, aveva anzi collaborato con la Juve Next Gen, l'Under 23. È un modo truffaldino di fare informazione questo. Truffaldino. È proprio un modo per generare click e quindi vendere più pubblicità. Ma questo non è onorevole, non è onorevole. Ecco, quindi bene hai fatto a mostrarla quell'immagine, perché secondo me intanto evangelicamente la trave nel nostro occhio dovremmo sempre tenerla presente prima di andare a guardare le pagliuzze eventuali negli occhi altrui. Ciò non toglie che è nostro diritto evidenziare le pagliuzze negli occhi altrui, ma non dobbiamo prendercela o fare gli offesi o lamentare chissà quale atto di lesa maestà se anche a noi fanno notare che come categoria facciamo mediamente schifo. Perché è così, perché è così. Ciò non toglie che anche tra di noi ci siano persone perbene, come Sigfrido Ranucci, come quelli che lavorano con me a Report. Non parlo di me, ma quelli che lavorano con me, che cerchiamo con tutti i nostri limiti di tirar fuori da questa melma continua con la quale abbiamo a che fare dei bricioli, delle certezze, di verità che contribuiscono, speriamo, a far sì che chi ci ascolta, ci guarda, ci vede e ci segue, di formarsi liberamente un'opinione un po' più corretta, più vicina alla verità, non corrispondente alla verità, ma più vicina alla verità. Noi dobbiamo essere consapevoli che c'è un enorme— e tu che sei filosofo lo sai meglio di me— c'è una barriera enorme tra i nostri meccanismi percettivi, la nostra intelligenza specifica e il vasto repertorio dei fenomeni dell'universo, che è appunto la nostra soggettività, che non è fatta soltanto del nostro carattere, del nostro temperamento, ma di tutta la nostra storia, delle parole che abbiamo già detto, delle immagini che abbiamo già usato, delle opinioni che abbiamo già espresso e che quindi contribuiscono spesso a non farci mettere a fuoco oggetti, soggetti e fenomeni che altri invece riescono a fare meglio di noi. Ciò non toglie che buona fede e buone prassi siano indispensabili e a volte le buone prassi portano qualcuno a credere che sia opportuno mettere una bomba sotto la nostra macchina.
E infatti questo, qui dal toccalona andiamo dritti alla bomba. È bellissima questa, la tua, sempre apprezzo la tua capacità poi di unire, di fare questi voli così, no? Riesci a prendere, a pescare dall'empirico all'ideale, poi tornare subito negli eventi. Proprio veramente giornalista, è proprio. Però ecco, appunto, queste cose che noi stiamo dicendo, a parte appunto la riflessione da cui siamo, da cui siamo partiti, secondo me, almeno a me dice di quanto proprio la professione del giornalismo e riflettere oggi sul giornalismo è un ottimo modo che noi abbiamo per riflettere sulla verità nella misura in cui noi con la verità possiamo fare qualcosa di buono o meno buono nella nostra società e quindi nella nostra vita. Perché tu giustamente hai detto poi alla fine la verità assoluta, giustamente distinguendo tra la verità, non so, verità processuale, verità come capacità di individuare dei fatti accertati, verità assoluta, ma anche come idea, il tipo. Allora, mi verrebbe da dire appunto che viviamo forse in un'epoca in cui se abbiamo la speranza di raddrizzare questo triangolo ormai non più euclideo, ce l'abbiamo se riusciamo intanto come cittadini a distinguere la stortura, cioè le distorsioni del gioco, dalle regole del gioco. Che è già un'operazione fondamentale questa, perché ovviamente le distorsioni ci sono, Ma ci sono anche nella misura in cui le cattive abitudini, i vizi si sono incancreniti e quindi avvengono fenomeni per cui la cattiva abitudine di un corno del triangolo si appoggia alla cattiva abitudine, diciamo così, al vizio dell'altro angolo. L'unica cosa che noi possiamo, e quindi per esempio citavi prima Trump, citavi altri personaggi, insomma che cosa incarnano loro? La loro pretesa che il loro comportamento sia in se stesso legittimo perché in qualche modo l'altra parte lo rende necessario. Allora noi dobbiamo scardinare questa logica, intanto con la nostra capacità di distinguere, sembrerebbe platonicamente, può sembrare assurdo, ma distinguere quindi i principi dalle condizioni di fatto. Le condizioni di fatto dicono di un giornalismo che per il clickbait addirittura arriva quindi a creare proprio una distorsione. E la notizia di cui sta parlando, benissimo, è evidente, no? Quindi questa è la condizione di fatto. Ma è proprio perché noi abbiamo un rapporto invece con una dimensione ideale di come questa democrazia dovrebbe essere che noi riusciamo ancora a riconoscere quella dimensione di fatto come una distorsione. Se noi perdiamo di vista questo, perdiamo di vista proprio quella epistemologia politica implicita che ci dice alla fine che ciò a cui noi stiamo assistendo è una distorsione del gioco della democrazia. Prima noi lo capiamo da cittadini, perché io alla fine sono anche interessato proprio a questo, anche con Zeitgeist, la radio filosofica, noi ci occupiamo un po' di notizie, non perché naturalmente giochiamo a fare i giornalisti, che noi non siamo, ma semplicemente per raccogliere, approfondire ciò che già il giornalismo fa di buono. Per esempio, già anche fare un buon setaccio di ciò che il giornalismo produce di buono e non perdere tempo con la mole sterminata di fumo negli occhi che invece proprio in virtù della necessità di vendere, di avere un click in più sui social, i giornali, pure giornali grandi testate, Repubblica, Il Fatto, non so, adesso sto dicendo questi nomi ma potrei dire tutti gli altri, La Verità, Libero, eccetera, tutti quanti sui social si trasformano nel peggiore dei blog. Se vai alla fine a leggere gli articoli magari compri le testate La qualità è scaduta anche lì, però c'è già almeno un altro livello.
Ma sai, allora, intanto noi viviamo un'epoca nella quale alcuni soggetti, alcuni oggetti tipici del sistema dell'informazione stanno scomparendo o sono del tutto scomparsi. Noi parliamo ancora come metonimia di stampa per parlare dell'informazione. Cosa dice la stampa? Se chiediamo, se io adesso sabato andrò a incontrare dei ragazzini della terza media di Mondavio, abbiamo organizzato un incontro sulla libertà di informazione e so che né loro né i loro genitori né i loro nonni hanno, nel 90% abbondante, per cento di casi, hanno mai comprato un giornale di carta e l'hanno sfogliato. Quindi siamo già sicuramente alla seconda generazione di totale disinteresse per l'informazione su carta stampata. Le abitudini però sono dure a morire e quindi noi ancora utilizziamo la parola stampa per alludere a tutto il sistema di informazione. Detto questo, questi cambiamenti vanno registrati. Ora, questi cambiamenti vanno registrati e ognuno di essi porta con sé alcuni aumenti e modifiche di abitudini, concettualizzazioni e prassi che vandrebbero poste sotto esame. Due notizie soltanto, due aspetti soltanto secondo me molto importanti. Il primo è il che si connette all'abitudine socioculturale di vivere per esempio sempre con un telefono in mano. Il tempo di lettura, ovvero il tempo di concentrazione, vale a scuola, vale con i libri, vale, è crollato. Negli ultimi 30-35 anni è veramente crollato. Non è un caso che i principali, quindi organi di stampa online, tra le informazioni principali che forniscono al lettore che apre una loro pagina, siano soliti ormai indicare anche la durata, il tempo di lettura del testo che è stato aperto, come se fosse importante tanto quanto il suo contenuto. Tempo di lettura, Quanto ti devo regalare del mio tempo per...? E quindi la discussione apertasi poco fa con l'opinione riportata dal tuo amico Federico Levy, ovvero: volete 20 semplificazioni? Eccole, 1 euro. Una semplificazione è anche una storia magari complessa ma raccontata con eccessiva stringatezza o brevità. Questa eccessiva stringatezza e brevità permette di ridurre il tempo di lettura. Quindi aumenta la PIL di un articolo che è stato aperto da un navigatore del web incauto. Ma la superficialità di cui parlava il tuo amico è anche un'altra, ovvero è frutto, un'altra, è anche motivata da altre ragioni, non soltanto quella dell'esigenza di ridurre il tempo di lettura, che anche lì potremmo aprire un enorme discorso che non faremo stasera. Ma è motivata anche dal fatto che chi produce questi pezzi, spesso e volentieri, chi produce questi pezzi è magari un giovane. Ne parlavamo poco fa, un mio ex allievo di tanti anni fa, un ragazzo siciliano di Termini Merese, un ragazzo bravissimo. Quando cominciò a collaborare, anzi gli fu offerta la collaborazione con una grande agenzia di stampa della quale non dirò il nome ma anche il cognome, che è l'Agenzia Italia, gli propose di fare cronista di cronaca giudiziaria a Palermo. Cronaca giudiziaria a Palermo, non proprio il cortile dell'Eden, pagandolo 1 euro a take. 1 euro a take, che è il lancio d'agenzia. Quindi mettiamo che seguisse un processo importante e che riuscisse a fare l'intervista a un avvocato, a un PM, a un imputato, a un testimone, che so io, mettiamo che riuscisse a produrre in una mattinata vissuta tutta in tribunale 4 take, avrebbe guadagnato 4. Allora, la superficialità funziona della brevità, la superficialità funziona dello sfruttamento. Come vedi, la verità di questo discorso giace, è nascosta, risiede anche in aspetti non noti al grande pubblico, ma che se noi portiamo la riflessione via via più vicina all'oggettività di questi fenomeni, noi ci accorgiamo che questa verità è urticante. È urticante.
Stanno cercando, allora forse Ci avviciniamo alla chiusura della nostra, perché abbiamo raggiunto l'ora, cioè che è niente in confronto a quanto siamo capaci di fare quando ci incontriamo a Mondaggio insieme.
Per carità, da dilettanti.
Però veramente no. Allora c'è intanto il commento di Francesca che ci sta vedendo. Sì, sto pensando a come suonerebbe l'online bellezza e tu non ci puoi fare niente niente. E la sua bellezza, vorrei dire però anche una cosa, un principio proprio di esistenzialismo pratico, il principio di responsabilità, cioè è vero, c'è una tendenza imperante, ma ognuno di noi come singoli può sempre a un certo punto scegliere quanto legge, cosa legge, come legge e anche decidere anche di investire, perché è anche giusto che, c'è un grandissimo tema, se tu non investi e non dai nemmeno tu il tuo eurino per le tue 20 simplificazioni, le semplificazioni diventano ancora più semplici, diventano trivialità. Quello online ormai è pieno, quindi riprendiamoci. Ad esempio, c'è stato un periodo in cui avevo un po' smesso di leggere i giornali, quelli, la stampa, diciamo, no? Appunto, il giornale stampato. E devo dire che proprio per mia esperienza personale, comunque, la mia capacità, che sono sempre comunque interessato al dibattito pubblico, però era scemata, inorganica, perché comunque il formato giornale che può anche essere, ovviamente non deve essere necessariamente stampato, può anche essere organizzato in maniera digitale, ma quell'organizzazione delle notizie, quella capacità anche del giornalista poi di elaborare queste notizie, quindi andare oltre anche i fatti brutti, diciamo, da ansa.it e cercare di dare anche una lettura del mondo. Magari poi leggendo uno dice, ne ravvisa anche i limiti, ma proprio quel processo per cui io ravviso i limiti di un'interpretazione dell'editoriale, magari ho voglia di approfondire di più, Quell'editoriale però comunque intanto mi permette di partire da qualcosa, mentre la frammentarietà, non parlo quindi dei blog specializzati, parlo proprio di, delle notiziole che tu accedi scrollando la pagina social, è una frammentazione del discorso che ti alla fine ostacola la tua capacità di pensare autonomamente, che magari poi va in altre direzioni, non deve dipendere dalla lettura che legge, ma in qualche modo si trova in un universo talmente caotico e disorganizzato che si avverte poi la difficoltà della costruzione della sintesi autonoma. Non so se ho reso l'idea, Stefano, in quello che sto dicendo.
Cioè, ma allora, uno dei caratteri forse più peculiari del presente rispetto al passato, anche recente, è che negli ultimi 25-30 anni sviluppatasi in maniera caotica ma veramente universalmente potente la capacità di trasformazione di fatto di ciascun utente delle informazioni anche in un produttore, ha aumentato attraverso piattaforme le più diverse, voglio dire dalle vecchie BBS agli attuali social network, di fatto ha moltiplicato il rumore nella sul palcoscenico. Tu pensa, volendo far confrontare il mondo antico col mondo contemporaneo, tu pensa a quanto fosse al suo tempo lenta la, quanto era di fatto lenta la trasmissione di informazioni quando era un portato direttamente collegato alla velocità di spostamento degli uomini e la progressiva dotazione dell'umanità di strumenti tecnologici che hanno aumentato la nostra velocità di spostamento sulla crosta terrestre ha di fatto, oggi si dice, annullato, diminuito le distanze, però di fatto ha anche velocizzato l'informazione. Se tu ci pensi, la prima guerra combattuta nel mondo con nella storia umana con strumenti non materiali di trasmissione di informazioni, di dati, fu la guerra italiana contro l'Impero Ottomano in Libia nel 1911, quando per la prima volta un esercito, grazie all'inventore del prodotto, cioè Guglielmo Marconi, fu dotato di stazioni radio. Bene, dal 1911 a oggi le guerre le combattono i droni. Strumenti telecomandati, che ovvero sono sempre strumenti che dipendono da un flusso di informazione che li raggiunge e che quindi li guida. Allora, volendo mediare, sono passati 120 anni circa dalla guerra di Libia, quindi un secolo abbondante. Questa trasformazione ha implicato una quantità di sottotrasformazioni gigantesca. In più ha conferito a ciascuno di noi una potestas circa il mondo del dibattito e delle informazioni inimmaginabile prima. Su questa capacità si sono innestati anche interessi potentissimi, e lo vediamo. Uno dei principi principali, principi guida delle campagne trumpiane, è stato proprio quello esplicitato da Steve Bannon, ovvero fai casino, fai rumore, ogni giorno 1, 2, 3 elementi nuovi per occupare la mente, la fantasia del pubblico e della stampa. Più cose diciamo, anche contraddittorie, più cose spariamo, anche cazzate, però più facciamo rumore, più confondiamo le acque, più nessuno ci starà dietro. Bene, è un uso drammaticamente spregiudicato della potenzialità dei sistemi che sono stati inventati e resi disponibili, ma è un uso di cui dobbiamo tener conto. Tutto. Quindi prima accennavi deep fake news, uso falsificato, uso funzionale, uso deformante, uso viscido del sistema dell'informazione. Aggiungici anche la concentrazione del potere politico che utilizza il sistema di tutti, perché le piattaforme sono apparentemente di tutti, ovvero tutti possono dire la propria, per aumentare il volume di questo catastrofico rumore. Certo, non è facile. Bisogna che per questo l'educazione all'uso dei media, di tutti i media, andrebbe inserito tra i diritti dei giovani che vanno a scuola. Perché diventare grandi senza un po' di profilazione dei diversi sistemi che utilizziamo significa diventare grandi ma non necessariamente dei cittadini consapevoli.
Assolutamente sì. Andiamo veramente alla conclusione. Ti ringrazio anche per questa, per quest'ultima riflessione sui giovani. E in generale io mi sento di dire, per andare con anche chiudere l'incontro di oggi, veramente attorno alle tre paroline, comunque libertà, democrazia e verità, abbiamo un po' in qualche modo messo a punto quello che spero chi ci ha ascoltato abbia apprezzato, una piccola filosofia sul giornalismo, che sia del giornalismo nel senso per cui noi abbiamo oltretutto sulle problematiche che vive il giornalista oggi da un punto di vista esistenziale, ma anche proprio come prassi professionale, ma anche come riflessione, vorrei concludere qui, di etica del pensiero e etica dell'azione per noi cittadini. Dobbiamo capire che siamo membri di questo triangolo, quindi dobbiamo partire da noi, dalla nostra consapevolezza, valorizzare il lavoro giornalistico quando viene fatto con serietà, bene, e anche finanziarlo. Secondo me su questo un tema che non abbiamo affrontato è il finanziamento pubblico, anche eventualmente, che possa permettere almeno una parte del lavoro giornalistico di non dipendere troppo dalle dinamiche capitalistiche. E qui quindi alla fine tendono alla vendita in quanto tale del prodotto, perché è chiaro che un prodotto di massa è un prodotto che fa entrare più casse nella— e quindi c'è tutto un ruotare della democrazia attorno al tema della merce piuttosto che è il tema del valore, del valore del diritto. E c'è un problema di base qua. E spero che con questa chiacchierata, Stefano, come sempre, sempre super stimolante.
Federico, i momenti di discussione non sono mai abbastanza, i momenti di confronto e di incontro dovrebbero moltiplicarsi per n volte, perché io credo che ce ne sia un enorme bisogno.
Penso anche io. Il nostro obiettivo, nel nostro piccolo, è di, quando è anche del nostro canale, di Sofia, non contribuire al loro rumore, ma contribuire al contrario. Almeno nel nostro piccolo ci proviamo a raddrizzare, almeno a provare a dire a tutti di partecipare insieme al processo di raddrizzamento del nostro triangolo della democrazia, che non è un triangolo non più euclideo. Quindi buona democrazia euclidea a tutti, buona serata a tutti. Grazie ancora Stefano, e un saluto a tutti, alla prossima. Ciao ciao ciao.
More from Federico

LUCE TRA GLI SCOGLI: ciclo di meditazioni filosofiche sulla chiarezza interiore

Robert Wyatt solista: storia musicale del bipede batterista che cadde dalla finestra

Ildegarda di Bingen - Riusciamo a percepire la profonda connessione tra noi e il mondo?







